BANDE À PART: IL MIGLIORE GODARD IN UN B-MOVIE IN VERSIONE RESTAURATA

DI COSTANZA OGNIBENI


Arthur e Franz, due poco di buono, convincono la bella Odile ad aiutarli a compiere una rapina presso la villa della zia, il cui pensionante tiene nascosta una grossa somma di denaro nella soffitta. La adescano, poi la corteggiano a turno e infine instaurano con lei un rapporto di complicità dal quale le sarà impossibile separarsi.
Se a questo breve soggetto aggiungiamo Jan-Luc Godard dietro la macchina da presa e una situazione contingente che lo spinge a girare il film con pochi mezzi di fortuna, ecco che quello che si presenta come un film dalla trama neanche troppo originale, diventa una vera e propria perla della Nouvelle Vague: distribuito da Movies Ispired , “Bande à Part” è uscito nelle sale italiane proprio in questi giorni in un’edizione completamente restaurata. E se a causa della limitata distribuzione qualcuno dovesse esserselo perso, l’evento può essere preso come spunto per rivisitare un regista che rischia di essere dimenticato nel mare magnum di film, serie tv e fiction di cui la moderna industria cinematografica ci sommerge quotidianamente.
Già, ma a quale Godard andremo incontro con questo piccolo capolavoro, il settimo per la precisione, della sua prolifica ed eclettica produzione? Quello sofisticato, ricercato e anche un po’ manierato de “Il disprezzo”? O al Godard ideologico, quello che, dopo aver sposato le teorie marxiste, rende il cinema vera e propria prassi politica? Nessuno di questi, invero, poiché il Godard che troveremo in “Bande à Part” sembra un uomo che sta cercando di prendere un po’ di respiro da se stesso, una boccata d’ossigeno da uno status di perenne insoddisfazione perché sempre in cerca di qualcosa. Un Godard che non teme, anzi gioisce, di potersi inserire per una volta nella categoria del noir di serie B.
Sono giovani e spensierati, i protagonisti di questa fortunata quanto ingenua pellicola, volutamente naïf e spassosa, dove momenti apparentemente goliardici come il ballo a tre all’interno del caffè o la corsa per visitare il Louvre in 9 minuti e 45 secondi – con una smorfia alla superficialità dei turisti americani – diventano vere e proprie chicche che entrano a far parte della storia del cinema. Eppure sembrano tutti attimi fini a se stessi, un po’ assurdi, un po’ comici, ma di certo estremamente coinvolgenti, quelli che percorrono il fil rouge della trama, caratterizzati dalla “rottura della quarta parete” – come il minuto di “vero silenzio” al tavolo del bar, dove effettivamente ogni suono cessa per qualche secondo, o le persone che, passeggiando per strada, osservano la cinepresa e si accorgono di essere nel film – e da quell’eccentricità tipica di chi sa di non volersi prendere sul serio, come il ladro che, pronto a sventare la rapina, entra nella villa con tanto di calzamaglia in testa, accompagnato da una colonna sonora degna dei migliori gialli americani.
Un Godard senza dubbio ancora lontano dalla prassi politica e dalle contestazioni, anche se nella freschezza sfrontata dei tre giovani avventurieri, qualche germe di quella fatuità tipicamente sessantottina comincia già a sedimentarsi.