VIAGGIO NELLA “MAFIA NERA” TRA DROGA PROSTITUZIONE E TRAFFICO DI ESSERI UMANI

DI SIMONA CIPRIANI

 

Un’informativa del 2011 dell’ambasciata nigeriana a Roma metteva in guardia i nostri servizi di sicurezza sul pericolo rappresentato dall’ingresso in Italia di alcuni “gruppi di cittadini nigeriani appartenenti a sette segrete”, già operanti sul loro territorio, che avrebbero fondato cellule con scopi criminali nel nostro Paese.
La notizia diffusa dall’ambasciata nigeriana, tuttavia, non era una novità per le autorità italiane che, già da tempo, avevano, con diverse inchieste, evidenziato la pericolosa crescita di questa realtà criminale sul nostro territorio nazionale.
I recenti fatti emersi dopo l’atroce omicidio di Pamela Mastropietro, gli sviluppi delle indagini, le modalità con le quali è stato sezionato il corpo della giovane, che rimandano a tradizioni tipicamente tribali nigeriane e la responsabilità dell’omicidio attribuita a spacciatori sicuramente in contatto con la realtà mafiosa nigeriana che gestisce il mercato della droga a Macerata, hanno portato l’opinione pubblica italiana a conoscenza di un fenomeno che, purtroppo, si sta insinuando molto rapidamente, andando ad aggiungersi al già gravoso problema della criminalità organizzata nazionale.
Il fenomeno in questione si chiama mafia nigeriana ed opera, ormai da diversi anni, sul nostro territorio autonomamente o in collaborazione con i gruppi mafiosi autoctoni.
In una relazione della Dia (direzione investigativa antimafia) datata 2016 appare uno scenario realmente preoccupante che definisce il fenomeno mafioso nigeriano come quello più feroce e strutturato tra le organizzazioni criminali straniere operanti in Italia.
I tre nuclei più potenti dell’organizzazione mafiosa nigeriana, Black Axe, Eiye e Aye Confraternite, sono attivi in diverse regioni italiane da nord a sud e monopolizzano il traffico degli stupefacenti, delle armi, la prostituzione e la tratta dei migranti in città come Roma, Napoli, Torino, Verona, Bologna, Macerata, Bari, Palermo e Caserta.
Proprio nel casertano e precisamente a Castelvolturno, in area domiziana, la mafia nigeriana gestisce con profitto il mercato della manodopera in nero oltre al traffico locale degli stupefacenti per cui si sono avuti momenti di tensione, sfociati nella strage del 2008 ad opera del clan dei casalesi legato al boss Giuseppe Setola che provocò la morte di sei africani risultati, poi, estranei alle attività criminose.
Non sono solo queste però le attività dell’organizzazione che alterna sorprendentemente l’uso di rituali primitivi e superstiziosi a conoscenze tecnologiche innovative e avanzate di cui si serve abilmente per creare truffe informatiche a livello globale.
La fitta rete di gruppi che operano in parte autonomamente e in parte legati alle realtà mafiose del loro paese d’origine, agisce in maniera estremamente violenta con metodo mafioso protetto da una forma di omertà assoluta, ottenuta proprio grazie alle credenze popolari legate ai riti sacrificali e al cosiddetto “juju”.
Le radici delle attuali organizzazioni mafiose presenti in Nigeria ed esportate in diversi paesi extra-africani affondano nei movimenti di lotta universitari, i cosìdetti “secret cults” creatisi contro il colonialismo e i regimi che avevano assunto il potere nel Paese negli anni ’50.
Nate come confraternite, principalmente negli stati del delta del Niger, i cui aderenti erano caratterizzati da un elevato livello d’istruzione, ben presto, in seguito a scissioni al loro interno, si trasformarono in vere e proprie bande violente al soldo dei politici locali che esercitavano un forte potere sui propri membri ma anche sulle popolazioni, soprattutto del sud cristiano del Paese, grazie anche all’influenza delle credenze tribali unite a pratiche religiose animistiche.
Sulla base di queste premesse si innesta la gestione del traffico degli stupefacenti che, dagli anni ottanta in poi, ha come base di stoccaggio e smistamento della cocaina in viaggio verso l’Europa e l’Asia, proprio l’Africa Occidentale, creando enormi opportunità di facili guadagni e dando enorme impulso al fenomeno mafioso in questione che in poco tempo si è specializzato anche in altre redditizie attività, prime fra tutte lo sfruttamento della prostituzione e la gestione del traffico umano.
Giovani nigeriane sono attratte con la promessa di un lavoro in Europa, sottoposte a riti di sottomissione, con minacce di morte per le famiglie, vincolate da un enorme debito per affrontare il viaggio, che a volte supera i 60mila euro, concentrate in Libia dove subiscono stupri e violenze di ogni genere, per poi essere caricate sui barconi che le porteranno in Italia e da qui in altri Paesi europei dove saranno avviate alla prostituzione e rese praticamente schiave.
I gruppi criminali nigeriani sono molto attivi nella gestione dei clandestini e dei profughi che diventano “merce” preziosa da avviare al lavoro nero nei campi o allo spaccio degli stupefacenti, consolidando sempre più, a volte in contrasti estremamente violenti con le nostre organizzazioni criminali, il loro potere criminale sul nostro territorio e rappresentando la comunità straniera che commette più reati in Italia.
L’allarme del radicamento della mafia nigeriana è supportato da diverse inchieste che si sono svolte in molte città italiane negli ultimi anni che hanno evidenziato il carattere mafioso dell’organizzazione nonché gli stretti collegamenti con i clan di riferimento in Nigeria e altri Paesi dell’Africa centrale.In un’inchiesta della procura di Palermo del 2014, infatti, in seguito ad alcune aggressioni a colpi di ascia tra nigeriani avvenute nel popolare quartiere palermitano di Ballarò, è emerso come quella zona sia ormai totalmente nelle mani dell’organizzazione mafiosa africana che, con il beneplacito di Cosa Nostra, gestisce il traffico degli stupefacenti e della prostituzione.

E mentre il tribunale di Palermo, contesta ad alcuni nigeriani il reato di modalità mafiose, i servizi di sicurezza interna nazionale dell’AISI danno informative su un certo Gragbriel Ugiagbe, sospettato di essere affiliato all’Eiye e di gestire da Catania le relazioni e i contatti non solo con le varie associazioni mafiose italiane ma anche con altri pericolosi sodalizi criminali europei operanti sul nostro territorio.

Occorre, infine, riportare l’allarme lanciato lo scorso anno dall’ex procuratore antimafia Roberti che durante un’audizione al Comitato Shengen alla Camera ha evidenziato la grave pericolosità di questo fenomeno in forte espansione e la necessità di stipulare accordi con i Paesi in cui ha origine.