LAND SENZA LA LA

DI ALBERTO CRESPI

Guardate questa foto. Babak Jalali, regista iraniano, è seduto per terra, a destra. James Coleman, della nazione Navajo, è seduto a sinistra. Rodney Dean Rondeaux, della nazione Crow, è in fondo in piedi, con la giacca di pelle e il cappello da cowboy. Stanno aspettando di entrare nella stanza del Marriott di Berlino dalla quale andiamo in onda ogni sera, qui dalla Berlinale, con “Hollywood Party”. La foto l’ha scattata Emanuele Carunchio, che con Lucrezia Viti e Livia Delle Fratte è ufficio stampa di questo film prodotto da Ginevra Elkann con contributi del Torino Film Lab, di Mibact e RaiCinema.

Passato nella sezione Panorama, “Land” è un film bellissimo. Abbiamo sentito numerosi colleghi lamentarsi: “E’ lento”. A noi piace proprio per quello. Perché è un film che respira con la terra e il vento, che si prende i suoi tempi. E ieri, sia in Panorama che a “Hollywood Party”, ha incrociata la strada di “La terra dell’abbastanza” di Fabio e Damiano D’Innocenzo. Altro film notevole. Opera prima italiana ambientata nella periferia romana ma raccontata come un “noir” metropolitano che diventa una tragedia greca. Il cinema italiano, a Berlino, si sta mettendo in bella mostra.

La storia di “Land” è abbastanza incredibile. Babak Jalali è un iraniano che ha studiato e vive a Londra. Sette anni fa ha letto su un giornale un articolo sulla riserva indiana di Pine Ridge. Si trova nel South Dakota, appartiene agli Oglala (un gruppo della nazione Sioux, o Lakota, se preferite) e non è un posto qualsiasi: è la riserva dove si trova Wounded Knee, teatro dell’ultima rivolta dei Sioux e della feroce repressione da parte dell’esercito degli Stati Uniti. Jalali parte, va a visitare Pine Ridge, resta terribilmente colpito dalle condizioni di vita dei nativi americani. Visita un’altra trentina di riserve in tutto l’Ovest e concepisce la storia di “Land”. Alla fine gira il film ai confini tra Usa e Messico, nella zona di Tijuana, e sceglie come attori protagonisti un nativo Crow e uno Navajo.

James Coleman, che dalla riserva Navajo si è spostato a Los Angeles circa 15 anni fa e lavora come meccanico, dice che “Land” è come un documentario: “All’inizio la sceneggiatura mi aveva quasi offeso, ma poi ho capito che Babak ha catturato la verità”. Rodney Rondeaux aggiunge: “Vedo storie come quella raccontata nel film ogni giorno, da quando sono nato”. E’ una storia di povertà, di alcolismo, di emarginazione. E di violenza perenne, nei confronti di popoli che avevano l’unica colpa di trovarsi lì, in America, quando siamo arrivati noi europei. James e Rodney nel film sono fratelli: un terzo fratello, partito militare, muore in Afghanistan e la sua gente decide di rifiutare il funerale con la bandiera sulla bara. Nella foto qui sotto vedete Rodney al centro, con i suoi compagni, che aspettano il morto pronti a restituire la bandiera a stelle e strisce agli ufficiali dell’esercito. Non è roba loro, quella bandiera.

Ci voleva un iraniano sostenuto da finanziamenti italiani, per raccontare questa storia. “Quando in un film vuoi mostrare gli indiani con le penne e le frecce che inseguono una diligenza – dice Rodney – i soldi li trovi sempre. Quando vuoi mostrare la vita quotidiana di oggi, nelle riserve, non interessa a nessuno”. Cattiva coscienza, gli diciamo. “Forse nessuna coscienza”, risponde.

La Land dell’Abbastanza