POESIE DI COMBATTIMENTO. E’ MORTO TONINO ZANGARDI, TOTAL FILM-MAKER

DI ROBERTO SILVESTRI

E’ morto il 19 febbraio Tonino Zangardi. Un cancro fulminante lo ha ucciso in sole tre settimane. Aveva 60 anni. Come Spielberg aveva iniziato a girare super 8 da giovanissimo. Poi il Centro Sperimentale di Cinematografia.
Antonio Zangardi, fratello dell’attore Marco Zangardi, è stato romanziere, regista, sceneggiatore, montatore, attore e produttore indipendente, ex assistente dei fratelli Taviani sul set di Prato, autore di servizi e programmi televisivi e di due serie, Ricominciare (2000) Zodiaco il libro perduto (2012). Per la maggior parte della critica Zangardi faceva parte della “parte bassa” del cinema italiano, forse perché se ne sbatteva del Reference System, e anche se, sappiamo da Marco Giusti che è proprio li, nelle parti basse non nel Reference System,  che si scatenano le forze immaginarie più feconde.
Il cinema, come la poesia tutta, non è solo cervello e cuore, ma coinvolge zone ancora più basse, regno dell’eros e dell’istinto, quelle che sapeva indicare così bene Allen Ginsberg. Parti basse che erano anche i paria, gli esclusi i sottoposti, i dominati, le maestranze (ai lavoratori tecnico-operai dei film di Nanni Moretti Zangardi ha dedicato un film tv), sempre al centro del suo cinema di combattimento.

Per un celebre critico, invece, nei film di Zangardi: “l’impegno sociale non gode del necessario apporto formale e narrativo”. Ma ci sono due tipi di registi. “Quelli che guardano in alto e quelli che guardano in basso”, diceva Godard. Zangardi non era certo un “hitcockiano”, geometrico nel sapere esattamente cosa osservare, ma piuttosto vicino al metodo Gatlif, Cassavetes o Grifi lasciava che le cose e le persone si guardassero, producendo emozioni impreviste e catturando segreti invisibili perfino al director. Insomma Zangardi, regista involontariamente di nicchia, come ha scritto Antonello Catacchio sul manifesto, è stato un autore di cinema “politico-poetico” e una persona nobile che si è messo progressivamente fuori giro, fuori gioco, fuori schema, diventando estremamente pericoloso per la macchina istituzionale e la ricezione pigra del cinema, tanto che lo incontrammo al Lido di Venezia con la pizza sotto braccio di Un altro giorno, con l’attrice e agguerritissima compagna Antonella Ponziani (in quella occasione regista del corto La nota stonata) e con Nico Cirasola (Da do da) tra i fautori di un controfestival sulfureo, il Salon de refusees, il club degli esclusi, nel 1994.

Dal 2007 aveva a lungo soggiornato a Mantova dove aveva fondato assieme a Cristian Calabrese e all’imprenditore e attore veronese Vladimir Castellini la Master Film Academy, scuola di recitazione e di scrittura cinematografica. I suoi dieci film: Allullo drom (1993), il mondo gitano della provincia toscana (con Isabella Ferrari e Claudio Bigagli); Un altro giorno ancora (1995), con Valeria Cavalli (fotografia, archeologia e Puglia); L’ultimo mondiale (1999), con Angelo Orlando; Prendimi e portami via (2003), sempre sui rom, con Valeria Golino; Ma l’amore….sì! (2006), con Anna Maria Barbera (eredità e ristorante calabrese); Sandrine nella pioggia (2007), noir con Sara Forestier femme fatale; e poi il corto Friday (2015) con Dino Abbrescia; L’esigenza di unirmi ogni volta con te (2015) con Claudia Gerini e Marco Bocci, tratto dal suo romanzo, e selezionato al festival di Montreal; My Father Jack, con Eleonora Giorgi e Ray Lovelock (2016) e When Nuvolari runs: The Flying Mantuan (2018) con l’italo inglese Brutus Selby nel ruolo del grande asso automobilistico, che uscirà in anteprima a Mantova il 10 aprile prossimo senza la presenza dell’autore.