BUENOS AIRES: 400MILA IN PIAZZA CONTRO I TAGLI DEL GOVERNO MACRI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Quattrocentomila persone in piazza a Buenos Aires, per una manifestazione convocata dai sindacati, per una volta uniti, contro “26 mesi di nulla”. Così sono stati definiti i primi due anni del governo Macri: la promessa pioggia di dollari legati a investimenti stranieri non è arrivata, l’inflazione ufficiale è oltre il 20 per cento, i poveri costituiscono ormai il 30 per cento della popolazione e il paese si ritrova indebitato agli stessi livelli di 2001: 6000 milioni di dollari, creati dopo aver ricevuto un paese totalmente sdebitato. È il neoliberismo, che in America Latina mostra da sempre, dai tempi delle dittature degli anni ’70, il suo volto più feroce.
In tutto questo, nei mesi scorsi, il governo ha pensato bene di fare cassa. Come? Con una riforma previdenziale che abbassa il potere d’acquisto di coloro che percepiscono sussidi e pensioni: anziani, disabili, famiglie a basso reddito (vedi www.alganews.it/…/argentina-la-riforma-previdenziale-legge…/). Con licenziamenti di massa nella pubblica amministrazione, tagli alla spesa compresi gli investimenti in ricerca e cultura (un caso per tutti, l’Incaa – l’istituto nazionale del cinema – nel 2018 non finanzierà nessun nuovo progetto), continui aumenti delle bollette di luce e gas (l’ultimo, del 300 per cento in media) e dei trasporti pubblici.
Febbraio, inoltre, è un mese chiave per capire la temperatura della politica argentina: dopo le vacanze estive, si torna al lavoro e si aprono le cosiddette paritarias, tavoli di trattative per categoria, per decidere la percentuale di aumento salariale con cui recuperare l’inflazione. Il governo ha posto tetti che i sindacati considerano inaccettabili: 15 per cento per gli insegnanti, 9 per cento per i dipendenti di banca (reduci da due giornate di sciopero), più bassi per altre categorie.
Ma la posta in gioco va oltre: nelle prossime settimane, infatti, sarà discussa la riforma del lavoro, sul modello di quella brasiliana. Tra gli aspetti più controversi, la fine della contrattazione collettiva, la liberalizzazione dell’orario di lavoro con l’abolizione della giornata di 8 ore, l’abolizione dell’indennizzo per licenziamento senza giusta causa (attualmente, due anni di stipendio lordo).

La manifestazione si è conclusa senza disordini e scontri con la polizia, che pure erano stati previsti, tanto che la zona della manifestazione era stata blindata. Pochi giorni fa, il presidente Mauricio Macri aveva rimosso il capo dell’esercito, Diego Suñer, sostituendolo con Claudio Pasqualini. Un semplice ricambio generazionale, secondo le dichiarazioni ufficiali. In realtà, la decisione sarebbe legata al fatto che Suñer fosse contrario all’uso delle forze armate nelle operazioni di sicurezza interna, mentre Macri auspica “un ruolo nuovo”: contro il terrorismo, il narcotraffico, la tratta di persone. E naturalmente, l’ordine pubblico. Un ruolo che, oltretutto, non è nuovo per niente, dato che va a riesumare la nefasta funzione delle forze armate durante la dittatura: non più difendere i confini, ma combattere il “nemico interno”. La manifestazione del 21 febbraio avrebbe potuto fare da prova generale, ma fortunatamente i manifestanti non hanno fornito nessun pretesto e tutto si è svolto nel modo più tranquillo.