CONGRATULAZIONI A BOLOGNA, LA PIU’ BELLA UNIVERSITA’ D’EUROPA. DAL MOLISE, SENZA RIMPIANTI

DI ALBERTO TAROZZI

Bologna, l’Università più bella d’Europa. Chi come me in quella città ci ha vissuto una vita o poco di meno e in quella università ci ha passato oltre 40 anni, prima come studente e poi come docente ha tutte le ragioni per condividere il giudizio del Times Higher Education e rallegrarsene.
Però l’esperienza accumulata in tutti questi anni, consente anche di esprimere alcune riflessioni nel merito, a contrastare quei luoghi comuni dilaganti che, da bolognese, mi hanno sempre spinto alla diffidenza nei confronti di chi, nel male come nel bene, parla e straparla di cose a me vicine.

Primo tra tutti, cosa significa “bella Università”? Chi ha compilato quella classifica lo esplicita senza ombra di dubbi. Il riferimento è alla bellezza dei suoi palazzi, della sua ambientazione in un centro storico da mozzare il fiato. Il Times Higher Education di altro non parla, quindi evitiamo di riferirci al loro giudizio per stabilire che all’Università di Bologna sia necessariamente bello vivere. I bei palazzi, le belle strade e i bei portici sono il contenitore, la bellezza dei contenuti può esserne una possibile conseguenza, ma non si può dare come scontata.

Secondariamente, va certo dato atto alle amministrazioni dell’ateneo che si sono susseguite nel tempo e ai rispettivi Rettori di essere stati capaci di acquisire dei gioielli di architettura e urbanistica e di averli incastonati nei confini fisici della istituzione universitaria facendoli vivere e funzionare come organi della Alma Mater. Ma quei gioielli preesistevano all’ateneo, quindi sarebbe forse il caso di parlare, una volta tanto. più in generale e soprattutto, del centro storico di Bologna come uno dei più belli d’Europa.
Un susseguirsi di piazze e di edifici coi portici tra i quali “non si perde neanche un bambino” e sarebbe invece bello ritrovarsi in un mondo della vita che è tutto il contrario di quelle città museo che godono maggiormente delle visite di turisti in preda alla sindrome maniacale della foto ricordo.

Vedo le altre sedi europee in classifica tra le prime dieci e mi viene in mente di averne visitate due: Coimbra e il Trinity College di Dublino. Della prima mi torna alla mente una splendida biblioteca, con fenditure per l’aria funzionali alla conservazione del patrimonio librario, da cui si correva il rischio di vedere infiltrarsi qualche pipistrello. Di Dublino i corridoi interni, con un percorso che accompagnava il visitatore con discrezione, lungo percorsi dove lateralmente il susseguirsi dei mattoni dal colore morbido, si interrompeva di quando in quando per lasciare spazio alle porte delle aule e degli studi dei docenti.

Ecco, di questi ultimi spazi amici, quando insegnavo a Bologna ne ho sentito un po’ la mancanza. All’interno di grandi palazzi dove la vastità degli spazi originali e la necessità di renderli funzionali a un uso accademico, dava qualche volta adito a strutture posticce che poco avevano a che fare con l’originale identità del luogo.
Curioso che di quei corridoi irlandesi abbia ritrovato le sembianze nella mia seconda vita universitaria (seconda solo in ordine di tempo). Quella che sto vivendo a Campobasso in Molise, dove gli interni di un edificio polifunzionale costruito non molti anni fa riproduce però, nei suoi corridoi, l’accogliente atmosfera di ambienti carichi di storia, forse in misura maggiore di edifici che quella storia l’hanno vissuta veramente.

E dove lavorarci, a dispetto del trovarsi in periferia e fuori dai grandi circuiti o magari anche grazie a ciò, significa fare parte di una comunità di lavoro, di studio, insegnamento e ricerca, in cui saluti quelli che incontri tutti i giorni come appartenenti alla stessa avventura del vivere.
Con tanti e rispettosi saluti al luogo in cui lavoravo un tempo, città meravigliosa, dove nelle ore di studio, potevo guardare dalla finestra e ammirare il Portico dei Servi e la fiera di Santa Lucia per Natale.
Ma se non mi fossi tuffato nelle vie che gli studenti rendevano effervescenti mi sarei ritrovato troppo spesso a stringere le mani di chi mi salutava senza guardarmi.