DOVLATOV. IL CAPOLAVORO DELLA BERLINALE

Di GIOVANNI BATTAGLIA

Sergei Dovlatov il grande scrittore russo, nel novembre del 1971, fisicamente si trovava a Leningrado ma la sua mente già viaggiava altrove e si trovava a combattere con il desiderio di restare, di combattere e di non abbandonare il proprio paese.
La censura, subdola, non amava la sua ironia, il suo stile non conforme al regime ed il suo caporedattore che aveva comunque intuito le grandi potenzialità dello scrittore lo incitava a scrivere un grande romanzo con un eroe ed un antieroe; qualcosa che fosse gradito al Partito e che celebrasse la grandezza, l’eroismo del popolo russo.

“Dovlatov” ci porta per sei giorni nella vita del grande scrittore per capire la sua lotta per essere pubblicato senza piegarsi al volere del potere, la storia di un uomo il cui grande talento era stato incatenato da un regime autoritario ed analfabeta.
Lo scrittore, interpretato da uno straordinario Milan Maric resta nel cuore dello spettatore per giorni e giorni; il suo essere sospeso tra il desiderio di restare, di lottare ed il bisogno di veder pubblicato il proprio lavoro senza pressioni è palpabile nel viso di Maric.
“E’ difficile restare integri quando non sei nessuno“ sarà il suo statement.
Il suo sorriso disincantato, l’ironia, il bisogno di verità: Maric è Dovlatov!
Il processo di identificazione è strepitoso e chi dovesse leggere un romanzo di Dovlatov dopo aver visto il film di Alexey German Jr non potrà fare a meno di pensare al sorriso di Maric.

Il film inizia con una bellissima scena in cui lo scrittore viene mandato dal suo caporedattore a scrivere una cronaca di un film dove degli attori amatoriali interpretano Fedor Dostoevskij, Nikolaj Gogol, Lev Tolstoy. Dovlatov dovrebbe essere li per celebrare ulteriormente il mito della grande letteratura russa ma si prende gioco di loro, lo fa con leggerezza, con affetto, ma la redazione non tollera il suo umorismo e lo licenzia.
Il protagonista vaga costantemente in una Leningrado innevata e passa dagli insuccessi lavorativi alle sue interminabili e fumose notti in cui tutti gli artisti, musicisti, scrittori, registi sono uniti dal desiderio e dal bisogno di cambiamento.
Questa gioventù viene colta del regista all’apice della propria potenza creativa, rende verosimile11 l’energia confluita dal caos degli appartamenti condivisi, delle sessioni musicali improvvisate, delle letture di poesie.
Quel mondo raccontato con lunghissime sequenze è visto con nostalgia da Alexey German Jr, non la nostalgia per l’intollerabile mancanza di libertà ma per la solidarietà, la complicità, gli scambi culturali ed affettivi che si erano creati in quel mondo di artisti oppressi dal potere.

“Da dove nasce il desiderio di fare un film su Dovlatov?”
“Il motivo per cui ho deciso di fare questo film è che per me Brodtzy e Dovlatov erano persone straordinarie e non sarebbero mai voluti andare via dal loro paese che adoravano.
Sono stati costretti dal regime ed oggi in tutta la nazione ci sono delle stature che li celebrano ed io sentivo di voler raccontare questo recente passato. Mio padre faceva copie dei suoi film e li nascondeva sotto il letto per paura che li censurassero quindi conosco questi sentimenti.
Io ammiro quel periodo, ammiro quella gente perché hanno camminato con la schiena dritta, io forse avrei avuto paura e non sarei stato in grado di resistere a quella pressione.”
“Ha avuto forme di censura o pressioni per il suo film ?”
“Per quello che riguarda i tempi moderni, in Russia, oggi posso dire sinceramente di non aver avuto censura o pressioni di alcun genere.
La gente pensa alla Russia come ad una seconda Corea del Nord ma non è così.
Nel passato ci sono tanti esempi di artisti che hanno dovuto soffrire per rimanere fedeli a loro stessi come Dovlatov e Brotzky
È sempre molto difficile rimanere fedeli a se stessi perché il denaro è una forma di censura; immaginate per i produttori del mio film che rischio enorme si sono presi…investire del denaro sulla storia di uno scrittore, non ci sono supereroi, guerre etc…siamo stati fortunati ad avere dei produttori così coraggiosi e lungimiranti senza di loro non ci sarebbe questo film ed anche la Berlinale ci ha aiutato molto perché quando tre anni fa siamo stati ospiti del festival con il mio precedente film “Under electric clouds”, vedere l’interesse del festival, dei giornalisti e del pubblico, questo ci ha dato la forza per fare questo nuovo film.

Dovlatov è un film bellissimo, un lungo sogno ad occhi aperti, una cavalcata in un mondo in disfacimento dove le tinte sono volutamente sbiadite, cupe, malinconiche per lasciare uscire la potenza dirompente dei personaggi.
Un film solido come una roccia dove la sceneggiatura, la regia e la recitazione partecipano in egual misura alla creazione di un opera d’arte.
In assoluto il più bel film visto alla Berlinale che meriterebbe l’orso d’oro sia come miglior film che come miglior regia oltre che alla sublime interpretazione di un fantastico attore come Milan Maric.
Capolavoro.