ARGENTINA: PROCEDURE SEMPLIFICATE PER GLI IMMIGRATI VENEZUELANI, L’ULTIMA PROVOCAZIONE DEL PRESIDENTE MACRI

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

L’Argentina avrà i suoi marielitos. Ma non partiranno da Puerto Mariel e non saranno cubani. Si tratta invece di un provvedimento destinato ai venezuelani che entrano nel paese, che godranno di una procedura semplificata per ottenere la residenza.
Lo ha stabilito la disposizione 594/2018 della Dirección Nacional de Migraciones (Dnm), già pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, con il “fermo proposito”, spiega il governo, “di aiutare il popolo venezuelano ad avere una reale possibilità di accesso alla residenza”. Per gli abitanti del paese caraibico, quindi, le procedure di “radicación” saranno semplificate o più flessibili, nel caso in cui non fossero in grado di produrre i documenti richiesti a ogni cittadino straniero che vuole stabilirsi in Argentina. Non molti, peraltro: certificato di nascita, stato di famiglia, titolo di studio e precedenti penali nel proprio paese.
Le analogie (ma anche le tante differenze) con la vicenda di Puerto Mariel a Cuba saltano subito all’occhio. Da lì, infatti, tra il 15 aprile e il 31 ottobre 1980 si realizzò l’esodo di massa che vide circa 125mila cubani imbarcarsi verso la Florida. Allora Fidel Castro – in seguito a una crisi economica interna e a un tentativo da parte di 10mila persone di ottenere asilo politico nell’ambasciata peruviana – aveva annunciato che non avrebbe ostacolato tutti i cubani in partenza da Puerto Mariel. Quasi tutti erano diretti nel Sud della Florida. La decisione si rivelò un boomerang per gli Usa, quando ci si accorse che un’alta percentuale di “esuli” e “perseguitati politici” era stata rilasciata delle carceri comuni e dagli ospedali psichiatrici cubani. Tanto che, pochi mesi dopo, gli imbarchi cessarono, per un accordo congiunto tra Castro e l’allora presidente Usa Jimmy Carter. Il film Scarface del 1983, interpretato da Al Pacino (qui sotto), si ispira a quella vicenda.

Le analogie, però, finiscono qui. Prima di tutto perché per uscire dal Venezuela non serve alcuna autorizzazione, ma solo il passaporto. Il problema relativo ai documenti, semmai, risiede nelle lungaggini della burocrazia e nella corruzione dilagante. Per questo il cittadino è costretto a ricorrere a un “gestore”, un intermediario informale, un faccendiere di cose minime che, grazie alle sue conoscenze, riesce a ottenere i documenti necessari in tempi quanto meno accettabili. Ma a un prezzo cinque volte più alto. Se ci si aggiunge il costo di un biglietto aereo da Caracas a Buenos Aires (1.200-1.500 dollari andata e ritorno), si capisce che emigrare in Argentina è un’opzione riservata alla classe media.
I dati parlano chiaro. Nel 2017, le richieste di residenza da parte di venezuelani (per studio, lavoro, matrimonio…) sono state appena 36mila 413. Il 67 per cento di queste persone è costituito da professionisti. Gli altri, i poveri (la vera massa critica) si riversano in Brasile o in Colombia, utilizzando – come sempre fanno i poveri – le frontiere terrestri. La Colombia stima che nel proprio territorio siano attualmente presenti 600mila cittadini venezuelani, metà dei quali entrati nell’ultimo anno. Per questo, all’inizio del 2018 ha reso più severi i controlli alle frontiere. Simili provvedimenti sono allo studio in Brasile, con la possibilità di una sospensione temporanea degli ingressi.
Insomma, nella risoluzione del governo argentino, più che l’intenzione di risolvere un’emergenza umanitaria – vera o gonfiata che sia – c’è la riproposta di un vecchio sogno dei governi argentini, dall’epoca del presidente Domingo Faustino Sarmiento (1868-1874): selezionare un’immigrazione di lusso, costituita da professionisti, intellettuali, tecnici specializzati, portatori di know how qualificato. Per Caracas potrebbe essere l’ennesima provocazione da quando si è insediato, nel 2016, il governo di Mauricio Macri, molto attivo – secondo le indicazioni Usa – nel fare pressione sui vicini per votare l’espulsione del Venezuela dal Mercosur, ad agosto del 2017.
A ben guardare, poi, la disposizione 594/2018 non deroga la legge migratoria argentina, una delle più inclusive del mondo. La legge migratoria approvata dal parlamento nazionale nel 2004, con un’ampia maggioranza trasversale, considera il diritto a migrare come diritto umano. Garantisce quindi a tutte le persone presenti nel paese, anche irregolari, l’accesso totale e gratuito alla sanità e all’istruzione pubblica. E soprattutto vieta le espulsioni, se non in presenza di reati penali passati in giudicato. L’immigrato irregolare rischia al massimo una multa, nel momento in cui decidesse di uscire dal paese. Una legge che viene periodicamente attaccata dalla stampa, sebbene non abbia aumentato la presenza straniera in Argentina (stabile, anche dopo il 2004, intorno al 2-3 per cento della popolazione). A questo contribuisce anche lo ius soli perfetto, che fa sì che la seconda generazione di immigrati diventi automaticamente argentina alla nascita.
Una delle maggiori critiche alla legge è che “in Argentina entra chiunque”. Per questo dal 2016, con l’insediamento governo Macri, l’interpretazione delle norme si è fatta più restrittiva. E non solo per i cittadini dei paesi latinoamericani (Colombia, Paraguay, Perù, Bolivia), ma anche per gli europei. Resta ora da capire come potrà essere giustificato da una parte il giro di vite generalizzato, dall’altra il canale privilegiato riservato ai cittadini venezuelani.

Si ringrazia Antonio Nazzaro per la collaborazione da Caracas