CONTRO LA MUSICA MOLESTA NEI FILM ITALIANI: TROPPA, SEMPRE 

DI MICHELE ANSELMI


Complimenti a Laura Bispuri, regista romana, classe 1977: nel suo nuovo film, “Figlia mia”, appena uscito nelle sale dopo il passaggio alla Berlinale, riduce al minimo la bella colonna sonora di Nando Di Cosimo, utilizza le canzoni perlopiù in chiave diegetica (cioè devono scaturire dall’ambiente, sia un bar o una casa), il commento musicale evita di sovrapporsi ai dialoghi. Perché farle i complimenti? A parere di chi scrive, il cinema italiano fa un uso molesto, irragionevole, gasato della musica, che sia, appunto, colonna sonora a tema o siano canzonette più o meno d’antan.
Non è una fisima da cinefili, anche se potrebbe sembrare. Se ne parlò anche dopo l’Oscar a “La grande bellezza”, che di musica ne sfoderava in quantità, pure ben scelta: dalla festosa Raffaella Carrà al sacrale Henryk Górecki. Il tema investe la capacità del nostro cinema di suscitare emozioni. Insomma, il sospetto, confermato da molti fatti, è che laddove non arrivano le parole, zac!, registi e produttori pompano la musica. Dappertutto, senza dare un attimo di tregua allo spettatore, a ogni attacco di inquadratura, mentre i personaggio parlano, naturalmente secondo formule sperimentate: il balletto in cucina o in terrazzo mentre si preparano gli spaghetti, la cantata in auto con qualche motivetto alla radio che accende la nostalgia, la sequenza notturna con ciascuno che fa qualcosa mentre passa ad alta volume il brano malinconico. Ma va forte, alla maniera di “The Millionaire”, anche il balletto nel finale, se possibile in piazza, come succede in “Poveri ma ricchissimi” e in “Può baciare lo sposo”.
Neanche Gabriele Muccino, che col suo “A casa tutti bene” sta totalizzando ottimi incassi (5 milioni di euro nella prima settimana), ha saputo respingere la tentazione. La famigliona di “parenti serpenti” che si ritrova nella villa a Ischia per festeggiare le nozze d’oro dei nonni sembra ritrovare un collante sentimentale solo quando il più sfigato della compagnia, incarnato da Gianmarco Tognazzi, esegue al pianoforte e canta a squarciagola brani come “Una carezza in un pugno”, “Bella senz’anima”, “Margherita” o “Dieci ragazze”, mentre i temi musicali di Nicola Piovani bombardano incessantemente ogni sequenza della commedia corale.
Lo so, è come lottare contro i mulini a vento. Il silenzio non piace al cinema italiano, non ci si fida mai abbastanza delle parole e delle inquadrature, per una sorta di horror vacui. Anche se, di sicuro, non mancano i compositori di valore: non solo i Morricone e i Piovani, ma anche Andrea Guerra, Franco Piersanti, Carlo Crivelli, Teho Teardo, Paolo Buonvino, Carlo Virzì (fratello di Paolo), i genovesi Pivio e Aldo De Scalzi, solo per dirne alcuni. Ingaggiati, compongono la colonna sonora, spesso con minutaggi esagerati; dovrebbe essere il regista, poi, a dosarla con saggezza, piazzandola nei posti giusti, senza farsi sopraffare dal nome.
Del resto, anticipiamo la contestazione, neppure il cinema americano, hollywoodiano o indipendente, va tanto per il sottile. In “Bastardi senza gloria” Tarantino si divertì a intrecciare ventotto brani, per lo più frammenti di colonne sonore dai lui venerate, recuperando perfino il tema di “Un dollaro bucato”, con Giuliano Gemma, scritto da Gianni Ferrio. Per tacere degli omaggi, costanti e ripetuti, a Morricone. Ma, appunto, trattasi di Tarantino, cioè – parola di Andrea Guerra, classe 1961 – «del regista più fantasioso nell’uso della la musica, perché inventa abbinamenti fantastici». È appena uscito nelle sale il notevole e già molto venerato “Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson, ambientato negli anni Cinquanta a Londra. D’accordo, Jonny Greenwood, leader dei Radiohead, firma la palpitante e melodrammatica colonna sonora intonata alla strana storia dello stilista anaffettivo incarnato da Daniel Day-Lewis, ma ogni tanto verrebbe voglia di dire al regista: «Ti prego, spegni la musica, facci sentire le parole».
Non per fare gli eruditi, ma Theodor W. Adorno teorizzava, in materia, che «la musica per film dovrebbe lampeggiare e scintillare, scorrere così rapidamente da accompagnare l’ascolto fugace trascinato via dall’immagine, senza rimanere indietro con sé stessa». Magari il precetto ognuno lo intende come vuole, ammesso che tale sia. E tuttavia è difficile dar torto a Goffredo Fofi quando scrisse sul Sole 24 Ore che «il rumore rende più sordi, non più ricettivi: senza la musica, i film italiani in concorso a Venezia sarebbero sembrati migliori». Poi, certo, ci sono le eccezioni, come “Ammore e malavita” dei Manetti Bros. Che nasce proprio come musical e ci gioca sopra allegramente, ma con sapienza.
Non si tratta, qui, di prendersela con questo o quel film: anche se a quelli di Tornatore, per dire, gioverebbe un utilizzo più mirato delle famose partiture di Morricone, in modo da far emergere meglio le voci, i brusii, i respiri. Morricone, certo un maestro indiscutibile, arriva a comporre anche due ore di musica a film, e quasi tutta finisce nel montaggio finale. Ricordo, perché me lo raccontò il regista stesso, che all’epoca di “Pasolini. Un delitto italiano”, Marco Tullio Giordana avrebbe voluto inserire nella colonna sonora una canzone di De Gregori sul poeta ucciso, “A Pa”. Sembrava perfetta. Il compositore si impuntò, De Gregori sparì.
Ci chiede, insomma, perché il nostro cinema, al di là delle storie che racconta o dei mondi nei quali si immerge, intrattenga un rapporto così meccanico, surrogato e irragionevole con la musica: sia essa colonna sonora scritta apposta per il film, florilegio di canzoni più o meno note, recupero di brani classici.
Un tempo si dava la colpa ai produttori: pronti a bombardare di musica ogni sequenza, nella speranza di aumentarne il tasso emotivo, il potere di commuovere, l’empito romantico. Purtroppo non è sempre così. La ricetta “Titanic” non vale sempre e per tutti. Ogni film, specie se si muove dentro una cornice espressiva d’autore ma anche se bordeggia la commedia di costume, possiede un suo proprio ritmo interiore: fatto di silenzi, intermittenze, rumori di fondo, parole che devono emergere senza risultare coperte da uno “score” appiccicato e invadente. Alla lunga tossico, perché droga l’immagine, moltiplica l’artificiosità, infiacchisce l’impianto drammaturgico.
Ad Andrea Guerra, ormai di casa anche a Hollywood, non piace «spalmare musica dappertutto, ci sono film straordinari senza commento o quasi». Il pensiero corre, ad esempio, a “La collina del disonore” di Sidney Lumet, con Sean Connery. Scelta estrema, stilisticamente aspra, non per questo da seguire alla lettera, ci mancherebbe. Ma forse non farebbe male, ai nostri registi, rivedere quel capolavoro. Non lo faranno, sono certo.
PS. Tra i commenti qui sotto la replica di Andrea Guerra.