VENEZUELA. LA LEZIONE DEL CARACAZO

DI GERALDINA COLOTTI

Oggi, in Venezuela, si ricorda la rivolta del Caracazo. Il 27 febbraio del 1989, le masse impoverite oltre ogni limite dalle misure imposte dal Fondo Monetario Internazionale, scesero dalle periferie e misero a soqquadro tutto. Una rivolta popolare spontanea a cui l’allora presidente Carlos Andrés Pérez (di centro-sinistra) rispose dando ordine all’esercito di sparare. Vi furono oltre 2.000 morti, sepolti nelle fosse comuni.

L’entità del massacro venne negata e poi fortemente ridotta nel numero, nonostante preziose testimonianze come quella della regista Lilian Blaser, che lo ha documentato in alcuni suoi lavori, svolti durante gli anni del socialismo bolivariano. Si era allora nella cosiddetta IV Repubblica. A governare era un’alternanza fra centro-destra e centrosinistra, nata dal patto di Puntofijo. Un patto stipulato per imporre il consenso di Washington attraverso democrazie camuffate che escludessero dal potere i comunisti e i militari progressisti, che avevano partecipato alla cacciata del dittatore Marco Pérez Jimenez.

Anni di guerriglie e repressione, e di massacri come quello di El Amparo, Cantaura, Yumare… La rivolta del Caracazo sedimentò nella coscienza popolare, fu senz’altro un elemento che porterà alla ribellione civico-militare del 4 Febbraio 1992, guidata da Hugo Chavez. La ribellione del 4 febbraio non ottenne la vittoria con le armi, ma preparò quella delle urne che darà la presidenza a Chavez, nel dicembre 1998. Fin da allora, sui muri del paese comparvero però scritte che dicevano: 27+ 4= 31 febbraio: 31 febbraio, una data che non esiste, un’utopia a cui tendere coniugando storia e presente, portando a sintesi l’articolazione delle lotte, senza assolutizzarne una sola.

Un messaggio che la rivoluzione bolivariana prova a rinnovare anche in queste condizioni difficili, in cui cerca di resistere senza perdere la sua forza ideale, nonostante gli attacchi sferrati contro il governo di Nicolas Maduro. “O inventiamo, o sbagliamo”, è il motto. Proviene dalla storia, da Simon Rodriguez e dai libertadores che, dalla lotta contro la schiavitù a oggi, hanno dato la vita per una vera indipendenza del continente e per la libertà dalle catene dello sfruttamento. Certo, si può sbagliare anche “inventando”, ma l’unica lotta che di sicuro si perde è quella che non si combatte.

Una lezione dimenticata in un paese come l’Italia, ricco di storia ma ormai povero di memoria, e perciò incapace di poggiare mattoni solidi su cui far sventolare nuove bandiere.

In questo senso, la storia del Venezuela parla anche alla nostra storia. Siamo il paese della resistenza tradita. Siamo il paese della rivoluzione mancata, repressa e rimossa, e demonizzata. Sepolta sotto centinaia di ergastoli comminati ai guerriglieri degli anni ’70, preda di un’emergenza infinita. Siamo il paese che ha sdoganato i fascisti facendone una questione di “ignoranza”, che ha da gran tempo ridotto la questione sociale a questione di ordine pubblico e il conflitto di classe nel perimetro della legalità borghese.

L’incapacità di leggere quel che accade in Venezuela, l’incapacità di schierarsi con i popoli che cercano una propria strada, è un sintomo della nostra impotenza. E’ la sconfitta di una sinistra, paralizzata e disorientata, che ha finito per assumere i programmi della destra, della Nato e dell’Unione europea.

In Venezuela, le classi popolari ce l’hanno fatta fidando sulla storia: senza vergognarsi dei tentativi rivoluzionari, anche se falliti, ma portatori di ideali e di aspirazioni da rinnovare nel presente: come mattoni su cui costruire una nuova casa. E sono già quasi 2 milioni le case costruite per il popolo nell’ambito della Gran Mision Vivienda Venezuela…

Per riflettere sul Venezuela bolivariano e su un 31 febbraio ancora da venire, da loro ma anche da noi, non serve ricorrere a mode e modellini, importati, edulcorati o masticati male. Sarebbe invece utile ricorrere alla storia. Tornare per esempio alle esperienze di “democrazie popolari”, a quelle forme di governo instaurate, dopo la Seconda guerra mondiale, negli Stati dell’Europa centro-orientale appartenenti al campo socialista.

Tentativi di sperimentare un percorso di transizione al socialismo, diverso dalla dittatura del proletariato, in cui si ricordano le riflessioni di Georgi Dimitrov. Dimitrov fu un rivoluzionario bulgaro che guidò l’insurrezione comunista del 1923 e che nel 1948, in una fase diversa, nel contesto creato dalla guerra fredda, seppe riconoscere le porte strette in cui erano state chiuse quelle sue ipotesi formulate qualche anno prima. Riuscirà l’esperimento venezuelano a fare della democrazia partecipativa e protagonista la base di un’effettiva transizione a nuovi rapporti sociali? La scommessa è ardua, e la partita riguarda anche coloro che, in Italia, non vogliono rassegnarsi al capitalismo.

L’importante, per noi, non è la ricerca di collegamenti artificiali fra situazioni storicamente imparagonabili, ma gli insegnamenti da trarne. Ci interessa capire quanto e in che modo le esperienze passate interroghino le nuove strade della trasformazione sociale: per evitare di sbattere la testa contro gli stessi muri.

Un rapporto proficuo con la storia significa questo. Un rapporto che noi, in Europa e più di tutto in Italia, abbiamo colpevolmente smarrito. E ogni giorno ne paghiamo il prezzo, davanti alla straordinaria capacità di memoria dimostrata dal nemico di classe su ogni piano della vita sociale.