ELEZIONI: CI SVEGLIEREMO A 5 STELLE. MA NON E’ DETTO CHE SIA UN BENE

DI LUCIO GIORDANO

Di Maio e i suoi, lunedì  dovranno dire grazie all’inconsistenza degli altri schieramenti. Salvo sorprese infatti, come nel 2013, anche nel 2018  Il movimento 5 stelle sarà il primo partito. E stavolta non per una manciata di voti ma con percentuali schiaccianti, diciamo tra il 29 e il 34 per cento. Vittoria per mancanza di avversari, va detto. Questo perchè tutte le principali forze politiche  hanno commesso in questi anni e anche in questa campagna elettorale, errori così marchiani da rendere facile il successo, prevedibile e dietro l’angolo,  del M5s.

L’errore più grosso l’ha compiuto senza dubbio il Pd. Tramontata sulle ali della Waterloo referendaria del 4 dicembre l’era Renzi, la direzione del Nazareno, invece di voltare pagina ed  imporsi sull’ex sindaco di Firenze e costringerlo a rinunciare alla politica in caso di sconfitta del Sì, come egli stesso aveva promesso, ha accettato che si ripresentasse alle primarie del Pd per essere riconfermato segretario. Nel frattempo, Piero Fassino e pochi altri a parte, tutti i fondatori del Pd avevano preso il largo, vittime di una segreteria che non ammetteva il confronto e il rispetto della minoranza.

Ma quello era stato solo l’ultimo degli sbagli del partito renziano. La scissione era inevitabile, è vero. Troppa la distanza ideologica tra la sinistra e i democristiani di Renzi. Però, dopo il bagno di sangue  vissuto in tutte le elezioni amministrative e la contrarietà della sempre più esigua base del Pd per  le riforme sociali che la destra ha ottenuto senza sforzi proprio  grazie all’ex presidente del consiglio ( Jobs act, articolo 18, buona scuola, ma anche i tagli alla sanità) al Nazareno avrebbero dovuto dire : ‘Matteo, fermati. Grazie e buona vita’. Non l’hanno fatto e farlo adesso è tardi. Il Pd, accreditato tra il 17 e il 22 per cento, non ha più voce in capitolo. E non ha nemmeno la possibilità di puntare sulle larghe intese, motivo per cui era stata varata quella legge elettorale da ubriachi chiamata Rosatellum.

Già, perchè l’accordo con Berlusconi ora sembra  impossibile. Non solo per la contrazione numerica  del Pd ma anche perchè Berlusconi stavolta non recupera nei sondaggi, come faceva di solito negli ultimi 30 giorni di campagna elettorale. A dispetto delle fole che l’ex cavaliere ha raccontato inqueste settimane, il suo partito e la sua litigiosissima coalizione (solo  di facciata),  con quelli che vengono definiti da più parte i fascioleghisti, a stento arriverà al 30 per cento. Qualche numero: Forza Italia e Lega Nord valgono tra il 9 e il 13 per cento. Fratelli d’Italia, superati a destra dagli original black, Casapound e Forza Nuova ( perchè a volte anche i fascisti si incazzano e tra una copia sbiadita e l’originale preferiscono l’originale), vedranno erodersi da queste due formazioni iper estremiste, una buona percentuale di consensi. Il segretario Meloni può insomma contare tra il 3 e il 5 per cento di voti, non di più. Fitto e i suoi saranno invece  inchiodati al 2 per cento. Totale, nella migliore delle ipotesi: coalizione al 30 per cento.

Certo, Salvini era partito di slancio in questa campagna elettorale, convinto di essere, per investitura divina, il premier designato della coalizione della destra radicale. Abbiamo visto come è finito: impantanato. Via via che le certezze si sgretolavano,il suo volto si rabbuiava. Gli ultimi giorni di campagna elettorale sono stati per lui una via crucis. Sguardo spento, niente più baldanza. Fine. A nord vincerà il  duello fratricida con Forza Italia, ma da Mantova in giù  la Lega nord non sfonderà, statene certi. Al centro c’è una linea gotica progressista che gli sbarra la strada, al sud ‘nisciuno è fesso’, e i meridionali non dormono da piedi. Sanno che Salvini chiederebbe voti senza dare niente in cambio, dopo aver coperto di insulti  “i terroni che puzzano”. L’attentato terroristico di Macerata, compiuto da un ex candidato della Lega Nord ha dato al segretario del Carroccio, il definitivo colpo di grazia.

Ma più di Salvini, a deludere è stato l’ex  cavaliere. Il re delle campagne elettorali ha perso, a questo punto per sempre, lo smalto dei giorni migliori, in quella che era la sua arte migliore: scaricare montagne di promesse elettorali da marinaio,  gabbando così bene gli  italiani, che alla fine i nostri connazionali finivano per crederci. Ora non più. La marcia di avvicinamento al 4 marzo si è consumata  tra l’ ilarità del web per  le mille e mille gaffes di Silvio  e la sua ripetitività stanca e senza più artigli in ogni programma televisivo. Silvio era dappertutto, anche a Teleroccacannucciadisotto. Non è servito a niente.  Una memoria che perde colpi e  l’irritazione frequente  di un leader stanco, che non ha mai amato essere contraddetto, hanno fatto il resto. Quel sicuro 20 per cento di consensi, si è ristretto fino a dimezzarsi.

Ricapitolando: addio larghe intese, addio per Renzi, alla nascita  di un  partito personale alla Macron, addio trionfo berlusconiano. Assisteremo al crollo di Renzi, al mesto viale del tramonto di Berlusconi, all’illusione che evapora  di Salvini che ora, dopo il voto, dovrà stare anche  attento agli scossoni del partito,  per evitare scissioni quasi certe.

Gli errori , comunque, li hanno compiuti anche a sinistra. Liberi e uguali, accreditato tra il 9 e il 13 per cento e Potere al Popolo, tra il 3 e il 5, invece di lanciarsi la liana della pace e trovare  un accordo, si sono fatti  stupidamente la guerra per tutta la campagna elettorale, hanno fatto a  gara a marcare le distanze tra di loro e, soprattutto, si sono svegliati troppo tardi. Se il cartello elettorale fosse nato almeno due anni fa, oggi racconteremmo un’ altra storia, altri numeri e una proposta programmatica molto più incisiva. Naufragata la saggia idea del Brancaccio restavano dunque  pochi mesi per creare una vera forza di sinistra. Troppo tardi  di sicuro per provare a vincere le elezioni o incidere in maniera decisiva nel quadro parlamentare. Nonostante tutto, il risultato di Leu e Potere al Popolo potrebbe  essere lusinghiero. Ma con più saggezza e lungimiranza avrebbe potuto essere nettamente migliore.

Ecco dunque che il Movimento 5 stelle si ritrova  ad un passo dalla vittoria, senza sforzo. Nonostante rimborsopoli, nonostante l’inadeguatezza di alcuni suoi rappresentanti, nonostante quell’irritante mancanza di chiarezza ( il M5s è di destra o di sinistra, si chiedono in molti), il voto degli arrabbiati italiani, tanti e tanto arrabbiati, finirà lì. Che poi da soli non potranno guidare nessun governo, appare scontato. Ma allearsi vorrebbe dire venire meno  a quella che è stata finora la caratteristica del partito di Grillo. Certo, i numeri ci sarebbero. Dipende però dalle alleanze. Se i 5 stelle strizzassero l’occhio alla Lega e a, rimorchio,  Fratelli d’italia ( la candidatura di Paragone, in fondo sembra fatta apposta per legare i due partiti), tempo pochi mesi e ci sarebbe la rivolta della base interna. Senza contare che il giovane ed inesperto Di Maio, non garantisce l’equilibrio e il carisma leaderistico  che gli elettori italiani chiedono. Potrebbe davvero finire con un ritorno al voto e con una legge elettorale meno farabutta e cervellotica di questa.

Certo pericolosità per pericolosità, meglio la guida a 5 stelle che un governo  Berlusconi, Meloni, Salvini, che ha già governato dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2011, accompagnando con sadica  incoscienza  l’Italia, a pochi  centimetri dal default. Del resto, anche adesso, come nell’estate del 2011, la troika è in agguato. Vorrebbe mettere le mani sugli ultimi gioielli ancora in mano all’Italia, e, nella logica dello strozzinaggio,  chiederà un paio di finanziarie extra:  lacrime e sangue per costringerci a vendere anche il Colosseo. Mario Draghi , lasciata la presidenza della Banca centrale Europea, è pronto. A maggior ragione, con un governo a guida 5 stelle, Wall street, il fondo monetario, la bce farebbero l’impossibile per commissariare in pochi mesi il nostro Paese, e papparsi anche l’ ultimo boccone. Un Di Maio premier ha insomma le sue controindicazioni. Ma  un Berlusconi  un Renzi ( o un Salvini) premier, per gli italiani sarebbero soluzioni ancor peggiori. E, soprattutto, già negativamente  sperimentate.