MESSICO: LA BESTIA IL TRENO CHE DIVORA I CLANDESTINI

DI ANTONIO NAZZARO

 

Il treno questo mostro sbuffante, il mito di una velocità a rompere distanze che sembravano infinite, lanciato alla conquista della frontiera e frontiera di tradotte umane all’inferno, simbolo rivoluzionario del Messico, come ogni mito del progresso svela la distanza tra lo sviluppo della macchina e il ritardo dell’umanità. La Bestia o anche chiamato il Treno della morte dagli immigranti centroamericani che attraverso le terre azteche cercano d’arrivare negli Stati Uniti una settimana fa è uscito dai binari provocando la morte di diversi clandestini e un gran numero di feriti.
La Bestia non è solo una rotta di treni che dal sud del Messico arriva alla frontiera con gli Stati Uniti ma è un confrontarsi di umanità distinte quella povera destinata alla solidarietà e quella che in questi giorni innalza muri. Secondo l’Istituto Nazionale della Migrazione messicano ogni hanno sono rimpatriati 250 mila clandestini e circa 50mila muoiono o sono vittime di mutilazioni. Nel 2017 nel Mediterraneo hanno perso la vita 5.022 persone.
Un viaggio che incontra l’umanità delle Patronas, donne messicane che ogni giorno preparano pasti posti in buste di plastica e prese al volo dai clandestini in un punto dove il treno rallenta la sua corsa e quella del sud del Texas che vede gruppi armati cacciare i clandestini come animali.
Nel mezzo di questi estremi l’ostinazione del disperato si fa poesia di pietra ne La Casa del Migrante di Saltillo(Messico), luogo che ospita i centroamericani di passaggio e che, attraverso un laboratorio di scrittura, ha liberato le voce di questi uomini:
Ho lasciato il mio paese Honduras, lasciando mia moglie incinta./Non ho ascoltato quello che mi dicevano: nel camino assaltano, sequestrano e uccidono./Non mi sono fermato./Arrivai a Veracruz, Tierras Aguas, luogo temuto./Ho visto un padre con i suoi due figli, condividevamo lo stesso destino./Ricordo, tra le nove e le dieci della notte un ragazzo si è alzato sul tetto del treno,/i rami assassini, lo buttarono giù dal treno./Abbattuto ho pensato di ritornare, mia moglie incinta: mi ha dato la forza./Una notizia bellissima: nasce mio figlio!/Continuerò! (…)
Continuare a rischiare la vita per dare una vita a tuo figlio.
Esiste guerra peggiore della fame?
Ma la disperazione si può superare con una speranza che non è solo arrivare a toccare il sogno americano ma qualcosa di più grande come in un verso della poetessa chicana Gloria Anzaldua: “Per sopravvivere alla frontiera bisogna vivere senza frontiere” ma al sogno di una nuova umanità sembra rispondere la poesia di un’altra migrante :
Signore dammi il visto e il passaporto/Metti il tuo nome in calce alla mia foto/Ferma il tempo e la migra(polizia di frontiera ndr)Un soffio, uno non di più aprirà il cammino (…).
Nel 1980 gli emigranti del centroamerica residenti negli USA erano 300 mila oggi hanno raggiunto una cifra che sfiora i 4 milioni, i dati si riferiscono ovviamente a coloro che hanno ottenuto il visto per restare negli Stati Uniti. Ma è una vera immigrazione o è quello che scrive un europeo di nome Bertolt Brecht: Sempre mi è sembrato falso il nome che ci hanno dato:
emigranti/ma emigrazione significa esodo. E noi/non siamo partiti volontariamente/scegliendo un altro paese./Non emigriamo in un altro paese/per lì stabilirci, meglio se per sempre./Noi siamo fuggiti. Espulsi siamo stati, confinati./E non è casa, è esilio il paese che ci accoglie. (…).
In una Europa che pensa che la guerra sia peggio della fame e che distingue tra chi scappa dalla guerra e chi scappa dalla fame è difficile far capire che non c’è differenza, ma c’è solo la stessa disperazione. Mentre scrivo la Bestia continua a mangiarsi gli uomini a farli a pezzi. Quanti progetti e quanta fame si eliminerebbe usando i soldi che il presidente Trump vuole investire nel muro che diventerà il più grande monumento, e forse lo è già, di una delle più grandi perdite del senso dell’umanità dell’uomo.
Chiudo questo viaggio quasi poetico sulla Bestia con una poesia che ha segnato l’ingresso della poesia in questo mondo in fuga scritta dal giovane poeta guatemalteco Jorge Aguilar Amado e da me tradotta:
La Bestia di Jorge Aguilar Amado (Guatemala)

Ho lasciato tutto
per un futuro incerto.
Ho abbordato innumerevoli vagoni di solitudine,
tristezza, incertezza e dolore.
Sono diventato uno sconosciuto in più,
sul treno verso il nord.

Ho sofferto le peggiori epidemie,
dall’illusione alla xenofobia.
dalla speranza fino al razzismo,
dall’amarezza fino all’ipotermia .

Sono le tre del mattino,
e un agonico fischio,
segnala l’uscita di Medias Aguas,
il mio corpo implora il riposo
e la mia mente gonfia
i polmoni invecchiati,
per sostenermi a un sogno distante
che si diluisce
nella longevità di un incubo.

Mi hanno diagnosticato un carcinoma spino-cellulare
sindrome di Ulisse,
stress post traumatico,
e una lunga lista
di malattie e acciacchi,
che neanche ricordo.

Né il Deserto di Sonora
né le corna del caprone,
né quelli dell’ultima lettera,
ci sono riusciti con me.

Ciò nonostante,
sono caduto nelle fauci della bestia,
e qualcosa di più importante di un arto,
mutilò la mia anima.
Quando mi chiedono
come sono sopravvissuto alla rotta dell’inferno
gli rispondo che non l’ho fatto,
la bestia…

mi ha divorato.