DORFLES: UN VIAGGIO ALCHEMICO ATTRAVERSO L’ARTE

DI SILVIA GIROTTI

 

L’arte è il risultato di un felice compromesso che scaturisce dall’incontro dell’idea con le tecniche e i materiali utilizzati dall’artista per realizzare il proprio pensiero”.
È una delle frasi che Gillo Dorfles, sessantasei anni fa, affidò al “Discorso tecnico delle arti”. Non solo una commistione tra estetica ed antropologia, ma un viaggio alchemico alla volta del Sé. Coraggioso perché figlio di un pensiero in contro-tendenza per l’epoca, dominata ancora dall’idealismo crociano.
Cos’è l’arte se non l’esternazione di un percorso evolutivo, nel susseguirsi di specificità tecniche distinte? Non è forse la continua forgiatura di una pietra filosofale, soggetta più volte al suo disfacimento?
È costruzione e distruzione nel perpetuo divenire dell’autore, intento ad intrappolare nel suo presente, l’essenza del futuro.
Egli non può prescindere dall’essere alchimista. E nemmeno può sottrarsi al suo compito di critico, nel dovere del dialogo tra anima e coscienza.
Se un’emozione si fissa sulla tela, attraverso il colore, un messaggio deve passare per l’intelletto. Così un quadro, portatore di vibrazione e archetipo, si fa simbolo di coloro che vi si riconoscono per emozione ed appartenenza.
Ma esso, in senso generale, è messaggero di una disciplina protesa, nella sua elevata funzione pedagogica, ad esaltare la sensibilità. Perché ogni cammino esperenziale inizia dalla cultura del senso estetico.
Ci sarebbe tutto un lavorio da svolgere, a cominciare dall’educazione artistica e musicale dei bambini. Ma siamo ai minimi termini da un punto di vista pedagogico. Comunque non bisogna rassegnarsi. La forza della sensibilità estetica – senza barriere di generi e linguaggi e applicata al quotidiano – è indispensabile per contrastare la dittatura dello sgradevole. Ho sempre cercato di guardare alla mia pittura con occhio critico, ma non ci sono riuscito quasi mai”.
La sua è stata una pittura clandestina, all’ombra della carriera di docente presso le Università di Firenze, Venezia, Milano, Trieste e di un’intensa attività letteraria strutturata sull’avanguardia della critica militante.
Nel 1948 fondò a Milano il “Movimento d’Arte Concreta”, assieme a Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet.
Un artista “con la pretesa di non fare ciò che facevano gli altri” e un critico con la conoscenza dei mezzi tecnici e mentali – Dorfles aveva anche una laurea in psichiatria – della pittura. Due aspetti di un’anima completa, abituata a calarsi nel buio della profondità per portarvi la luce della comprensione, esumando un sentire autentico. Quello che chiunque guardi ad un dipinto deve possedere per narrarlo. Pur se “la figura del critico non è affatto fondamentale […] un artista, se è un vero artista, è difficile che lo ascolti…”.
Triestino, classe 1910, padre goriziano e madre genovese, avrebbe compiuto 108 anni il prossimo aprile.
Assetato di conoscenza, aveva condiviso con Eugenio Montale una profonda amicizia, conversato con Italo Svevo, Cesare Pavese e Salvatore Quasimodo, facendosi incarnazione di una testimonianza culturale incisiva e spesso contraddittoria.
Nel primo Novecento erano infatti confluite correnti di pensiero diverse: da un lato il Positivismo e il Marxismo, dall’altro le tesi di Schopenhauer, Nietzsche e Freud.
Un apparato ideologico che nella produzione letteraria di Svevo aveva trovato un connubio coerente.
Chissà quale scossa deve aver percorso la mente del giovane Gillo, leggendo “Una vita” o “La coscienza di Zeno”, intrisi di quello stesso desiderio di esplorare l’inconscio.
Ma fu grazie a Goethe, da cui trasse le basi l’antroposofia steineriana sospesa tra filosofia e religione, che si sostanziò la volontà di aderire al precetto V.I.T.R.I.O.L. come fosse un bisogno dell’anima, fissato in quei disegni, realizzati tra l’estate e l’autunno 2016, esposti alla Triennale di Milano.
Un’imposizione essenziale che dal Tempio di Apollo a Delfi, attraversò la storia, passando per il viaggio dantesco, alla volta della verità.
Molti miei disegni sono provenienti dall’inconscio, quindi al di là della mia volontà di fare una figurazione determinata” disse all’allievo e filosofo Aldo Colonnetti, durante un dialogo apparso su “La Lettura” dell’8 gennaio 2017, enunciando un concetto che, molti anni prima, aveva espresso Luis Borges: “Ogni poesia è misteriosa; nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere”.
Un filo comune che nelle due produzioni – artistica e letteraria – divenne palesamento di un pensiero occulto o, comunque, non del tutto concettualizzato.
La tecnica di Dorfles, da materica e grassa tra il ’35 e il ’37, si fece più ricercata nel gioco dei contrasti tonali degli anni Ottanta, protagonisti anche di un’interessante decorazione di gioielli.
Ho dimenticato metà secolo e sto dimenticando l’altra metà perché voglio vivere nel futuro”.
Eppure il Novecento lo compenetrò appieno: aveva sette anni quando Lenin assaltò il Palazzo d’inverno, 12 quando Roma assistette inerme a quella marcia nera e 58 quando Praga visse la sua Primavera.
Anti-nazista precoce, “pur amando la cultura tedesca” e mai appassionato di comunismo militante, avversò i totalitarismi, contribuendo al rinnovamento dell’estetica italiana e alla resa dell’arte sempre più indipendente dalla politica.
Antenna sensibilissima sulle tendenze in atto, studiò ogni espressione comunicativa: dal teatro al cinema, dalla pittura alla fotografia, dalla filosofia al design, delineando una modernità che andava ben oltre la Pop Art. Essa si estrinsecava piuttosto nel pensiero tecnologico applicato alla vita.
Devo dire, sarà mia ignoranza, ma non ho mai capito cosa voglia dire questa formula [‘Secolo Breve’ ndr] piuttosto infelice. No, no, direi che è stato molto, molto lungo!