LEGA NORD: BOSSI E SALVINI DUE ANIME SEMPRE PIÙ DISTANTI E IN GUERRA

DI LUCA SOLDI

 

 

Complici certi sondaggi Salvini pare abbia pensato bene di far saltare certi accordi nascosti fra lui ed il vecchio leader Bossi. Ma il sabotaggio appare adesso una operazione del tutto intempestiva e controproducente.
Si, perché gli accordi fra i due galantuomini, tra Bossi e Salvini, miravano a tenere in vita una sorta di pax-leghista che tanto avrebbe fatto comodo. Una pace ch’è saltata in modo fragoroso prima con Maroni e poi con il fondatore della Lega.

Un vero e proprio accordo segreto tra Salvini e Bossi, datato 26 febbraio del 2014 in cui era precisato che “Bossi concorrerà a proporre candidature in posizione di probabile elezioni, previo accordo con il Segretario nella misura del 20 per cento”.

Allo stesso tempo i due leader leghisti avrebbero fatto a meno di portare avanti ben nove procedimenti giudiziari pendenti degli uni contro gli altri: opposizione a pagamenti di parcelle, denunce per calunnie, citazioni per diffamazione, esecuzioni giudiziarie. Insomma, ponevano fine a una vera e propria rissa fratricida tra ‘camicie verdi’.

In sostanza la ratifica della Pax Leghista a caro prezzo, concretizzata da una parcella di 200mila euro da versare all’avvocato di Bossi, Matteo Brigandì e la revoca di ogni mandato, invece, al legale prossimo all’ex segretario Roberto Maroni, Domenico Aiello.

Ma il gruzzoletto parrebbe non essere bastato a calmare le acque se non che per poco tempo. Alcuni colpi sotto banco avrebbero fatto scoppiare di nuovo la rissa fra le due anime leghiste.

La goccia che avrebbe fatto saltare il clima idilliaco sarebbe stata una denuncia nei confronti di un funzionario della Lega per essere stato dipendente del Gruppo Regionale del Piemonte mentre invece lavorava per conto dell’avvocato di Bossi. Brigandì, appunto l’avvocato sodale a Bossi, difendendo quel funzionario leghista indagato avrebbe acquisito le testimonianze di due impiegate amministrative presso la Lega del Piemonte e della Lombardia.

In sostanza le accuse, che sembra certo saranno depositate in procura, adesso verrebbero rimandate a quelli che nella parte avversa della Lega sarebbero apparsi come i mittenti: “C’erano dipendenti della Regione – avrebbero dichiarato le due testimoni – che lavoravano per conto della Lega Nord. Tra loro anche alcuni candidati alle prossime elezioni del 4 marzo”.

Delle due donne, la prima L.Z. impiegata amministrativa presso la Segreteria Nazionale Lega Nord Piemonte, avrebbe sottocritto di aver sentito che “in segreteria regionale Cota, capo della Lega Piemonte, con Allasia, Maccanti e Carossa decidevano a chi dovessero spettare i posti di collaboratore del Gruppo con i relativi emolumenti”.

Ed ancora:”Non tutti gli assunti in Consiglio Regionale prestavano la loro opera per l’attività del Gruppo. Il personale strettamente impiegatizio sì. Tutto l’altro personale svolgeva attività in altre sedi e a favore del partito e non del Gruppo”. “Praticamente – sottolinea l’impiegata – i segretari provinciali del Piemonte avevano un contratto con la Regione Piemonte o all’ufficio di Presidenza o al Gruppo Regionale e svolgevano attività per il partito politico”.

L’altra testimone E.G.B., anche lei impiegata amministrativa presso la sede regionale della Lombardia della Lega Nord. “La gestione dei contratti di collaborazione – avrebbe spiegato – al Gruppo regionale, agli assessorati e alla presidenza della Regione erano principalmente gestiti dal capogruppo Galli e dal segretario della Lega Lombardia Giorgetti. Era Giorgetti che caricava il costo dei collaboratori interni al partito e che per questo lavoravano, chiedendo al Gruppo, agli assessori o al presidente, quando era nostro, di farsene carico”. “Era una prassi costante – avrebbe confermato E.G.B – che si usassero i posti messi a disposizione dalle Regioni per pagare soggetti che lavoravano al partito”.

Le reazioni della parte avversa, dell’avvocato di Bossi sarebbero state tempestose: “Accuse gravissime”. “Salvini chiarisca”. “Ecco perché il segretario del Carroccio non si è costituito contro Bossi e Belsito”. “Abuso di soldi pubblici”. “La Lega ha sempre fatto un uso politico delle istituzioni, asservendole al partito”. “Se accuse verificate, gravi ipotesi di reato”. “La Lega scivola sempre sui soldi”. Le accuse dell’avvocato di Umberto Bossi contro la Lega suscitano naturalmente è volutamente la reazione dei partiti del centrosinistra. La vicenda, pubblicata da Repubblica, piuttosto intricata ma ghiotta viste queste ore di vigilia al voto, rischia di disturbare la campagna elettorale di colui che in ogni caso sembrerebbe il vincitore della prossima tornata elettorale.
La Lega, i suoi vertici torna dunque a macchiarsi dei soliti peccati ed a farsi guerra al proprio interno .

Fra i più infervoriti contro il carroccio, Andrea Mazziotti, capolista di +Europa nel collegio Lombardia 2 che dichiara: “La Lega ha monetizzato le candidature. Salvini, per evitare grane giudiziarie, aveva regalato a Bossi il 20% delle candidature e 450.000 euro, oltre a promettere che non si sarebbe costituito parte civile nel processo penale sui finanziamenti pubblici spesi illegalmente. Io sono candidato nella stessa circoscrizione di Bossi ed è giusto che i cittadini di Varese sappiano in che modo pulito e trasparente sono nate le candidature della Lega. E meno male che loro sono quelli che chiedono che a scegliere siano i cittadini!”.

Dello stesso tono Giulio Marcon, capolista di LeU in Veneto: “La lega scivola sempre sui soldi. E mentre sui palchi fanno annunci roboanti intrisi di egoismo e di razzismo, nel retro si accoltellano fra di loro per posti, per chissà quali ricatti o scontri di potere. E questi dovrebbero governare l’Italia? Lasciamo perdere. Fra i diamanti Tanzianiani di Belsito e il giuramento blasfemo sul Vangelo c’è tutta un’area grigia e paludosa che li contraddistingue”.

Strumentalizzazioni dell’ultimo minuto? Roba che fanno tutti? Forse, la la storia della Lega però è costellata di vicende del genere ed altre ben peggiori. Di vere e proprie travi nascoste malamente sotto il tappeto delle proprie valli.

Tornano alla mente fatti non proprio lontani di quando Giulia Martinelli, madre della seconda figlia del segretario del Carroccio era stata assunta a chiamata nella Regione Lombardia leghista Roberto Maroni.

Oppure quando la ex moglie Fabrizia Ieluzzi era stata per quasi dieci anni al Comune di Milano, anche lei assunta a chiamata dal 2003 e poi confermata più volte prima da Gabriele Albertini e poi dalla giunta di Letizia Moratti.

Cambiavano sindaci, direttori generali, assessori ma lei rimaneva lì: 18 ore settimanali, tre al giorno, con compensi tra i 20 e i 36 mila euro annui (come da contratti che il Fatto aveva diffuso.

Anche di questi casi, Salvini di parentopoli proprio non voleva sentir parlare ed erano fioccati i distinguo. Anzi, con il tempo il leader leghista, aveva proseguito le sue campagne moralizzatrice. Fra tutte le vicende sull’ex tesoriere della Lega, Francesco Belsito, quando spuntò la cartelletta “the family” con le spese e le paghette da migliaia di euro ai figli dell’allora Capo, Umberto Bossi, Salvini bolliva di rabbia sfogandosi sui social: “La mia paghetta era 500 lire”.

Si dimenticava che pochi mesi prima i due erano in “vacanza” insieme, immortalati sul quad del Trota mentre scarrozzano felici e contenti.