IL MEDICO ANTI PFAS: PRESSIONI DELLA REGIONE VENETO SU DI ME? SPERO NON C’ENTRI LA MIA CANDIDATURA

DI MARCO MILIONI

Vincenzo Cordiano è il medico vicentino che tra i primi in assoluto parlò di emergenza Pfas, il caso da contaminazione da derivati del fluoro che ha interessato tutto il Veneto centrale. Una vicenda di proporzioni immani ancora tutta da scrivere, finita a più riprese su tutti i media nazionali.

Recentemente un gruppo di genitori impegnato proprio nel cosiddetto fronte dei «no Pfas» ha raccolto un contributo di un migliaio di euro a suo favore. Nella nota che ha accompagnato l’iniziativa si parla di un contenzioso che riguarda il medico davanti al giudice del lavoro che lo ha visto soccombere in una richiesta di danni per presunto mobbing patito dalla Ulss da cui dipende, l’Ulss 8, che comprende il capoluogo vicentino e la parte occidentale della provincia. E che prima della riforma che ha ridotto il numero delle unità sanitarie venete si chiamava Ulss 5.

Ma di che cosa si tratta esattamente? La vicenda, racconta il medico, che è candidato per Leu a palazzo Madama, ha una sorta di prologo nel non facile rapporto con la sua azienda sanitaria di appartenenza. «Nel nel 2013 – ricorda infatti Cordiano – mi fu comminata una censura scritta per aver divulgato pubblicamente alcune mie considerazioni sulle stime del Registro tumori del Veneto. Secondo queste ultime nelle Ulss vicentine, Bassano esclusa, si parlava di un aumento impressionante di alcune patologie, in alcuni casi ci si trovava di fronte a cifre attorno al 40%. Tanto che per alcune Ulss notai dai dati che linfomi e leucemie erano aumentati in modo sproporzionato rispetto alla media veneta. Prima che ai giornali, lo stesso documento fu inviato alla direzione generale della mia Ulss, a tutti i medici dell’azienda sanitaria, senza ricevere risposta alcuna o manifestazione di interesse. Inviai il tutto anche ai politici regionali e ai sindaci del Vicentino. Mi rispose solo il primo cittadino di Cogollo del Cengio, comune non interessato dalla vicenda Pfas».

Oggi però l’aria si arroventa ancora perché ai primi di marzo Cordiano (in foto) potrebbe essere chiamato a rispondere di nuovo in sede disciplinare mentre fioccano le diffide anche all’Isde di cui Cordiano è presidente della sezione veneta. La paura da parte delle famiglie è che possano manifestarsi indebite pressioni «per la coraggiosa opera di sensibilizzazione» condotta negli anni dal medico vicentino di origini calabresi.

E tant’è che proprio in quel documento del 2013 Cordiano peraltro ipotizzò un ruolo per i Pfas, noti anche come sostanze perfluoro-alchiliche. Per vero va ricordato che sia l’Ulss, sia la Regione Veneto, proprio in tema di Pfas, hanno sempre sostenuto di avere tenuto una condotta trasparente: tanto da approntare, tra le altre, due pagine web in cui ogni dato e ogni considerazione sulla contaminazione sono aggiornati secondo le informazioni che via via giungono agli uffici.

Senta Cordiano all’epoca della sua segnalazione del 2013 l’Ulss come rispose?
«La risposta della mia azienda sanitaria fu una censura scritta per danno all’immagine della stessa in quanto, mi si passi il termine, avevo osato, qualificarmi come dipendente dell’Ulss, noché per avere diffuso notizie di cui ero venuto in possesso durante l’esercizio della mia professione di ematologo presso l’ospedale di Valdagno».

In che modo ebbe origine la procedura?
«Il provvedimento disciplinare prese origine da una segnalazione dell’allora giunta comunale di Lonigo, uno dei comuni più colpiti dall’inquinamento da derivati del fluoro, giunta all’epoca assai vicina al Pd. Di quell’esecutivo peraltro facevano parte anche importanti funzionari della allora Ulss 5 Ovest Vicentino, oggi nota come Ulss berica o Ulss 8. In quella occasione la giunta si disse preoccupata dal fatto che un dipendente dell’azienda, ovvero il sottoscritto, andasse dicendo sui Pfas cose diverse dalla cosiddetta versione ufficiale delle istituzioni. Poi andò a finire come tutti sanno».

Come?
«L’affaire Pfas è divenuto un caso nazionale. Ma non voglio bearmi di essere Cassandra che ci indovina sempre. Stiamo parlando di salute».

Ma più di recente è capitato dell’altro?
«Più di recente ho ricevuto alcuni richiami da parte della mia Ulss di appartenenza, sempre la 8, affinché non mi occupassi di Pfas. Tenga presente che di mestiere io faccio l’ematologo. E che sono anche presidente della sezione Veneta di Isde-medici per l’ambiente. Il sangue è la mia professione. Ad ogni modo poiché ho ritenuto questa condotta poco consona, condotta che a mio giudizio perdura anche sotto la nuova dirigenza, ho chiesto al giudice del lavoro di valutare se tale atteggiamento da parte dei vertici sanitari potesse configurarsi come mobbing».

E con quale esito?
«Il giudice pur avendo acclarato le pressioni non ha convenuto che queste abbiano configurato una azione di mobbing nei miei confronti. Così, archiviata la posizione dell’Ulss ha chiesto al sottoscritto di pagare le spese legali per un valore di mille euro. Un gruppo di cittadini della cosiddetta zona dei Pfas che abbraccia aree del Veronese, del Vicentino e del Padovano, ha deciso di supportarmi accollandosi quella somma. Si tratta di un gesto di alto valore, anche simbolico, che ho apprezzato molto e che, non lo nascondo, mi ha commosso».

Perché?
«Perché conferma la fiducia in una persona che da anni su questi temi ha condotto una battaglia senza tentennamenti. Battaglia che non è personale, come spesso affermato da certi giornali, ma è l’espressione corale di un popolo contaminato e del convinto supporto di molti colleghi, professionisti di altre discipline, nonché degli iscritti a Isde non solo nel Veneto: tutte persone da sempre convinte della pericolosità dei Pfas e degli altri interferenti endocrini».

Ma come si sarebbero concretizzate queste pressioni, quanto meno più di recente?
«Si tratta di una vicenda complessa».

Ovvero?
«Nel giugno del 2017, l’Ordine dei Medici di Vicenza e la presidenza nazionale di Isde Italia, ricevettero un dossier nel quale l’amministrazione della Regione Veneto aveva provveduto a catalogare i miei comunicati stampa. Si tratta di una raccolta di post del mio blog personale, di diapositive proiettate nel corso di interventi pubblici e di documenti ufficiali diramati a nome di Isde Veneto e di Isde Italia. Il dossier era accompagnato da due lettere: una della direzione generale della Ulss 8, quella da cui dipendo. E l’altra da parte della Segreteria regionale della sanità veneta, il massimo organo amministrativo in seno alla Regione in materia di salute».

Nel concreto che cosa è accaduto?
«In concreto si diffidava il sottoscritto e pure Isde a pronunicarsi ancora sulle attività della Regione Veneto nonché su altri enti che nel Veneto si stanno occupando del disastro ambientale da Pfas».

In che modo le sarebbe stato manifestato questo disappunto? Per caso le è stata contestata la valenza scientifica delle sue affermazioni in pubblico?
«No, in questi anni non sono mai stato contatto dalla dirigenza locale e regionale per essere sentito. Le istituzioni, con qualche rara eccezione non hanno mai accettato di confrontarsi pubblicamente con Isde».

Che cosa è davvero grave per lei?
«La cosa a mio giudizio grave e assurda è che queste doglianze sotto forma di diffida siano state inviate non solo alla presidenza nazionale di Isde ma anche all’Ordine dei medici della provincia di Vicenza. Vorrei ricordare che Isde è una associazione scientifica internazionale riconosiuta dall’Oms»

E quale è stata la risposta?
«In sostanza i due destinatari hanno spiegato che non ravvisavano nella condotta del sottoscritto alcunché di anomalo. Il presidente nazionale di Isde Roberto Romizi in una risposta molto educata si è anche detto disponibile ad un incontro per chiarire le posizioni di ciascuno. Ma la direzione della Segreteria della sanità del Veneto non si è fatta più viva. E siamo ormai a distanza di un anno. Non aggiungo altro».

E l’Ordine dei medici?
«Credo che il Consiglio dell’ordine dei medici di Vicenza abbia cestinato all’unanimità quella doglianza, ma non ho notizie precise».

Più in generale lei che impressione si è fatto della vicenda?
«Sono sconcertato e senza parole. Basti pensare che il 2 di marzo sono stato convocato ancora una volta dai vertici della mia Ulss».

E il casus belli stavolta qual è?
«É stato la pubblicazione di un comunicato stampa del comitato direttivo di Isde Veneto, che io ho firmato in qualità di Presidente, nel quale esprimevamo le nostre riserve e i nostri suggerimenti sulla opinabile decisione di iniziare la plasmaferesi per “pulire” il sangue degli adolescenti contaminati senza prima aver concordato un protocollo con l’Istituto Superiore di Sanità in una coi comitati etici».

Detto in soldoni voi di Isde avanzate alcune riserve, vero?
«Sì. Queste riserve, che noi di Isde avanzammo ancora una volta per primi e in epoche non sospette, ricordo sono state poi fatte proprie dal ministro della salute Beatrice Lorenzin, dal presidente dell’Istituto superiore di sanità Gualtiero Ricciardi, nonché da presidenti di società scientifiche e di associazioni nazionali di donatori».

Mi scusi ma in questo dispaccio voi di Isde avevate almeno citato l’Ulss 8?
«No. Nonostante questo la direzione generale dell’Ulss, dopo aver letto un servizio pubblicato sull’Arena di Verona che riportava i passaggi principali di quella nota dell’Isde, ha ritenuto doveroso informare l’Ufficio provvedimenti disciplinari della stessa azienda, affinché valuti se avviare un procedimento in quanto non avrei rispettato una diffida inviatami nel giugno 2017».

Lei teme che questa azione combinata di Ulss e segreteria generale della sanità, che dipendono da una Regione retta da una giunta a trazione leghista possa avere una ragione politica, dal momento che lei è candidato al Senato per Leu, una formazione tra le più critiche col Carroccio?
«Io voglio credere di no. Se invece ci fosse un mandante politico o legato a qualche interesse particolare sarebbe una cosa schifosa: non solo per la bassezza del gesto. Ma perché si tratterebbe di un gioco sulla pelle della salute della gente, nonché di un attentato ai diritti civili, alla libertà di parola e di stampa di un cittadino come me. Il quale prima di essere dipendente di una qualsiasi azienda, è un medico che si è impegnato solennemente a rispettare il giuramento ispirato da Ippocrate: per non parlare del nostro codice deontologico».

Senta dottore, sul versante strettamente scientifico Isde Veneto si è collegialmente espressa sulla questione della plasmaferesi come metodica per contrastare la presenza di Pfas nell’organismo umano. Questo è un argomento bollente. Quali sono le vostre perplessità al riguardo?
«Noi, con spirito di dialogo anche nei confronti dell’assessorato alla salute veneto che caldeggia per questa soluzione, abbiamo posto sul tappeto alcuni dubbi. La plasmaferesi è una metodica, una sorta di lavaggio del sangue, mai sperimentata per i Pfas. Di più si tratta di una procedura non esente da ricadute di un certo rilievo sul paziente, non è priva di rischi, soprattutto nella sua versione diciamo così più pesante, nota come scambio plasmatico totale. È anche molto costosa».

Che si può aggiungere quindi?
«Questa eventualità andrebbe studiata a fondo prima di prendere una decisione. Bisogna capire quando i pfas presenti nei residenti della zona contaminata, i lavoratori meriterebbero un discorso a parte, si possano ridurre a fronte di due strategie: da una parte una minore esposizione dovuta a misure di pubblica sanità eventualmente assunte dalle istituzioni come l’obbligo dei filtri o meglio il divieto di approvvigionamento idrico con fonti contaminate. Dall’altra c’è la sperimentazione con plasmaferesi. I dati raccolti sino ad oggi questo dubbio lo lasciano. Non dimentichiamoci che, sempre parlando di derivati del fluoro, le autorità hanno assunto alcuni provvedimenti assai in ritardo».

Come e quando si sarebbe potuto agire?
«Su cosa si sarebbe potuto fare e su che cosa andrebbe fatto in futuro ci sarebbe da parlare per giorni. Dico solo che se la Regione ed altri enti ci avessero dato ascolto prima sarebbe stato meglio. Il bello, o il brutto, è che spesso poi fanno ciò che Isde suggerisce. Ma lo fanno dopo. Sempre troppo tardi».