4 MARZO 1943, LUCIO DALLA, UNO DI NOI, MA PER LA LEGA ERA UN “TERRONE”

DI RAFFAELE VESCERA


Lo incontrai all’alba in un bar di fronte alla stazione di Termoli, a metà agosto del 1980. Era arrivato in treno da Bologna per imbarcarsi per le Isole Tremiti, dove aveva casa a picco sul mare, a Cala Matano, che diede il nome ad un suo disco e gli ispirò la meraviglia di “Come è profondo il mare”. Beveva un caffè al banco, era la prima volta che lo vedevo dal vero, lo riconobbi e chiacchierammo come due vecchi amici. Lui era così, antidivo per eccellenza, umile come i veri grandi: se i sapienti sanno di non sapere, i grandi non sanno di esserlo.
Nella stessa Termoli, dov’era di casa, nessuno lo importunava con manifestazioni di adorazione, a parte i bambini che gli facevano stuolo festoso. Memorabili sono i concerti organizzati da Lucio alle Tremiti, gratis per appoggiare la lotta contro le trivelle. Ci fosse stato ancora, sarebbe stato in prima fila, come sempre, per difendere il suo mare.

Il suo amore per Napoli e per il Sud era sconfinato. Lui stesso si diceva avesse sangue pugliese. A Manfredonia, negli anni ’40, la madre bolognese che lavorava come domestica in una ricca famiglia del luogo, si innamorò di un pescatore con il quale avrebbe concepito Lucio. Ricordate la canzone “4 Marzo 43” , inizia con un “Dice che era un bell’uomo e veniva dal mare…”. Non ci fu matrimonio tra quell’uomo che non riconobbe il figlio e la mamma, che tornò nella sua Bologna dove il 4 marzo di 75 anni fa diede al mondo Lucio.
Dalla, da grande, ritornò ripetutamente a Manfredonia, alla ricerca del padre perduto, e imparò a perfezione a parlare il dialetto del posto. il suo amore per il Sud era sconfinato.

Lo rividi, nel febbraio 2012, a Foggia, dov’era venuto per presentare il suo nuovo spettacolo sul grande cantautore pugliese Matteo Salvatore, padre del folk italiano, scomparso da poco, tratto dalla sua autobiografia “La luna aggira il mondo e voi dormite” raccontata ad Angelo Cavallo, suo ultimo manager artistico, libro di cui ho curato l’editing per Stampa alternativa. Con il poeta contadino Matteo Salvatore ho goduto un’amicizia privilegiata.
Matteo Salvatore, pur analfabeta, ha saputo raccontare in musica con parole struggenti la vita e le sofferenze dei braccianti negli anni del fascismo e del dopoguerra. Sofferenza che nessuno scrittore pugliese dell’Ottocento o del Secolo breve, ligio ai dettami borghesi sostenuti dalla filosofia crociana, ha voluto mai narrare, come invece avveniva altrove al Sud, più di tutto in Sicilia, in Sardegna, ma anche in Calabria, dov’era meno pregnante l’influenza di Benedetto Croce, intellettuale meridionale ma diffamatore delle ragioni del Sud, ragioni pur esposte tra le righe da grandi narratori quali Verga, Capuana, De Roberto, Pirandello, Tomasi di Lampedusa, Alvaro, Deledda Camilleri e altri ancora in versi da grandi poeti come Scotellaro e altri in Basilicata. Dobbiamo al cantore Matteo Salvatore la salvezza della memoria letteraria pugliese.

Lo spettacolo di Lucio Dalla, tratto dal libro, diretto dal regista Cosimo Damiano Damato, era bellissimo, ma facemmo in tempo a vederne appena la prima, al Petruzzelli di Bari, fu un successo, il giorno dopo Lucio partì per Montreaux. Dove morì, era il 1 marzo del 2012.
In quegli stessi giorni, nacque la mia amicizia con Pino Aprile, e l’idea di fare uno spettacolo con lui ed Eugenio Bennato, “Profondo Sud” anch’egli grande amico ed estimatore di Matteo Salvatore. Realizzammo questo spettacolo, tratto dal best seller Terroni, di Pino Aprile, con interventi musicali di Eugenio Bennato, grazie a Marcello Corvino, un amico, come me foggiano, titolare della casa di produzione bolognese Promomusic, la stessa che produceva lo spettacolo di Lucio Dalla ed altri grandi come Moni Ovadia, che poi sostituì Lucio nel ruolo di Matteo Salvatore. Ma questa è un’altra storia.

Alla morte del grande Dalla, Radio Padania attaccava con un delirio razzista: “Lucio Dalla un italiota. Colpa della mamma che non era padana”.
“l’emittente ufficiale della Lega, ha pensato bene di uscire dal coro, all’interno della trasmissione “Arte Nord”, affidando un de profundiis tutto suo a Andrea Rognoni, già sodale di Mario Borghezio. In poche battute il succo sarebbe questo: Dalla era un italiota perchè era Italiano sì, ma non “padano”.
Lucio Dalla, come si ascolta a inizio puntata, secondo i leghisti sarebbe simbolo di un’“Italia che non vorremmo”, perché cantore delle “esigenze e delle richieste” che vengono dal Sud. Il motivo, è di natura razziale, secondo Rognoni: “Il babbo era padano, ma la madre no”. Insomma la condanna è a quell’ “eclettismo un po’ fazioso e calcolato del cantautore, mirato ad accontentare tutti i gusti del pubblico. Specialmente quello del centro-sud”. Così scriveva il Corriere.it.

Immediato il commento di Pino Aprile su Fb: “Ma davvero tal Rognone o Rognoni ha detto a Radio Padania che Lucio Dalla sarebbe incompatibile con i gusti leghisti, per un difetto, come dire?, Genetico: terrone da parte di madre!?!?!?  Se è così, il Rognone/i (poi dice che i nomi capitano a caso…) ci ha finalmente spiegato perché il trota è trota! Ora, vada a spiegarlo a Bossi padre e, soprattutto, alla mamma sicula del trota. L’incompatibilità di Dalla con la lega conferma la grandezza di Dalla e la vacuità del pensiero (sto scherzando…) leghista”.