COSE FONDAMENTALI CHE PENSAVO DI “POTERE AL POPOLO” E MI SBAGLIAVO

DI FRANCESCA FORNARIO

Cose fondamentali che pensavo di Potere al Popolo! e mi sbagliavo.

1) Che dovessimo candidare economisti e costituzionalisti, perché è pervertendo le regole dell’economia a beneficio dei pochi che hanno impoverito i molti, e li hanno resi precari, ricattabili, soli e disarmati. È svuotando la Costituzione come si faceva a casa mia con il barattolo della Nutella – che si mangiava scavando fino al fondo, lasciandone un poco sulla superficie interna del barattolo, così che da fuori sembrasse pieno – che la democrazia è rimasta sulla carta ed è sparita dai luoghi di lavoro, dalle piazze e dalle scuole. «Va bene l’auto-rappresentazione della lotte, dicevo, va bene candidare i No Tav, i No Muos, i No Triv, i No Tap, i No Grandi Navi, ma avremo anche bisogni di chi, in tv, sappia spiegare che cosa ha comportato l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione, la fine della scala mobile, la privatizzazione della Banca d’Italia, il Jobs act… noi lo sappiamo, lo abbiamo studiato, siamo in molti, ma servirebbe qualcuno che abbia i titoli accademici per…». Non serviva. Non era necessario per fare quello che abbiamo fatto. Bisognava che a candidarsi fosse chi il lavoro interinale lo avesse subito sulla propria pelle. Chi ha perso il posto di lavoro per gli appalti al massimo ribasso e ha combattuto per riaverlo, come Stefania Iaccarino. Bisognava candidare chi aveva subito e resistito all’esproprio di un piccolo fazzoletto di terra per costruire opere grandi e inutili, nel nome della stessa Costituzione che consentirebbe ai governi di espropriare le aziende che sfruttano i lavoratori, inquinano le terre, chiedono soldi pubblici e poi delocalizzano per fare profitti. Bisognava candidare chi in questi anni ha resistito, denunciato, lottato ma anche subito. Così è stato fatto quel che è stato fatto. Dare protagonismo a chi in questi anni si è sentito solo, tradito, abbandonato, che in Potere al popolo si è riconosciuto, sentito accolto, rincuorato, deciso a combattere ancora, ancora meglio. È quello che hanno fatto in compagni all’Ex Opg, lo sapevo, lo avevo visto con i miei occhi, ma per qualche ragione non mi riusciva di connettere quelle pratiche con la rappresentanza politica nelle istituzioni, che mi era sempre sembrata una cosa da addetti ai lavori parlamentari. Eppure le ho lette le biografie di chi ha lottato anche ai vertici dei sindacati e delle istituzioni per ottenere i diritti dei lavoratori. La biografia di Giuseppe Di Vittorio che stendeva la calce sul muro e scriveva con un tizzone di carbone perché la carta costava troppo ma lui voleva imparare a scrivere, che  vendeva il suo unico cappotto per  comprare i libri. Questo fanno ogni giorno all’ Ex OPG Occupato – Je so’  pazzo, lo vedo da anni: sollevare gli sfruttati dall’abbandono, dall’egoismo, dal rancore. Non è poi questo è il compito di chi sta nelle istituzioni? Rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di essere uguali, assicurare un’esistenza libera e dignitosa. Così funziona e a questo serve il doposcuola popolare, l’ambulatorio, lo sportello migranti. Non solo ai migranti ma a chi li aiuta, non solo ai bambini che imparano a scrivere e a leggere ma agli adulti che insegnano loro a leggere e scrivere, non solo agli ammalati ma a chi li cura.
Potere al popolo non è la ricetta, è la terapia, è la cura. Non dice solo quello che bisognerebbe fare una volta andati al governo, scrivendo nel programma tutto quello che avevo sempre sperato di trovarci scritto, ma fa quel che bisogna fare ogni giorno. Me ne sono resa conto in questi mesi passati a girare l’Italia, ogni giorno in una città diversa. Ho capito come abbiamo fatto a fare 160 assemblee e che scegliessero i candidati sui territori, ho capito come sono venute fuori il 60 per cento di donne candidate senza che nessuno lo avesse imposto. “I territori” sono la categoria che avevo sempre sentito evocare e mai davvero valorizzare nelle precedenti campagne elettorali “di sinistra radicale”. I territori, nel migliore dei casi, venivano visti come espressione di bisogni e vertenze locali. Cosa fare per quel territorio? Bisognava domandarlo a chi lo stava già facendo! Bisognava battersi per portare in Parlamento chi lo stava già facendo e non offrirsi di dare rappresentanza alle loro istanze. Battersi per le loro istanze: è una cosa che ho visto fare con le migliori intenzioni ma che non ha mai funzionato, e solo in questi due mesi ho capito perché. Perché si confondeva il mezzo con il fine. Il fine non era fermare le trivelle o la Tav o la privatizzazione dell’acqua pubblica o la delocalizzazione di Embraco. Quello è il mezzo. Perché dopo Embraco avrebbero delocalizzato altre fabbriche, dopo l’acqua a avrebbero privatizzato la sanità, dopo la Tav avrebbero costruito il Ponte sullo Stretto. Il fine è quello che si prefigge Potere al popolo: valorizzare la lotta di donne e uomini che con il loro esempio e le loro parole sanno insegnare a tutti gli altri a lottare. Sanno farci venire voglia di farlo, contagiarci con il loro entusiasmo. Sanno farci diventare di più. Ogni giorno ho collezionato storie di lotta. L’operaio Bruno che ferma la catena di montaggio quando vede un altro operaio pisciarsi addosso perché non lo mandano in bagno. La maestra Roberta che chiama a scuola uno del sindacato per insegnare agli studenti costretti all’alternanza scuola lavoro che cos’è uno sciopero, un contratto, un diritto, prima che la scuola li spedisca a friggere patatine gratis. La volontaria che andava a Ventimiglia e si sedeva sugli scogli tra i migranti che cercavano di varcare il confine e su una lavagna scriveva “Scuola di Italiano”, e a quelli che le si facevano intorno cominciava a insegnare, e per questo la polizia ha cominciato a fermarla e a tirarla giù dal treno. L’operaio in pensione che con orgoglio si batte per quel nostro punto di programma – lavorare a 32 ore a parità di salario – perché si ricorda di quando, prima delle 40 ore, per sei mesi all’anno non vedeva mai il sole. Ogni giorno avrei voluto fermarmi e scrivere le loro storie ma c’era da partire e andare in un’altra città, da altri lavoratori in lotta, e a quelli del giorno dopo raccontavo l storie di quelli del giorno prima. Vi ringrazio, una per una, uno per uno.

2) Che potere al popolo fosse un nome sbagliato, perché il potere è una fase regressiva e il popolo è anche quello che vota Berlusconi. Eppure sapevo che non servivano la falce e il martello per parlare agli sfruttati, lo sapevo perché per scrivere di loro li incontro e ci parlo, in fabbrica, nei capannoni della logistica, nei negozi di abbigliamento. E so che per un lavoratore che lotta ce ne sono cento che subiscono in silenzio: qualcuno per paura, i più perché sono convinti che quello sia il loro destino e che sia giusto così. Giusto che l’82 per cento della ricchezza dai lavoratori finisca nelle tasche dell’uno per cento dei più ricchi tra i datori di lavoro che sono in genere quelli che non lavorano. Giusto non avere ferie e maternità, giusto fare la pausa a fine turno invece che a metà, giusto lavorare il sabato e la domenica e la notte, giusto emigrare e non poter tornare. Sapevo che se scrivo “classe” i lettori del Fatto Quotidiano e di qualunque altro quotidiano che non sia Il Manifesto pensano che stia parlando dell’aula scolastica, sapevo che era inutile dirgli del plusvalore e da anni cerco altre parole, le parole che ero in grado di comprendere prima di aver studiato, perché vorrei avessero la fortuna che ho avuto io, quella di capire come sono andate le cose: “È una rapina”, “Un furto legalizzato, ti stanno derubando…”. In questo mese di volantinaggi nei mercati e di comizi in piazza ho visto con i miei occhi gli sfruttati riconoscersi nel Popolo, capire che stavamo parlando di loro, con loro, per loro quando dicevamo Popolo. Ho capito che le parole sono quelle giuste quando se ne comprende il significato. Che poi, lo sapevo. Per questo avevo fatto leggere il romanzo a una diciottenne chiedendo che mi togliesse tutte le parole che non capiva. Aveva lasciato solo “fenditure”, che era andata a cercarla sul vocabolario. E allora ‘sticazzi della falce e martello, ‘sticazzi di menarci tra negriani e lavoristi e maoisti e trozkisti e sovranisti e internazionalisti tra noi che ci battiamo per la stessa cosa: liberare gli oppressi dagli oppressori. Aiutare gli oppressori a liberarsi. Per convincerli, bisogna che ci comprendano quando parliamo, o finisce che votano quelli che non li convincono ma almeno li capiscono. Ai partigiani che chiamavano Garibaldi la loro brigata, che issavano il tricolore e la bandiera rossa, che sognavano l’unità degli operai di tutto il mondo, non gli passava per la testa di ammazzarsi tra loro perché ad ammazzarli c’erano i fascisti, allora come oggi, solo che oggi si chiamano con un nome diverso ma sempre quello vogliono: fare la guerra, arricchire i ricchi, togliere i diritti civili, affamare i lavoratori.
Ogni tanto sono stata tentata di rispondere a chi criticava una singola frase di Viola, a chi scriveva che siccome sei contro la Nato sei con Putin che tortura i gay e siccome sei contro i trattati europei che mettono i lavoratori in competizione e favoriscono i ricchi dei paesi più ricchi allora sei egoista e razzista (al contrario di quei filantropi di Shauble o di Monti o Fornero) e che siccome sei contro l’Euro o non abbastanza contro L’Euro allora sei un servo del capitale. Pensavo di farlo, l’ho fatto nei casi di persone alle quali tenevo molto, ma c’erano sempre cose più urgenti da fare. Se avessero avvertito il nostro stesso senso di urgenza non sarebbero stati dietro a una tastiera a criticare ma in un’assemblea a parlare, a spiegare ai lavoratori che sanno di essere oppressi con l’Euro così come con la sterlina come hanno fatto ad opprimerli. A spiegare come è stato costruito questo ascensore sociale che non si è bloccato ma è stato costruito per andare in discesa e far precipitare il 99 per cento di noi: attraverso una moneta unica per paesi diversi e i trattati e le esternalizzazioni e le privatizzazioni e la detestazione delle rendite finanziarie e la cancellazione dei diritti dei lavoratori e la privatizzazione delle banche nazionali e mille altri ingranaggi di questo ascensore costruito per andare solo in giù. Se avessero avvertito il nostro stesso senso di urgenza non sarebbero stati dietro a una tastiera a criticare ma fuori a una fabbrica a picchettare, nei mercati a volantinare.

3) Che il risultato fine fosse entrare in Parlamento. Invece il fine era questo che vi sto raccontando, questo è il risultato, e il Parlamento è il mezzo per fare sentire più forte la nostra voce. Il risultato è la piazza di ieri, sono i candidati di Bergamo che sospendevano i volantinaggi per ottenere che la polizia ferroviaria aprisse la stazione di notte per i senza tetto che avrebbero dormito al freddo, il doposcuola dell’Ex Opg che non si è fermato un giorno, la donna invalida e sotto sfratto che ti telefona per chiederti che cosa può fare, lei per Potere al popolo e non Potere al popolo per lei. Che cosa possiamo fare insieme, che cosa stiamo facendo. Entrare in Parlamento è fondamentale per chi fa quello nella vita e quello aspira a fare: il parlamentare. Per questo non capisce quello che stiamo facendo, per questo oggi dice “Se non entrate bisogna che facciamo una nuova costituente della sinistra”.
Non serve una costituente di eletti o di aspiranti eletti. Serve una costituente di elettori e militanti e Potere al popolo questo è stata e questo sarà. Una costituente di donne e uomini che lottano per salvare se stessi e gli oppressi là fuori e che siccome lottano sono già in salvo, e hanno già tratto in salvo quelli che sono con noi. Li hanno salvati dalla solitudine dall’ansia, dalla disperazione. E la parola che più spesso ci ripetiamo tra noi non è “Dai!”. È “Grazie”. Ieri con Salvatore e Matteo ridevamo proprio di questo. Di questo continuo ringraziarci a vicenda. I vecchi i giovani, i militanti di partito quelli del centro sociale. Nessun partito in parlamento ha mai fatto per le centinaia di persone che ho avuto il privilegio di incontrare in questi mesi quel che ciascuno di noi ha fatto per ciascuno di noi. La felicità dei partigiani che sorridono anche da vecchi la capisco sempre meglio, sempre meglio capisco la loro forza. Non nasceva dalla rabbia, nasceva dal tenersi stretti. Dal combattere insieme. Dopo una di queste notti con poche ore di sonno dormite sui divani di chi capitava mi sono svegliata sotto la foto di una partigiana. La mamma di Riccardo, che ci ospitava. Lo sguardo di Carmen Bisighin l’ho rivisto in tante candidate di Potere al popolo. Le donne un passo avanti agli uomini, perché così aveva voluto la brigata e così hanno voluto le donne e gli uomini di potere al Popolo. Ora Saso mi prenderà per il culo, ma grazie. Grazie a tutti voi. Perde solo chi non combatte e noi abbiamo vinto, come Carmen.

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