DAVIDE: LA CONSOLAZIONE È SOLO IN UN ATTO DI FEDE 

DI ITALO CUCCI


È dei poeti – non dei cronisti – l’unica voce consolatoria che accompagna la morte di un giovane che si dice paradossalmente “pieno di vita”. Il cronista cerca affannosamente una verità per l’addio improvviso di Davide Astori, 31 anni, calciatore, capitano della Fiorentina; come se una qualsivoglia verità potesse consolare chi ha lasciato: la compagna, la figlioletta, i genitori, i congiunti, gli sportivi di una città passionale – Firenze – e di un popolo che la domenica è pronto a disperarsi per una sconfitta, non per un implacabile passaggio della morte che gli rapisce un eroe. Il nostro mondo – dico del calcio – è pieno di eroi che durano anni, una stagione, un giorno; per Davide Astori – come per tanti prima di lui, un nome per tutti Piermario Morosini – c’è una sorta di eternità che garantiscono i poeti quando in tempi e lingue diverse – Menandro, Byron, Leopardi – ci dicono che “muore giovane chi piace agli dei”. Un modo per sottrarre i nostri eroi, combattenti di pace sui campi, sulle piste, in tutte le arene sportive, al conto quotidiano di chi ci lascia, addolcendo il grido di rabbia rivolto al cielo, a un Dio che s’è distratto o ha deciso una fine tanto inattesa quanto ingiusta. Un sentimento incontrollabile finché non trova consolazione in quella chiamata che non vuol essere punitiva ma eletta: Davide, giovane, forte, sano di spirito e di corpo, esemplare di uno stato di vita dato alla salute come tutti vorremmo. All’improvviso, invece, l’addio che fra ore o giorni – ci auguriamo senza chiacchiere sciocche o velenose, come spesso accade – sarà spiegato ma non allevierà la pena di chi lo ha perduto. In fondo, non c’entrano tanto i poeti quanto la Fede. Per chi ce l’ha. Ho il ricordo di un Grande Vecchio che, perdendo un figlio amatissimo, invocò la Fede consolatoria che non possedeva.
Conoscevo Davide Astori il calciatore, ne ammiravo le qualità gladiatorie mai ridondanti nella violenza, quand’era a Cagliari lo raccomandai a un paio di tecnici che stavano costruendo squadre piene di attaccanti, veri o presunti, mentre erano in difficoltà nel reperire difensori attenti ma anche capaci di inserirsi in una squadra votata al bel gioco. È una sicurezza – dicevo. Quanto poco valgono le nostre scelte davanti ai misteri della vita. Quando ho appreso del mancato risveglio di Davide nell’albergo di Udine ho immediatamente recuperato le immagini di ore spensierate e date alle chiacchiere di calcio proprio lí, al “La Di Moret”, luogo dato ai ritiri delle squadre che cominciai a frequentare quando Enzo Bearzot, friulano di Aiello, vi portava la Nazionale dell’82, perché lí trovava il sollievo dalle polemiche, lí poteva parlare in pace con i suoi ragazzi. E noi, finito il pensiero del “pezzo” da inviare al giornale, chiudevamo la sera insieme al “Vecio” con una grappa. Mi è difficile anche ora registrarlo come ultima casa di Davide Astori. Mentre la Fiorentina se ne andava duramente colpita dal lutto improvviso ho visto Giancarlo Antognoni aggirarsi indaffarato fra il pullman e l’hotel e non ho potuto fare a meno di ricordare il giorno in cui rischiò di perdere la vita sul campo e il sollievo che mi venne dall’annuncio dello scampato pericolo. Davide non è morto sul campo, come altri, ma è grande la civiltà di un mondo dato abitualmente al business e al pettegolezzo che ha scelto di fermarsi non per un minuto ma per un’intera domenica con un grande cuore dedicato a Davide Astori. E a tutti noi per una riflessione silenziosa e una preghiera.