LA RIVOLUZIONE DEI 5 STELLE E IL RITORNO AL BIPOLARISMO

DI PAOLO DI MIZIO

Ha ragione Luigi Di Maio quando dice che con il voto del 4 Marzo 2018 è cominciata la Terza Repubblica. E soprattutto che è finita la Seconda Repubblica.

Quello che ha premiato oltre ogni misura dell’immaginabile un partito anti-sistema come il Movimento 5 Stelle non è stato un voto di protesta contro il Job Act, la crisi economica, la disoccupazione, la crisi dei migranti, o la proposta del reddito di cittadinanza, come si sente dire. Sarebbe riduttivo ricondurre una svolta epocale di tale portata a questa o quella delle singole istanze sul tavolo.

Il voto a valanga per i 5 Stelle è stato un atto totale di ripudio per la Seconda Repubblica e le sue ormai incurabili metastasi politico-sociali-istituzionali, così come l’ondata che seguì Mani Pulite e che cancellò la geografia politica del secondo Novecento non fu semplicemente un moto di indignazione per via di qualche ministro aveva fatto la cresta agli appalti pubblici. Fu ben altra cosa: fu un evento rivoluzionario democratico, uno di quei capovolgimenti rigeneranti della Storia con i quali, in democrazia, il popolo decreta la fine di un’esperienza politica, in genere al termine di alcuni decenni, e l’avvio di un ciclo completamente nuovo.

Le stesse ragioni spiegano il successo, di minore portata ma rilevante, della Lega, che oggi dilaga molto a sud dei suoi confini tradizionali, diventa addirittura il primo partito in terre “rosse” come Ferrara e sfonda nel centro-sud della penisola, arrivando perfino a primeggiare in alcune periferie di quella Roma che non molto tempo fa nella vulgata leghista era “Roma ladrona”.

Detto questo, e anzi proprio per questo, ipotizzare come molti fanno un’alleanza di governo tra M5S e Lega è un’ipotesi al momento surreale.

Innanzitutto non è convenienza della Lega, che è scesa in campo con un’alleanza ben definita di centro-destra, con impegni presi, con un quadro politico fortemente strutturato. Per passare armi e bagagli nel campo del M5S, la Lega – lo dice lo stesso Salvini – dovrebbe “tradire” gli alleati, ai quali è legata non solo da ora ma da decenni, visto che Lega e Forza Italia/Pdl hanno governato insieme per ben undici anni nel ventennio 1994-2014.

In secondo luogo un’alleanza tra Lega e Movimento 5 Stelle sarebbe innaturale perché rischierebbe di annullare uno dei grandi risultati germogliati da queste elezioni: il ritorno a un bipolarismo di fatto, in barba alle stravaganti leggi elettorali di ieri e di oggi.

Da una parte c’è adesso infatti un partito di massa, il M5S, che ha le percentuali di consenso, oltre la soglia del 30%, che solo la DC e sporadicamente il Pci erano riusciti ad ottenere nel secolo scorso. Dall’altro lato c’è un polo di centro-destra, ormai a guida leghista, che può e deve costituire il contrappeso al M5S, come accade nella gran parte delle democrazie europee nelle quali un blocco progressista è controbilanciato da un blocco conservatore.

Da questo scenario si deduce anche che il M5S, pur nel “movimentismo” della sua impostazione, rappresenterà l’alternativa “di sinistra” nel panorama politico nazionale: una sinistra (per ora e forse non solo per ora) de-marxistizzata e a-ideologica e anche, in un certo (sano) modo, “garibaldina”.

È presumibile che la Lega e i suoi alleati (dai quali la Lega per questione numeriche non può per ora prescindere) assumeranno sempre più i connotati di una formazione di destra, che cercherà una necessaria sintesi al proprio interno tra le contraddizioni che la caratterizzano, ovvero tra pulsioni populiste e posizioni garantiste, tra istinti sovranisti e ancoraggi europeisti.

In questo nuovo scenario, il Pd, il partito stremato e quasi distrutto da Renzi e dalla sua folle corsa al precipizio (folle corsa che continua con le inedite dimissioni-non-dimissioni del leader) può scegliere tra due strade.

Da una parte può assumere il ruolo del “cespuglio”, della piccola formazione di rincalzo, sostanzialmente irrilevante, come la condannerebbe il “No” a qualsiasi alleanza, un “No” già pronunciato (non si capisce a quale titolo) da un segretario che è semi-dimissionario-no-anzi-non-ancora-dimissionario-ovvero-dimissionario-in-futuro. È evidente che se questa è la strada che imboccherà il Pd, il partito è destinato a sciogliersi presto come neve al sole, al pari di quanto è accaduto ai socialisti francesi che sono scomparsi dalla scena politica francese dopo un quinquennio all’Eliseo di François Hollande. Anche il Pd di Renzi ha governato per cinque anni, n’est pas?

Oppure il Pd può scegliere di accettare la sfida e avvicinarsi alla proposta politica pentastellata, con modi e vie tutte da studiare, cercando comuqnue una convergenza sul terreno delle cose concrete, dei programmi di governo, delle cose del fare.

Certo, gli uni e gli altri dovranno annusarsi e studiarsi, smussare le reciproche ostilità, modificare in parte le proprie identità percepite, prima di poter convergere o allontanarsi l’uno dall’altro. Ma il solco è tracciato. Lo scenario è questo.

Il 4 Marzo ha segnato una rivoluzione. E dalle rivoluzioni, come insegnano tutte le effimere restaurazioni della Storia, non si torna mai indietro.