RIO DE JANEIRO MILITARIZZATA: LA RICETTA DEL PRESIDENTE TEMER CONTRO IL NARCOTRAFFICO

DI FRANCESCA CAPELLI

Da due settimane Rio De Janeiro è una città militarizzata. E presto le altre principali metropoli brasiliane, secondo quando dichiarato dal presidente Michel Temer (al potere grazie al golpe del 2016), potrebbero subire lo stesso trattamento. Il presidente descrive la militarizzazione di Rio come un “laboratorio” da estendere a tutto il paese. Cosa significa? Che la sicurezza pubblica della città, da qui a fine 2018, passa direttamente nelle mani dell’esercito.
La decisione è stata approvata dalla Camera dei Deputati con 340 voti a favore, 72 contrari e un’astensione e, dal Senato, con 55 sì, 13 no e un’astensione. L’obiettivo ufficiale è la lotta alla criminalità e soprattutto al narcotraffico. Negli scontri tra bande (e tra le bande e la polizia) a Rio sono morti l’anno scorso 6371 civili, 100 poliziotti e 10 bambini, raggiunti da pallottole vaganti, come avviene nelle favelas durante scontri armati che assumono i connotati di atti di guerra.
La decisione è stata criticata dai movimenti sociali e dallo stesso capo dell’esercito, il generale Eduardo Villas Bôas, che ha definito la misura costosa e inefficace, spiegando – attraverso twitter – che i problemi di sicurezza a Rio de Janeiro hanno cause multifattoriali (finanziarie, psicosociali, amministrative) e vanno affrontati attraverso “un’onesta azione integrata” tra poteri federali, statali e municipali. Inoltre le forze armate non sono mai il corpo ideale per intervenire in metropoli con un’alta densità di popolazione.
Secondo gli oppositori politici si tratta di una mossa di Temer per ottenere consenso (la lotta al traffico di droga, in una città come Rio, rende sempre) in vista delle elezioni del prossimo ottobre.
Torna in Sudamerica la teoria dello “stato d’eccezione”, concetto creato dal giurista tedesco Carl Schmitt (1888-1985), secondo il quale chi detiene il potere individua il “nemico pubblico” e ottiene strumenti eccezionali, rispetto ai limiti previsti dalla Costituzione, per combatterlo. Non a caso Temer parla di impegno e sacrificio per portare avanti al lotta al narcotraffico.
Il ricorso all’esercito per azioni di sicurezza interna, poi, è un’altra eredità dell’epoca delle dittature latinoamericane (quella brasiliana durò dal 1964 al 1984). All’epoca le forze armate, anziché essere usate per presidiare e difendere i confini, venivano impiegate contro il cosiddetto “nemico interno”: ieri il terrorismo, oggi il narcotraffico. È la prima volta che questo avviene in Brasile dal ritorno del paese alla democrazia, processo avviato, dopo la fine della dittatura, dalla Costituzione del 1988.
Un aspetto sottolineato dalla deputata Gleisi Hoffmann, presidente del PT (Partido dos Trabalhadores, lo stesso dell’ex presidente Ignacio Lula da Silva), che ha affermato: “Non è compito delle forze armate svolgere funzioni di polizia”. Un’osservazione a cui si aggiunge una seconda perplessità: l’esercito normalmente non è formato per intervenire nelle città, in luoghi affollati di civili, anziani, donne e bambini.
Secondo Lula, l’obiettivo di Temer è assicurarsi il controllo delle strade in previsione della campagna elettorale, grazie alla presenza e all’appoggio delle forze armate .
Come sottolineato da Villas Bôas, l’esercito ben poco può fare per risolvere i problemi alla base della violenza a Rio, che si sono acutizzati durante la presidenza Temer, caratterizzata da un ritorno a politiche neoliberiste.
Secondo l’Istituto brasiliano di geografia e statistica, dal 2016 il tasso di disoccupazione è aumentato di 1,5 punti su base nazionale (dato comunque grave), mentre nello stato di Rio l’aumento è di 4,5 punti. La disoccupazione a Rio arriva al 53 per cento della popolazione attiva, contro un ugualmente preoccupante 17 per cento su base nazionale. I consumi delle famiglie si sono ridotti del 9,7 per cento, contro il dato nazionale del 4,3 per cento.

Nella foto, un’esercitazione dell’esercito in occasione delle Olimpiadi del 2016