DAL CD ALL’ MQA. COM’È CAMBIATA LA MUSICA

DI MASSIMO LUPI

Correva l’ottantaduesimo anno del secolo scorso quando una vera e propria rivoluzione stravolgeva i canoni dell’ascolto musicale tra le mura domestiche. Veniva alla luce il CD, acronimo di “Compact Disc Digital Audio” e si entrava in punta di piedi nell’era del digitale.
La progettazione, nella sua configurazione definitiva, risale al 1979, quando una joint venture tra Philips e Sony diede il via a sperimentazioni sulla lettura di contenuti raccolti in un disco ottico digitale. Il 17 agosto 1982 il primo CD destinato alla vendita venne prodotto in una fabbrica della Philips ad Hannover: “La Sinfonia delle Alpi di Richard Strauss” diretta da Herbert Von Karajan con la Berliner Philharmoniker. Il successivo 1º ottobre fu la volta del lettore, assemblato in Giappone. Un dischetto in policarbonato trasparente di appena 12 cm di diametro era capace di generare note dalla luce laser. L’era della puntina sul tracciato predefinito volgeva al tramonto, destinata a mandare in pensione – nel giro di una decina d’anni – i nostri amati vinili. In sostituzione dell’analogico, un macrocosmo di codici binari.
Dal CD Audio sono derivati tutti gli utilizzi del Compact Disc, catalogati nei “Rainbow Books” dove ogni colore rappresentava un differente formato. Il supporto audio si basava su uno standard con una capienza iniziale di 74 minuti, una campionatura di brani pari a 44,1 kHz e 16 bit di profondità. Un aneddoto racconta che i 74 minuti di durata furono imposti dall’allora presidente della Sony, Akio Morita, che voleva poter riprodurre tutta la nona sinfonia di Beethoven su un unico supporto.
Nei primi anni Novanta, una nuova rivoluzione: la comparsa, grazie all’ingegnere piemontese Leonardo Chiariglione, dell’Mp3. Presidente dell’MPEG (Moving Picture Experts Group), creò col suo pool di esperti internazionali gran parte degli standard più diffusi all’epoca per la trasmissione digitale di audio e video. Serviva un algoritmo in grado di comprimere e condividere su Internet contenuti dalla qualità, almeno all’apparenza, simile a quella di un cd, da coniugarsi alla lentezza delle connessioni dell’epoca. Fu allora implementato un sistema basato sulle ridondanze dei suoni e dei silenzi, che tagliava tutte le frequenze oltre il “modello percettivo”. Quelle cioè non udibili dell’orecchio umano.
Entrava a gamba tesa nel vocabolario tecnico, il termine “lossy” a designare la notevole perdita di informazioni cagionata dal suono “compresso”. Ne derivava un prodotto sicuramente più leggero, ma di qualità inferiore.
Se il contenuto musicale diveniva “etereo”, pronto a decollare in una rete sempre più veloce, una nuova forma di pirateria, dedita allo scambio illegale di brani su piattaforme cosiddette “peer to peer“, rischiava di mettere in ginocchio l’industria discografica. Iniziava a circolare una mole impressionante di materiale: album ufficiali, brani in versioni inedite, cover, demo mai pubblicate e registrazioni di concerti.
Un far west del web insomma, in cui trovare l’introvabile.
Ma il mondo degli “audiofili” con la sua pretesa di qualità, continuava a preferire l’originale, a prova di qualsiasi – pur ben fatto – taroccamento. Nascevano i programmi di file sharing, ossia la condivisione in rete della musica. Malgrado il conseguente scalpore suscitato dalle questioni di violazioni del copyright, prese consistenza un’innovazione di portata straordinaria che trasformò la fruizione personalizzata e locale in condivisione collettiva e globale. Furono gli stessi utenti a guidare questo processo rivoluzionario, nel quale per la prima volta creavano e decidevano, in un cambiamento che gettò le basi dell’era attuale. Steve Jobs convinse le case discografiche che era giunto il momento di vendere su Internet e, nel 2003, lanciò iTunes Music Store, il negozio on line con un’offerta proveniente dal catalogo di tre tra le più importanti major – Universal, Sony e Warner – di circa duecentomila brani. Il prezzo? 9,99 dollari per un album e 99 centesimi per ogni brano.
A luglio 2004, ben prima di aprire le versioni europee, Apple festeggiò la vendita di cento milioni di canzoni. Dal miliardo del 2006 arrivò a cinque nel 2008. Jobs dimostrò con i numeri di poter realmente contrastare la pirateria. Non la sconfisse, ma certamente diede un’alternativa legale, perfettamente integrata in un sistema stabile, capace di offrire qualcosa di migliore rispetto al P2P. Si era aperto il varco che avrebbe portato all’odierna musica in streaming.
Se oggi è notevolmente diminuito il mercato dei Cd, la cultura vintage ha portato a riesumare dal baule dei ricordi il buon vecchio 33 giri per collezionisti doc. Un mercato di nicchia, all’ombra degli abbonamenti Spotify o Apple Music, in una volta variegata ove ascoltare musica in modalità free o in abbonamento, è sempre più facile. Un business, quello dello streaming, con fatturati che superano tanto le vendite di CD che il download. Giri di affari astronomici se pensiamo che solo Spotify vanta 71 milioni di abbonati Premium. Un conflitto di mercato all’ultimo sangue per contendersi quanti più ascoltatori sul pianeta, collegati spesso in mobilità. Strategie diverse che, nel caso dell’americana TIDAL o della francese Qobuz, hanno puntato tutto sulla qualità, pur a un costo ben più elevato rispetto alla media.
Ma cosa viaggia oggi sulle ali del suono? Sicuramente l’alta risoluzione audio. Si chiama Master Quality Authenticated e per lo stesso spazio di un file mp3, alla portata di ogni connessione di Rete, promette un ascolto ad alta risoluzione, superiore alla qualità CD. È stata Meridian, prestigiosa azienda britannica impegnata dal 1977 nell’alta fedeltà, a presentare il nuovo formato audio compresso lossless, senza alcuna perdita di dati, pur con un bitrate più basso di quello di un CD. Il segreto è tutto nella nuova codifica digitale capace di superare, in termini di qualità percepita, la codifica PCM – Pulse Code Modulation – finora usata da quasi tutti i sistemi di registrazione audio digitali. Inoltre – elemento interessante – è che questo file può essere in qualche modo incapsulato all’interno di audio in formato Wave, FLAC o ALAC (il formato compresso lossless di Apple), per cui fruendo di un dispositivo standard si potrà ascoltare musica in qualità CD, mentre avvalendosi di un apparato in grado di decodificare il formato MQA, si potrà ascoltare musica ad una qualità addirittura più alta, fino alla massima risoluzione consentita. Un buon punto di partenza.
Ma non è tutto. Perché Meridian e Tidal si sono sposate, dando alla luce, nel 2016, la possibilità di ascoltare brani in HI-RES senza costi aggiuntivi rispetto al normale abbonamento mensile HI FI.
Il suono va avanti alla volta di nuove frontiere, sulle ali forti delle New Technologies per la gioia delle generazioni digitali venute su a pane e cd. Ma per chi, come me, ha mangiato note calde, tra uno scricchiolio e l’altro, qualcosa da rimpiangere potrebbe esserci. Non fosse altro che per il piacere di catalogare meravigliose copertine sugli scaffali della libreria, rimirandole di tanto in tanto come fossero un tesoro d’inestimabile valore. In quei dischi neri c’era il sogno di un’epoca, la costruzione di un presente che sapeva di futuro. La praticità del nuovo ha un retrogusto di nostalgia. Indissolubile nella perfezione dei numeri.

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