AMATI COME SA AMARTI IL MARE

DI CLAUDIA SABA

“Ogni sera, diceva sempre si. Per non sentire le sue urla, per evitare che le sentissero i bambini. Come sempre, ormai, da troppo tempo.
Ma quella sera era stanca.
E quando lui si avvicinò, sentì di non farcela, quella sera proprio no.
Stare lì con lui a fare sesso e poi ascoltare la sua bocca vomitarle addosso ogni colpa.
Non quella sera.
Camomilla e valium potevano aiutarla.
La preparò e lui precipitò in un sonno profondo.
Ma il silenzio del sonno non sarebbe bastato a far tacere gli incubi della sua anima.
Così scappò verso il mare, rifugio di tutti i suoi sogni.

Il mare, l’odore di salsedine, i suoi pensieri.
Annegarci per respirare,
per sottrarsi al dolore.
L’illusione.
Di capire, di capirsi.
L’inganno.
Di sussistere alla vita.
Il vento dell’angoscia e il suo soffio fondamentale.
Il mare.
La sabbia sottile come un tappeto di perline, particelle di una vita divenuta cenere.
Ancora il vento come fosse un abbraccio.
I piedi scalzi nella sabbia, procedevano a passi lenti verso l’orizzonte.
La luna appariva tuffarsi tra le onde con la sua pallida luce, mentre illuminava il mare. La sabbia era umida.
Un’unica necessità: camminare, e camminare ancora, lasciarsi accarezzare dall’acqua, senza bagnarsi.
Respiri d’aria sul viso, briciole di vita.
Attimi di libertà ritagliati solo per se’.
Divorare le emozioni tutte in un momento.
Bastava sognare un po’, perché tutto fosse perfetto.
Quel lucore lunare le somigliava.
Era l’unico momento di pace e serenità.
Calma.
La notte sempre più scura.
Avrebbe voluto aspettare l’alba ma sarebbe stato rischioso.
Sapeva di dover tornare dal suo carnefice.
A malincuore sali’ nell’auto, indossando la maschera migliore che le riuscisse di trovare.
Di nuovo in corsa, verso il suo destino.

Quando apri’ la porta, il buio la ricoprì.
Nessun rumore.
“Deve essere ancora addormentato”, pensò.
Accennò un respiro di sollievo, così flebile, da sembrare un lamento.
Non fece in tempo a finire, che lui l’aggredì alle spalle.
Cominciò a picchiarla, poi sempre più forte, a pugni chiusi, vomitandole addosso le parole peggiori: Troia, puttana, zoccola!
Urlò e le grida svegliarono i bambini che lui aveva accuratamente chiuso a chiave, nella loro stanza.
Capi’ che aveva premeditato tutto l’orrore! Era scritto nei suoi occhi, mentre lo guardava.
I bambini, iniziarono ad urlare terrorizzati e lui intimò loro di fare silenzio, mentre tentavano invano di abbassare la maniglia.
Stretti uno all’altro, aggrappati all’impugnatura come fanno le scimmie in cima ad alberi secolari.
Poi la getto’a terra, le mise le mani intorno al collo e pensò che l’avrebbe uccisa.
L’aria le mancava e per un attimo la vista si appannò.
Poi staccò le mani dal collo e lei tornò a respirare.
La prese ancora a schiaffi, legò i suoi polsi ai piedi del tavolo e le strappò i vestiti.
Esplose con tutta la sua furia, e la violentò.
Urlò.
Così come urlavano i bambini chiusi nella stanza accanto.
Smettila! Supplicava.
Lui continuava senza ascoltarla, sordo ad ogni suo lamento.
La penetrava, come avesse un coltello, al posto del membro.
Voleva solo farle male.
Continuava ad urlare disperata: “Smettila!”
Ma lui continuava.
Forte, sempre più forte.
E le fece male.
Lasciò la sua pelle piena di lividi.
I bambini piangevano spaventati.
Svuotati i suoi umori, la spinse lontano lasciandola per terra, tra mille cocci di porcellana rotta come una bambola di pezza disfatta.
Poi la slegò ed andò a dormire.
Restò lì, abbandonata ai pensieri, a chiedersi per la prima volta, il perché di tanto dolore.
Lo raccolse e lo mise da parte.
Il resto della notte, lo passò a raccogliere i frammenti di pensieri sparsi nella sua mente e li racchiuse con cura, nell’angolo più profondo del cuore. L’indomani, senza più rimandare, scappò via da quell’inferno, rovente più dell’acqua che cade nella doccia. Aveva aspettato anche troppo.
Non si può lavare l’anima dal peccato altrui. Non si può sopportare per sempre. Governare tutta quella sofferenza, era diventato insostenibile persino a lei, ormai assuefatta al dolore.
Ogni parte del suo corpo, urlava sgomenta.
Fuggi’e si senti’una vigliacca.
Fuggi’ e si senti’un’eroina.
E mentre fuggiva si guardò dentro come nessuno l’aveva mai guardata.
Esausta, dalla violenza, dallo stupro, dai pregiudizi.
Si nascose al mondo, agli affetti, agli amici.
Abbandonò ogni cosa, lasciandosi alle spalle i rimorsi, le colpe, gli abusi.

Nascosta al mondo, come un topo che fugge dal gatto.
Con sé solo un pacchettino di foto.
Ogni tanto le guarda ancora.
Molte sono scolorite dal tempo.
Ma sono i suoi ricordi.
Torna a scrivere, mentre scopre il calendario nella dispensa
ricoperto dalla polvere.
Torna a scrivere, con la certezza di esistere.
Torna a scrivere,
senza più nascondersi
dalle cose che, ora, sa di sé”.

Nessuno dovrebbe aver bisogno di sognare, per sopravvivere.
E penso a quanto sia ipocrita questa festa dell’8 marzo.
Ad aspettare mimose da un compagno, un fidanzato o da un marito che magari per tutto l’anno, si è sempre lamentato.
Non fingiamo, solo per un giorno, che tutto sia perfetto.
Nulla è perfetto e la festa più grande è quella di viverci ogni giorno.
Con la consapevolezza che ieri è passato e che oggi è migliore perché siamo state noi a volerlo.
Nessun altro.
(Racconto per tutte le donne)