CENTRO-SINISTRA PERDE IN EUROPA: E CORBYN SFIDA IL CAPITALISMO

DI CARLO PATRIGNANI

Il centro-sinistra la formula tanto cara alla sinistra europea e italiana perde ovunque: e con essa il mantra della terza via per cui crollato il mito dell’Urss anche il marxismo che aveva l’obiettivo della liberazione dell’uomo era da gettare nella pattumiera.

E così dall’89 ad oggi è stato un susseguirsi continuo di revisionismi ossessivi, da fine del mondo, per imporre ovunque il dogma: senza il centro non si governa.

Tradotto, non c’è altra via al compromesso, fattosi presto cedimento al capitalismo radicalmente cambiato, meno industriale più finanziario, in termini di mano libera nell’uso della forza-lavoro, nei ritmi di produzione, nella scelta dei prodotti e dei consumi superflui e non durevoli: ad aggiustare tutto ci avrebbe pensato il mercato senza lacci e lacciuoli.

Il risultato evidente e chiaro è sotto gli occhi di tutti: tranne il Labour Party di Jeremy Corbyn che nel 2017 ha raggiunto il 40% dei consensi, la percentuale più alta dal 1945 e il Ps portoghese di Antonio Costa attuale Premier di una coalizione con la sinistra radicale, i partiti socialisti e socialdemocratici sono tutti finiti fuori gioco, dal Psf di Francois Hollande alla Spd di Martin Schulz, dal Pasok di George Papandreu al Psoe di Pedro Sanchez, fino alle socialdemocrazie scandive e al Pd di Matteo Renzi.

Ma quel che sta accadendo in Inghilterra e quel che è già accaduto in Portogallo non fa storia, non interessa nulla o poco: il fatto che Corbyn sia riuscito a resuscitare il moribondo Labour di Tony Blair e company proponendo il Socialismo del XXI° di sinistra, le nazionalizzazioni e vere riforme strutturali, anche del capitalismo industriale e finanziario, per una nuova idea di governo for the many, not the few, non è abbastanza considerato, anzi meglio non parlarne. Come del resto del governo di coalizione socialisti e sinistra radicale in Portogallo.

Nel vuoto culturale e politico lasciato, delibertamente, da improvvidi dirigenti dei partiti socialisti e socialdemocratici europei, Pd compreso, sono cresciuti i movimenti populisti di sinistra e di destra che hanno ben sfruttato le enormi diseguaglianze economico-sociali generate dai governi di centro-sinistra della terza via ideata dai mainstream del neoliberismo, del laissez faire il mercato.

Le diseguaglianze economico-sociali rese ovviamente ancor più acute dal fenomeno dell’immigrazione sono divenute esplosive per il travaso, a dosi massicce, di odio e disprezzo contro la persone di colore iniettate dai populisti di una destra – non senza contagiare quelli più moderati e con venature di sinistra – esplicitamente fascista e nazista, razzista e xenofoba.

Qualche anno fa il filosofo Harvard Michael Sandel sosteneva la socialdemocrazia deve tornare alle sue radici di critica morale e civica degli eccessi del capitalismo.

Basta, è sufficiente? Forse è necessaria ma non sufficiente, come dimostra Corbyn.

Serve per la rinascita della sinistra una chiara opzione: la scelta anticapitalista, non in senso leninista ma riformista, che è la discriminate minima al di là della quale si può parlare di tutto, si può parlare di amici, di possibili alleati, di compagni di strada, di quel che si vuole, ma non si può parlare di Sinistra.

E soprattutto, per riferirsi alla scienza economica, mi par dunque di vedere che qualsiasi tentativo di definire la finalità della scienza economica che prescinda dal concetto di alienazione è condannato alla sterilità. L’immenso merito di Marx è di aver denunciato l’alienazione dell’uomo nei feticci e di aver svelato il processo […] Senonchè i giudizi di valore, impliciti o espliciti, non sono eliminabili da una scienza che in definitiva ha per oggetto l’uomo e non le cose

Sono queste le considerazioni che faceva nel 1958 l’Ingegnere acomunista Riccardo Lombardi che qualche anno dopo nel 1967 espose la sua utopia: vogliamo una società più ricca [non più povera nè francescana] perchè diversamente ricca, capace cioè di far fronte sia ai bisogni materiali (un lavoro e un salario dignitosi, una casa decente, un sistema sanitario universale e trasporti pubblici efficienti) che immateriali (l’istruzione gratuita, il tempo libero per sè e gli altri, la qualità della vita, l’accesso alla conoscenza e ai saperi, insomma quel che è indispensabile alla formazione della propria identità).

Ecco forse è questa l’utopia su cui si può, con tutti i contributi possibili e immaginabili che stanno nella cultura della sinistra del ‘900, ricostruire la sinistra del XXI° secolo.