CLASSE (QUELLA DIRIGENTE) NON È ACQUA

DI FLORENZA CARSI

Dal preside al prefetto. Dall’imprenditore al giornalista. Dall’intellettuale al politico.
Un’intera classe dirigente s’ammollò lentamente. Smise d’imporre regole e cedette a suggestioni autoritarie. Come se, in un campo di calcio, una squadra prepotente decidesse di non fermarsi al fischio dell’arbitro. Come se l’arbitro cedesse e il pubblico con lui.
D’altronde opporsi (si sa) è faticoso: transita attraverso esempi (e richiami) di buona virtù ostinatamente ripetuti. È noioso. È seriale. L’opposizione ad ogni deriva autoritaria passa per quella logorante quotidianità da cui ognuno vorrebbe rifuggire.
Ma le libertà si difendono così. Una classe (quella dirigente) dovrebbe saperlo.
Eppure, a quel tempo, si preferì soprassedere, tollerare, ammiccare. Insomma, cedere. Lo fece gran parte della (vile) grande industria, del (vile) gran giornalismo, della (vile) grande accademia, della (vile) grande istituzione.
È così che varcammo lentamente un confine ben segnato col gesso.

Poi cambiò la classe (quella dirigente).
Tornò in campo chi era avvezzo a vivere con quotidiana fermezza. Seriale determinazione. Pronto a logorare la propria giornata se il punto fosse stato quello da tenere. Una classe dirigente galeotta. Ergastolana. Esiliata. Imprigionata. Pregiudicata, combattente e perfino antipatica. Sì, molto antipatica e poco incline alla seduzione.
Era quella antifascista.

Ma come ogni generazione, l’anagrafe compie il suo rito.
Oggi, io appartengo ad un’onda che (di nuovo) non sa tenere il punto. Quello faticoso… quello del giorno dopo giorno. Nessuno me lo ha insegnato perché qui non si fischiano falli da trent’anni.
Ecco perché siamo già sul confine di gesso. Quello invalicabile.
In troppi, per compiacenza, viltà , tifoseria, opportunismo o semplice sciatteria hanno già permesso a delle forze politiche che non rispettano il profilo costituzionale di battersi per il governo del paese (penso a FI e 5Stelle, ma ora anche a cose molto di sinistra).
Hanno steso tappeti rossi sotto le scarpe di capi che impongono (da soli) nomi di primi ministri, fantomatici futuri governi. Persone i cui uffici non sono vigilati da nessuno e le loro decisioni non sono tracciate. Persone che non subiscono regolari verifiche assembleari pubbliche e sono immuni dai limiti temporali per i loro incarichi (tant’è che gestiscono le rispettive forze fin dalla loro nascita). Parliamo di cose che, in ambiti diversi dalla politica, non potrebbero neppure esistere secondo il nostro diritto. Eppure, ambirebbero a governarci. Quindi, abbiamo la punta del piede sulla linea di gesso.
Al limite del campo.

La nostra zampa è lì perché la classe (quella dirigente), oltre a smetter di fischiare i falli (prima quelli lievi, ora quelli da espulsione), non ha neanche spiegato agli spettatori paganti quanto fossero importanti le regole, trasformandoli tutti in orridi ultras (da semplici tifosi che erano). Giorno dopo giorno, intervista dopo intervista, cattivo giornalismo dopo cattivo giornalismo, si è scambiata la notizia con l’opinione e la cortesia con la compiacenza, equiparando dei dirigenti politici eletti e sottoposti a regole democratiche agli altri capipopolo. Così, finché le differenze tra partiti democratici e degli strani esperimenti della genetica comunicativa non venissero tanto sfumate da scomparire alla vista di un’intera generazione.
Non dovremmo essere a questo punto. Ecco perché siamo (un filino) nei guai.

Se dovesse (come spero) vincere una forza democratica, avremo comunque da convertire alle regole delle cose strane. Se dovessero vincere queste ultime, di democratico, rimarrebbe l’opposizione. Guardando alla storia, non è il massimo (direi).

In treno verso casa, ma “avanti”, quasi arrivata.