IL COLPO DI CODA DEL SENATORE MARCUCCI

DI BARBARA PAVAROTTI

Tranquilli tutti. Andrea Marcucci è di nuovo senatore. Lavorerà dai banchi dell’opposizione, ma saprà far bene anche da lì. Basta coi piagnistei, le lacrime, i pianti e rimpianti notturni in Kedrion e dintorni e nella valle. Ridicola, per chi ha un minimo di competenza di questa assurda legge elettorale, la sceneggiata andata in onda la notte post voto sul fatto che Marcucci non fosse più l’illustre senatore della nostra terra. Alimentata, a dir la verità, da un post su Facebook, molto equivocato, dello stesso Marcucci. Questo:

Gli elettori hanno parlato in modo chiaro ed incontrovertibile. Hanno vinto i populisti ed il Pd ha perso. Ne consegue che anche la mia corsa nel collegio Lucca Massa-Carrara si ferma qui. Spero che il nuovo senatore eletto dal territorio possa assicurare risultati e rappresentatività degli enti locali. Il Pd lascia all’Italia risultati molto migliori di chi ci ha preceduto. Ripartiremo dall’opposizione.

Post che ha scatenato una marea di rimpianti. Ma lo si sapeva: Marcucci era anche nel collegio plurinominale (collegi che hanno eletto due terzi dei parlamentari, mentre dai collegi uninominali ne è arrivato un terzo), quindi era impossibile per lui non tornare di nuovo in Parlamento. E’ vero, ha perso la sfida sul territorio, nell’uninominale con Mallegni, ma aveva il “paracadute” del proporzionale. Quindi, fermi tutti, il lutto è finito.

Marcucci ha un posto, come sempre, a Palazzo Madama (e con lui, Renzi, finalmente eletto dai cittadini), sarà all’opposizione, come l’intero Pd, e in questo ruolo avrà il modo di dire la sua e di portare avanti gli interessi della propria terra. E’ la democrazia, chi non si rassegna, si arrangi.

Poi c’è stata la sfida nell’uninominale, il confronto diretto con gli avversari, e qui ha perso. Gli elettori gli hanno preferito il versiliese Massimo Mallegni, persino in alcuni feudi storici marcucciani di Garfagnana e valle del Serchio. E qui ci sarebbe molto da interrogarsi. Questa terra, in sostanza, pur con i dovuti “distinguo”, ha deciso di voltare pagina. Di iniziare una nuova era non più marcucciana. Che appare come una precisa categoria mentale, non c’entra la politica. C’entra il concetto di “padre” a cui questa terra ama sempre fare riferimento. O almeno lo ha amato finora. Il padre-buono che dispensa favori e sorrisi, il padre-padrone che si assume le responsabilità e omaggia i suoi figli. Il padre che si identifica nel “sciur padrun dalle belle braghe bianche” al quale rivolgere suppliche e istanze.

L’era marcucciana è stata un’era “feudale” che ha lasciato tanti orfani. E che magari pensano: che ce ne facciamo di questa libertà, ora che siamo soli, perché Mallegni mica può pensare a tutti noi.

Beh. Forse è la volta buona che le menti migliori si rimbocchino le maniche senza passare dal “padre”. Essere orfani è difficile, ma aiuta a crescere.

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