DIARIO AMERICANO: LA VOCE DEI RAGAZZI CONTRO LE ARMI

DI MARINA VIOLA

Dopo il massacro nel liceo della Florida che ha causato 17 vittime, gli studenti hanno alzato la voce, hanno urlato basta e hanno denunciato la lobby delle armi che ha dato a Trump 30 milioni per la sua campagna. Il 14 marzo manifestazione nazionale: tutti usciranno dalle aule e staranno in silenzio per 17 minuti, uno per ciascuno dei loro compagni uccisi.

Dopo settimane a organizzare la vita della famiglia in mia assenza, sono finalmente arrivata a Milano la settimana scorsa. Non è facile gestire il mio clan quando uno dei genitori se ne va: non solo abbiamo Luca, che non può mai essere lasciato a casa da solo, ma abbiamo Emma, che ha undici anni e è un po’ ansiosa in generale e una cucciola di Labrador bellissima, ma di sole dieci settimane che non ne fa una giusta neanche a morire.

Malgrado come sempre fossi contenta di partire, mi è dispiaciuto andarmene in un momento importante del dibattito americano sulla vendita delle armi, specialmente quelle da combattimento. Dopo il massacro in un liceo della Florida in cui sono morte 17 persone (per lo più studenti, per lo più minorenni) per mano di un ex studente che aveva acquistato un mitra semi automatico usando una patente scaduta, gli studenti americani hanno finalmente alzato la testa e hanno urlato basta.

Una giovane liceale, Emma Gonzalez, di 18 anni, con i suoi capelli tagliati cortissimi e la sua rabbia difficile da contenere, ha tenuto un discorso che ha fatto il giro del web in cui ha dato voce agli studenti della nazione. Oltre ad aver denunciato Donald Trump, che ha ricevuto trenta milioni di dollari per la campagna elettorale dalla National Rifle Association, la lobby più potente d’America, ha ricordato che se si continuerà a non far niente la gente seguiterà a morire ammazzata, e ha promesso che questa sarà l’ultima strage in una scuola americana. Un altro leader del nuovo movimento, David Hogg, anche lui diciottenne, è stato vittima di teorie complottistiche da parte della destra, che insiste a dire che le stragi sono compiute apposta dal governo per buttare odio sul secondo emendamento che invece permette il possesso delle armi e è convinta che Hogg sia un attore pagato dal sistema per denigrare la lobby. Risponde a queste accuse su CNN con enorme candore, ringraziando chi le ha fatte circolare, perché gli hanno fatto enorme pubblicità e hanno mantenuto viva la notizia su tutti i media. Aggiunge che grazie questi pazzi è riuscito ad avere un numero inimmaginabile di followers su Twitter, cui annunciare gli eventi organizzati dal movimento e ricordare di non mollare.

Qualche giorno dopo la strage, Cameron Kasky, diciassette anni, uno degli studenti che era nell’aula che l’assassino ha colpito più duramente, pone a Marco Rubio, senatore della Florida, una semplice domanda: dopo quest’ultimo attacco, il diciottesimo dall’inizio del 2018, è ancora disposto a accettare soldi dalla NRA? Rubio, che si arrampica sui vetri e risponde in modo vago e cerca di parlare d’altro, viene interrotto per ben tre volte da Kasky, che gli pone la stessa domanda: dopo l’ennesima sparatoria, è disposto a rinunciare ai soldi della NRA? La risposta del senatore non è chiara. Anzi sì: non rinuncerà al supporto finanziario della lobby più schifosa degli Stati Uniti. Kasky non è l’unico a pensarla così, d’altronde. Dan Rather, uno dei giornalisti più influenti americani, non solo ammira e incoraggia il movimento studentesco, che, dice, gli ricorda quello dell’Alabama del 1963 durante la battaglia per i diritti civili dei neri, ma sottolinea anche che molti politici sono comprati dalla NRA e pagati per bloccare qualsiasi proposta di cambiamento.

Due cose mi hanno colpito particolarmente in queste settimane: la prima è l’eloquenza degli studenti liceali, che ho sempre pensato un po’ ignoranti e poco interessati agli eventi del giorno. Non solo sono invece estremamente preparati dal punto di vista politico e hanno studiato molto bene gli argomenti che trattano, ma li esprimono in modo chiaro e articolato davanti alle telecamere nazionali senza mostrare nervosismo o agitazione. Sono anche rimasta molto colpita dalla loro capacità di organizzare un movimento, grazie anche ai social media, compatto e con messaggi e indicazioni estremamente chiari. Sono riusciti a coinvolgere il gruppo che aveva organizzato la famosa marcia delle donne il giorno dopo l’entrata in carica del presidente, per coordinare una manifestazione nazionale il 14 marzo, giorno in cui tutti gli studenti, dalle elementari alle università, usciranno dalla scuola e, in silenzio, staranno davanti agli edifici per 17 minuti, un minuto per ogni studente trucidato il febbraio scorso. Un’altra manifestazione è programmata per il 20 aprile, giorno in cui si commemora un’altra strage a scuola, quella di Columbine, dove morirono dodici studenti.

Sono particolarmente interessata a questo movimento perché le mie due figlie sono cresciute dovendo imparare cosa fare in caso qualcuno entrasse nella loro scuola armato. Li chiamano lockdown: in qualsiasi momento della giornata scolastica, la preside lo annuncia, e gli studenti devono coricarsi in silenzio sotto la cattedra o negli armadi, la maestra deve chiudere a chiave la stanza e spegnere la luce, mentre il vicepreside fa finta di essere l’assassino e bussa in modo violento su tutte le porte. L’obbligo è di rimanere più in silenzio possibile e aspettare l’annuncio che dice che è tutto a posto.

Anche Emma, che ha undici anni, ispirata dai discorsi di Emma Gonzalez, a modo suo ha detto basta. L’altro giorno mi ha telefonato tutta contenta per raccontarmi di aver scritto una lettera a Miss Pat, la preside della sua scuola, facendole presente il fatto che siccome è un suo diritto protestare e che sente molto vicina e giusta la problematica delle armi, ha intenzione di partecipare alle due manifestazioni e che spera che anche la scuola ne faccia parte. Era tutta contenta perché Miss Pat le aveva risposto con una lettera scritta a mano in cui ringraziava Emma per aver scritto in modo così convincente e che sicuramente anche lei vuole che la scuola partecipi e che le farà sapere al più presto come il tutto verrà organizzato.

Penso infine che dopo tutte le battaglie contro le armi fatte da noi adulti, siamo adesso in mano a un enorme gruppo di giovani arrabbiati e determinati, tanti dei quali non possono neanche votare, che hanno già raggiunto molto più di quello che abbiamo fatto noi. Seguiamoli, appoggiamoli e impariamo un po’ da loro, per una volta.

http://www.cultweek.com/studenti-americani-contro-le-armi/