GIORDANO BRUNO E RODOLFO II. E LA MAGIA DI PRAGA

DI CECILIA CHIAVISTELLI

Aveva da poco finito di pronunciare l’Oratio valedictoria, davanti al senato accademico dell’Università di Wittenberg, a quei professori che lo avevano ospitato, fuggitivo, senza patria e privo di mantenimento, due anni prima. L’Oratio era un congedo da quella città che gli aveva aperto le porte. Per Giordano Bruno quel giorno, 8 marzo 1588, segnava l’inizio di un nuovo viaggio. Destinazione Praga.

Circa 260 chilometri dividono Wittenberg da Praga, che il Nolano percorse, probabilmente nella speranza, di trovare alla corte dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, un luogo fertile, culturalmente aperto e vivace, dove poter continuare le sue ricerche. Dopo l’ennesima delusione a Wittenberg, in seguito all’epurazione accademica compiuta dai calvinisti. Povero e travagliato, ma non mendicante, anzi. La sua fama come professore e filosofo, teorico di una nuova visione “degli infiniti mondi”, e del ruolo dell’uomo all’interno di questo cosmo, lo hanno preceduto nel suo peregrinare. A Praga vivrà circa sei mesi, ma proprio qui, in questa città dal fascino magico, Giordano Bruno acquisì una nuova consapevolezza di sé stesso, come innovatore in campo intellettuale e politico. Immaginiamo che qui trovò sollievo culturale e spirituale, insieme a degli amici, molti allievi e collaboratori che lo seguiranno negli anni futuri. Fu una fase fertile e produttiva, insomma, dal punto di vista scientifico e filosofico. Se ne può dedurre da ciò che Bruno dette alle stampe; il De specierum scrutinio et Lampade combinatoria Raymundi Lullii e gli Articuli adversus mathematicos, che il filosofo fece precedere da una dedica destinata allo stesso Rodolfo II, un vero e proprio manifesto a favore della libertà di critica e della tolleranza religiosa.

A Praga Bruno alloggia presso l’ambasciatore spagnolo Guillem marchese de Santcliment i de Centelles. Una strategica decisione che soddisfaceva diversi obiettivi del Nolano. Intanto la benevolenza dell’ambasciatore spagnolo costituiva un ottimo lasciapassare alla corte boema poiché Rodolfo II d’Asburgo era un cattolico spagnolo. Come tale, si era particolarmente contraddistinto per l’appoggio e il sostegno dato all’iniziativa controriformistica dei gesuiti nei territori dell’impero, scontrandosi con la nobiltà tedesca. L’ambasciatore spagnolo, come Rodolfo II, era un appassionato di scienze occulte. Ospitava John Dee ed Edward Kelley, in fuga dal nobile polacco Albert Laski, dopo le costose e inutili trasmutazioni d’oro. Infine, Bruno, anche se non più domenicano, essendo originario di Nola restava un suddito della Spagna.

Tra il marchese de Santcliment e il Nolano nacque una solida amicizia, condividendo interessi e pensieri.

A quel tempo Praga era una città, con circa 60.000 abitanti. Sessant’anni prima, nel 1523, era passata sotto la corona asburgica e nel 1583, Rodolfo II, ormai imperatore del Sacro Romano Impero Germanico, lasciò Vienna per trasferirvisi insieme alla corte e tutti i personaggi bizzarri a cui dava ospitalità.

Formata dall’unione di quattro città, Hradčany, il Castello, la residenza dell’Imperatore, a ovest della Moldava, Malá Strana, a sud del Castello, Staré Město, la Città Vecchia, sulla riva orientale opposta al Castello e Nové Město, la Città Nuova, a sud-est, Praga divenne ben presto un luogo illuminato e fecondo. Grazie alla spinta innovatrice dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, Praga divenne il centro dell’arte, della bellezza e della magia, nel cuore dell’Europa, dopo il decadimento, nel XV secolo per la devastante violenza dell’eresia degli hussiti e della conseguente repressione cattolica.

Un sodalizio, quello tra l’imperatore e la città ricca e immortale, destinato a superare il tempo e la storia. Praga divenne magica.

Dalla personalità complessa, Rodolfo II ebbe una vita complicata, come gli aveva predetto il celebre veggente Nostradamus.

Era nipote di Carlo V, il monarca assoluto dell’Impero più grande mai conosciuto. Un territorio che si estendeva da Madrid a Vienna, da Napoli a Bruxelles, da Praga alle lontane terre del Messico. Un Impero dove, non tramontava mai il sole. Fin dal suo insediamento il giovane imperatore fronteggiò contrasti religiosi, tra cattolicesimo e le diverse confessioni protestanti, ma ben presto emersero i suoi reali interessi, ovvero le arti, le scienze e i segreti più reconditi e sublimi della natura.

A Praga, vivendo in un stato di crescente e splendido isolamento Rodolfo si circondò di pittori e scultori, come l’Arcimboldo, Bartholomaus Spranger, Adriaen de Vries, Pieter Stevens, Hans von Aachen, Daniel Froeschl, e molti altri, in prevalenza tedeschi e dei Paesi Bassi, che gratificava con doni, benefici e favori. Piano piano questi artisti dettero vita a una sorta di scuola, dove si condividevano i simboli del manierismo.

Al castello era un continuo via vai di miniaturisti, medagliai, lapidari, pittori di paesaggi, di scene sacre e di selvaggina, amici che partivano e altri che arrivavano portando novità e impulsi creativi.

Alla corte di Rodolfo II d’Asburgo trovarono accoglienza e protezione anche numerosi filosofi, e uomini di scienza, tra cui l’astronomo danese Tycho Brahe a cui Bruno invierà in dono una copia del Camoeracensis Acrotismus e del quale aveva già lodato le osservazioni astronomiche nella Oratio valedictoria.

Ermetisti e consulenti alchemici erano considerati più dei nobili e degli amministratori. Personalità enigmatiche dell’epoca erano in stretto contatto con l’imperatore. Come Sendivogius, celebre alchimista, che fu nominato Consigliere di Stato dopo aver operato, nel laboratorio imperiale, una trasmutazione che restò nella leggenda. La “Grande Opera”, cioè la metamorfosi del vile metallo in oro, era l’obiettivo reale degli alchimisti, e scopo perseguito dall’imperatore senza risparmio di energie e di mezzi. Dimostrazione ne fu, alla sua morte, nel 1612, nel castello di Praga, il laboratorio letteralmente stipato di oro, nella misura di 84 quintali, più 60 quintali di argento e polvere grigia. Si trattava, probabilmente, della “polvere di proiezione” necessaria a compiere la “Grande Opera”, venuta in possesso di Rodolfo attraverso Sendivogius, secondo alcuni, o tramite l’inglese John Dee, come suppongono altri.

In questa variegata e affascinante società, Giordano Bruno conobbe una fase estremamente fertile scientificamente, anzi fondamentale. Dette alle stampe un testo di geometria in latino dal titolo provocatorio Articuli centum et sexaginta adversus huius tempestatis mathematicos atque philosophos che contiene un’innovativa rilettura della geometria euclidea tutta centrata su concetto di minimo geometrico. Giordano Bruno completò l’opera con una bellissima e intensa dedica all’imperatore Rodolfo II, definita alla stregua di un “manifesto” della visione filosofica e politica di Bruno.

“In queste pagine, infatti, – afferma Marco Matteoli, nel suo “Giordano Bruno a Praga tra lullismo, matematica e filosofia” – è descritto il ruolo ideale del filosofo all’interno della società umana, un ruolo caratterizzato dalla massima autonomia intellettuale, ma che ha come scopo quello di proteggere il sapere dai settarismi dogmatici, tutelando, di conseguenza, la salute culturale e la tenuta civica della comunità stessa. Bruno propone all’imperatore l’intreccio indissolubile tra sapienza e scienza, civile conversazione e vincolo sociale, ribadendo il valore costruttivo e “politico” di una religione fondata sulla pace, la tolleranza e l’amore, in contrasto con le tante sette che hanno insanguinato l’Europa negli ultimi decenni”.

Gli Articuli pubblicati a Praga nel 1588, costituiscono la base di una nuova filosofia. Il testo è notevole anche sul piano linguistico. Un grande dono di Giordano Bruno a Rodolfo II e all’intera umanità. L’inverno era alle porte. La frizzante aria nordica sferzava anime e case. Giordano Bruno lasciava Praga. Il suo soggiorno aveva prodotto una pietra miliare. Era pronto per nuovi confronti.