L’EDITORIA DI DIO: IL BISOGNO DI CORAGGIO TRA PASSATO E FUTURO

Di SILVIA GIROTTI

“…Conta moltissimo che si vada largamente diffondendo la buona stampa. Coloro che avversano con mortale odio la Chiesa, hanno preso l’abitudine di combattere con pubblici scritti, che adoperano come armi adattissime a danneggiare […] Occorre contrapporre scritto a scritto, affinché lo stesso mezzo che tanto può nel rovinare, sia rivolto alla salute e al beneficio dei mortali […] Pertanto è auspicabile che almeno in ogni provincia si istituisca qualche strumento che illustri pubblicamente quali e quanti sono i doveri dei singoli cristiani verso la Chiesa: ciò con scritti molto frequenti, e se possibile quotidiani…”.
L’Enciclica “Etsi Nos” di Leone XIII fu redatta nel 1882, quando ormai le leggi del Regno di Sardegna, contemplanti anche la libertà di stampa, erano state ben recepite da tutto il territorio italiano e l’attività editoriale procedeva di gran lena.
“…Si spieghi quanto sia importante che la Chiesa venga di nuovo e sollecitamente innalzata nella società a quel grado di dignità che la sua grandezza divina e la pubblica utilità delle genti vivamente richiedono”.
La risposta alla chiamata papale, che raccomandava la forzata impartizione della cultura religiosa al popolo, in bilico tra crocifisso e smarrimento, giunse da piccole e grandi realtà aziendali, allocate – secondo il Censimento del 1887 effettuato da Luigi Bottaro – soprattutto a Nord.
La “Gregoriana del Seminario di Padova” era in piedi dalla fine del Seicento, intenta, come la gesuita “Civiltà cattolica editrice”, nell’amministrazione del catechismo indiretto per quanti fossero vocati alla lettura.
Se la modenese “Immacolata Concezione” estese la sua attività alla pubblicazione di romanzi, che nel 1930 raggiunsero quota trecentocinquanta, la “Queriniana” preferì darsi, a partire dal 1887, alle riviste: “La Madre cattolica” diretta da Marietta Bianchini e “La Voce del Popolo” riscontrarono un notevole successo.
I buoni libri diffusi nel popolo sono uno dei mezzi atti a mantenere il regno del Salvatore in tante anime [potendo entrare ndr] nelle case dove non può […] il sacerdote” scriveva don Bosco in una circolare del 19 marzo 1885.
Insinuarsi nelle abitudini quotidiane della gente comune, per orientarle, era il frutto di un’operazione strutturata che oggi avremmo definito di marketing socio-psicologico.
La milanese “Agnelli”, avvalendosi della manodopera a basso costo proveniente dall’Orfanotrofio maschile, era riuscita ad abbattere buona parte della concorrenza, stampando testi a buon mercato.
Ai Salesiani e agli Scolopi, col primato della militanza educativa, si legarono invece piccole imprese dedite alla produzione letteraria scolastica.
Il fermento silenzioso della “buona stampa” non si fece smorzare dalla Grande Guerra.
Vedo volumi su volumi, di ogni specie, su tutti gli argomenti, e su molte copertine impressa la dicitura 20a 30a e persino 50a edizione, e mi domando come mai libri che riescono a raggiungere tirature così elevate siano ignoti o quasi nel mondo della cultura, e nessuno ne parli, e sfuggano così completamente al controllo della critica scientifica e letteraria – scrisse Gramsci nel 1916 – Sento ammirazione ed invidia per i preti che riescono ad ottenere effetti così palpabili nella loro propaganda culturale”.
In effetti il mondo intellettuale aveva prestato poca attenzione al genere, non comprendendone la funzionalità rispetto a un progetto culturale intenzionato ad andare ben oltre la politica.
Se Don Bosco per primo fu fautore della lotta contro lo Stato liberale – espressione di un retaggio illuministico borghese – pur non rifiutando nettamente la laicizzazione delle istituzioni, Romolo Murri intercettò il bisogno di sostegno da parte del mondo operaio.
La Chiesa doveva contendersi col socialismo quell’”intero movimento di idee” – per dirla con Piero Gobetti – che stava elaborando la società di massa.
Essa, logorata dal reducismo, dalle precarie condizioni igieniche e dalle patologie neurologiche cagionate dalla permanenza al fronte, faticava a costruirsi un pensiero. E per questo necessitava di aggrapparsi al conforto della fede, fugando le insidie di un mondo troppo infido per meritarsi attenzione.
Il cattolicesimo modernista parlava alle donne, improvvisatesi fiere salariate in fabbrica o amabili crocerossine in retrovia.
La tiepida spinta caldeggiata dalle riviste “Rinnovamento” e “Nova et Vetera”, affogò presto però nell’Enciclica “Pascendi” di Pio X, alle cui teorie si arrese anche la Libera Editrice Fiorentina che preferì l’apologetica di Padre Gemelli.
Ci volle don Giacomo Alberione, fondatore di quella che sarebbe stata, nel corso del secondo dopoguerra, la casa editrice cattolica più importante d’Italia – la Pia Società San Paolo, poi Edizioni Paoline – a ritessere le maglie dell’apostolato giornalistico salesiano. L’organizzazione, scrisse, “è un istituto o seminario per la formazione dei missionari della stampa […] Il suo scopo è di preparare tanto scrittori quanto operai [destinati a spargere ndr] la luce del cristianesimo per mezzo della stampa buona”.
Se la fine della libertà d’espressione calò la scure sulle pubblicazioni non filo-fasciste, gli anni Trenta maturarono il duplice obiettivo di imprimere al regime tratti cattolici, facendone il trampolino di lancio della Chiesa di Roma. Un colpo da papa Leone III che se fosse riuscito, come all’epoca del Sacro Romano Impero, avrebbe privato la letteratura celeste, di diversi testi interessanti.
Pur con le ovvie limitazioni, si distinsero “Morcelliana” e “Studium” nate dalla penna di alcuni indomiti giovani riuniti attorno a Giovanni Battista Montini, il futuro papa Paolo VI.
L’avvento del Concilio Vaticano II disegnò i tratti di un ritrovato fermento culturale dal quale assunsero forma, pur nell’alveo dell’ortodossia religiosa, avanguardie progressiste.
Sulla coltre morbida del Piano Marshall, l’Italia consolidava il suo scheletro, assaporando, davanti alle prime TV, il gusto di un boom che aveva accorciato le gonne e importato, assieme al petrolio, chewing-gum e pop-corn. L’emancipazione aveva spalancato le porte dell’università a milioni di ragazze che, assieme al diritto, non disdegnavano le pubblicazioni di “Borla”, di “SEI” e della neonata “EDB”, mentre in ogni appartamento, accanto all’enciclopedia Universo, giaceva impilata la Bibbia delle Edizioni Paoline.
Ma il brulichio sommesso che negli anni della Lega Democratica Nazionale si era prefissato, attraverso tutti i suoi preziosi libercoli, di entrare in ogni singola abitazione per avvicinare all’opera di Dio intere famiglie, si faceva un ricordo sempre più sbiadito, destinato negli anni a cedere le sue cellule al virus della crisi. Era il 2015 quando l’agenzia di stampa MNSNA chiudeva i battenti, impotente dinanzi alla picchiata del mercato, che pur riservò qualche eccezione.
Vediamo una situazione in chiaroscuro […], l’Editrice Missionaria Italiana ha un rendimento con un incremento del 25% di fatturato rispetto al 2012, in controtendenza con la situazione generale” asseriva il direttore Lorenzo Fazzini nel marzo 2016.
Sono scomparsi i best seller di Dio” ha scritto qualche giorno fa Roberto Righetti in un articolo pubblicato su “Vita e Pensiero”, bimestrale di cultura dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Ma allora perché Fazzini due anni fa cresceva?
Oggi la gente vuole qualità e il pubblico si rivolge a chi gliela offre”.
Accostarsi alle produzioni religiose, non è più sinonimo di sola devozione, ma sete di confronto. Nelle pieghe di un presente all’apparenza inerte, il dogma è in discussione. Non per aprioristico rifiuto della fede, ma per dovere culturale di coniugarla alla ragione. Segno questo di un fervore intellettuale che non va sopito, ma coltivato, in una rinnovata missione ecclesiale.
Nella precarietà della transizione, la riscoperta del passato può essere propulsiva per secernere la letteratura del futuro. E non è casuale che un testo come il “Journal” dell’abate Mugnier, minuzioso spaccato di una Parigi a cavallo tra Otto e Novecento, sia stato colto e pubblicato da Einaudi.
In un certo periodo della mia vita sono stato cristiano – si legge sulla quarta di copertina di un altro testo a marchio Adelphi – Lo sono stato per tre anni. Non lo sono più”.
Il 7 agosto del 2016 “Il Regno” di Emmanuel Carrère ha vinto il Premio letterario “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”.
Ci si chiede perché un romanzo capace di indagare con tale naturalezza “quella piccola setta ebraica che sarebbe diventata il cristianesimo” non sia stato pubblicato da una casa editrice cattolica.
Una qualità rende la società pronta a lanciarsi nel domani, più importante della progettualità: il coraggio della visione.
Di Chiesa l’odierno ha bisogno, non solo per ritrovarvi il senso smarrito di comunità, ma per godere, vivendola, del riflesso del Padre sulla Terra. Perché è vero che ogni essere ne custodisce in cuore l’essenza. Ma è altrettanto vero che la sua percezione non può prescindere dalla fusione tra anima e intelletto, nel matrimonio materico di cultura e religione.
La letteratura di Dio torni a farsene espressione.