L’IDENTITA’ E LA PARABOLA DELL’AEREO

DI ALESSANDRO GILIOLI

Ricordo una chiacchierata che feci, poco più di quattro anni d’anni fa, con un dirigente del Pd (non renziano, né lo sarebbe diventato).

Al centro della discussione era la questione dell’accordo dei dem con Berlusconi per fare il governo Letta.

Io gli elencavo le ragioni secondo cui, a mio parere, quell’abbraccio con il Caimano e i suoi soci era un errore politico.

Lui mi rispondeva sempre con la stessa argomentazione: non c’era alternativa, non c’era altro modo per governare il Paese, i grillini ci avevano sfanculato.

Io insistevo con le mie, di motivazioni, basate sul rischio che il grande inciucio favorisse spaventosamente proprio chi ne rimaneva fuori, a iniziare dal M5S e dalla Lega.

Alla fine, stremato, quel dirigente piddino sbottò quasi d’un fiato:

«Senti, immagina di essere un pilota d’aereo che sta viaggiando insieme a due colleghi, tutti e tre da semplici passeggeri, su un Boeing. A un certo punto esce la hostess e dice: “Il comandante e il suo vice sono morti entrambi all’improvviso, il pilota automatico si è rotto, per farci atterrare la torre di controllo dice che vuole assolutamente due piloti ai comandi altrimenti non ci danno la pista, insomma bisogna che due di voi – ho detto due, assolutamente – vengano in cabina di pilotaggio”. Allora: tu sei uno dei tre piloti; degli altri due, uno è un ragazzo molto giovane che non conosci, proprio non sai chi è; quell’altro invece lo conosci benissimo, è un pilota pessimo e vecchio, ubriacone, tossico, inaffidabile, più volte ha portato i suoi aerei al limite dello schiantarsi. Allora ti rivolgi al primo, quello che non conosci. Gli dici: “Andiamo subito in cabina insieme!”. Ma lui ti risponde “No, io in cabina non ci vengo con nessuno di voi due, o ci vado da solo o niente”. E tu: “Cazzo, ma non hai sentito, la torre di controllo vuole che siamo in due altrimenti non ci fa atterrare e ci schiantiamo!”. Ma lui ti manda a quel paese, ripete che o ci va da solo o niente. Allora tu disperato devi rivolgerti per forza all’altro collega, quello pazzo ubriacone e tossico, che a quel punto si alza e ti fa da copilota. Ti sta sulle palle, certo, portartelo in cabina è molto rischioso, ma devi salvare i passeggeri e non hai altra scelta. Chiaro?».

Devo ammettere che la parabola mi colpì.

Non mi convinse – ancora penso che il Pd abbia iniziato a suicidarsi così, e che gli effetti di quelle cause siano visibili anche oggi – ma mi colpì. Espressi infine qualche dubbio su quanto il pilota Pd fosse davvero “disperato” nel prendersi accanto quello berlusconiano e sostenni, ironico, che invece i due erano vecchi amici e per questo erano entrati in cabina insieme, altro che. La chiacchierata finì più o meno lì.

Ma mi è tornata alla mente in questi giorni, mentre il Pd sta facendo prevalere – questa volta – l’identità sulla responsabilità.

Intendo dire: nel Partito democratico le voci più forti, a iniziare da quella del suo segretario uscente ma anche molte dalla base, sono quelle che invitano a non cedere all’ipotesi di fare un governo con i pentastellati e tanto meno di appoggiare un loro esecutivo dall’esterno. Questo, dicono, sarebbe un cedimento identitario devastante, una perdita dell’anima, e poi proprio con quelli che ci hanno insultato per cinque anni, hanno vinto e se lo facciano loro il governo se sono capaci.

Ci sta, la riscoperta della propria identità, del proprio orgoglio. Ci sta pure il rifiuto di fare da portatori d’acqua a quello che è stato nell’ultima legislatura il proprio più aspro avversario. Ci sta, infine, anche la risposta con un vaffa a chi del vaffa ha fatto il suo approccio politico negli ultimi dieci anni, d’accordo.

Ma come siamo messi, oggi a piloti?

Pare che siano sempre tre, lì nell’aereo. E se uno è Di Maio, l’altro è diventato Salvini. Se la parabola dell’aereo valesse come cinque anni fa, oggi le scelte sarebbero solo quelle.

Oppure nessuna: perché adesso la parabola dell’aereo sembra non valere più, dalle parti del Pd.

Appunto per la riscoperta della propria identità.

Una riscoperta un po’ tardiva, mi permetto di dire: valorizzarla cinque anni fa avrebbe probabilmente aiutato il Pd a non finire dov’è oggi, degradato da comandante a (al massimo) copilota, sempre per stare in metafora.

E un’identità forse un po’ perduta, negli ultimi tempi, perché poco ancorata a qualche solido aggancio: che so, l’uguaglianza, la redistribuzione, il patto sociale, l’attenzione ai più deboli e agli impoveriti.

Sicché ci avviciniamo al paradosso: chi quando ancora aveva un’identità la subordinò alla responsabilità, adesso che invece quell’identità l’ha persa la sovrappone alla responsabilità.

Facciano loro, naturalmente.

Ne hanno pieno diritto, dopo la spaventosa botta presa.

Qui però non si “preparano i popcorn”, per usare il linguaggio di Renzi. Semplicemente ci si chiede se la parabola dell’aereo è ancora valida. E, nel caso, se c’è qualche possibilità di atterrare sani e salvi o no.