PERCHE’ NOI ITALIANI STIAMO ANTIPATICI AL VICEPRESIDENTE DOMBROVSKIS?

DI ALBERTO TAROZZI

Se chiedete al ragionier Brambilla, cassiere della Cassa rurale di Casalpusterlengo, quali siano i punti deboli dell’Italia in materia economico-finanziaria, state sicuri che vi parlerà di aumento del Pil inferirore alla media europea e di un rapporto debito/pil troppo elevato. Tale rimane la nostra situazione nonostante un aumento del Pil dello 1,5% nel 2017 e nonostante che nello stesso anno vada registrato una miniriduzione del rapporto debito/pil dal 132 al 131,5%. E tale, più o meno, la situazione rimarrà per un cospicuo numero di anni.

Vogliamo però dire che non è necessario essere Vicepresidenti della Commissione Ue per emettere sentenze, della serie scoperta dell’acqua calda, che si possono ascoltare in qualsiasi Bar Sport della bassa padana. Ne consegue che se, invece, il Vice Valdis Dombrovskis, si è esibito ieri in simili pronunciamenti parlando nella sede autorevole di Bruxelles, significa che ci vuole male e che intende sottoporci ad un assedio preventivo contro quelli che potrebbero essere  punti centrali del programma del nostro prossimo governo: revisione/cancellazione della Legge Fornero e taglio delle tasse. Tanto più in un momento delicato come questo, che induce lo stesso Commissario agli affari economici Moscovici a non affondare il coltello nelle nostre piaghe. E infatti Moscovici, di suo, si è ieri limitato a dire, con una certa cortesia istituzionale, che dovremo sì uscircene con un provvedimento economico finanziario (il Def) conforme alle attese della Ue, ma concedendoci un rinvio che tenga conto dei nodi politici che stiamo cercando di sciogliere.

Ma chi è dunque questo Valdis Dombrovskis, il quarantaseienne Vicepresidente della Commissione Ue che non ci ama? Innanzitutto è un Vice fino a un certo punto. E’ infatti in primo luogo il numero due di quel Jean Claude Juncker che gli lascia carta bianca nei tempi in cui Jean Claude è in tutt’altre faccende affacendato. Il che, secondo i maligni che lo accuserebbero di eccessiva indulgenza verso i piaceri di Bacco, potrebbe verificarsi con alte frequenze. Secondariamente il buon Valdis vanta un curriculum che inanella potenzialmente, uno dopo l’altro, i prerequisiti della russofobia e della tecnocrazia tipica dei falchi del neoliberismo.

Di famiglia di origine polacca, il nostro nasce e studia a Riga, capitale della Lettonia, dove la forte minoranza russa, dopo la caduta dell’impero sovietico, si trova a proprio agio come un cane in chiesa. Lì diventa premier, con una maggioranza di centrodestra, nel 2009 fino al 2014, in tempi in cui tutto quello che si richiama ad un passato comunista è posto ai confini del consentito e spesso più fuori che dentro. Nella Ue si è occupato di strategie di cooperazione volte all’inclusione delle economie delle repubbliche ex sovietivhe, dal Kazakistan al Kirghizistan all’Uzbekistan, per arrivare anche in Mongolia, ai confini della Cina.

Parte dei suoi studi si svolgono in Germania, all’Università di Magonza (Mainz) e successivamente presso un ateneo statunitense, nel Maryland. Curiosamente, per uno che si presenta come guru della finanza, non è che vanti un curriculum di economista a tutto tondo. Tecnocrate sì, ma dapprima con una laurea in fisica e poi con un’altra in economia per ingegneri, di quelle che da noi risultano nel profilo professionale di quegli ingegneri che abbiano deciso di mettere su in proprio una fabbrichetta. Peraltro, proprio il versante inegneristico delle sue competenze si è presentato in un passato recente come il più controverso. Nel 2011 infatti Valdis aveva presentato le sue dimissioni da premier lettone in seguito a uno scandalo dovuto al crollo, con diverse decine di morti, della tettoia di un supermercato a Riga. Per carità, ha potuto anche essere un gesto di buon gusto, però il caso suscitò un certo scalpore.

La Ue peraltro si è fidata di lui, che in pochi anni ha realizzato una notevole escalation fino agli alti cieli della tecnocrazia politica di Bruxelles. Forse perché è uno che dice quello che pensa, anche se non è del tutto chiaro se dica quello che pensa la Bundesbank o quello che pensano alla JP Morgan.

Oggi si esibisce a nostro danno, nella scoperta dei nostri peccati, una scoperta che rievoca quella dell’acqua calda. E c’è poco da farci sopra dell’ironia perché quell’acqua, forse più che calda bollente, potrebbe definire un confine contro il quale andrebbero a squagliarsi le possibilità di una mediazione tra i partiti che a Roma stanno decidendo un programma di governo: ne potrebbe così ricevere ustioni molto gravi la carne viva della politica italiana.