NOME DI DONNA: QUANDO LA VIOLENZA È SOCIALMENTE ACCETTATA

DI COSTANZA OGNIBENI


È uscito l’8 Marzo, data non certo scelta casualmente, il nuovo film di Marco Tullio Giordana che affronta un tema assai discusso, divenuto finalmente oggetto di dibattito pubblico dall’arcinoto caso Weinstein in poi. Stando alle statistiche del movimento #MeeToo sono migliaia le donne che, in modo più o meno velato, subiscono quotidianamente abusi sui luoghi di lavoro, e non solo. E per quante abbiano aderito all’appello o si siano in qualche modo inserite nella scia di denunce, sono ancora una percentuale troppo esigua rispetto al totale. Si può indagare su una presunta complicità, come quella delle colleghe di Nina, che, pur vittime dei medesimi abusi, anziché sostenerla nella sua battaglia, tacciono e arrivano perfino a isolarla, ma non basta. Non basta perché, pur conservando l’inchino a Marco Tullio Giordana per il modo in cui affronta la questione, si continua a ragionare nella sfera della consapevolezza, di una sorta di autonomia decisionale da parte delle vittime, fuorviando in parte la ricerca.

Ma c’è una frase, una banalissima frase pronunciata con tono perentorio da una vecchia attrice: “Molestie? Una volta le chiamavano complimenti”, che più di ogni altro elemento spinge a una riflessione un po’ più approfondita, che va ben oltre la sfera privata e arriva a sfiorare quella culturale. Spesso, al di là dei problemi personali che possono spingere una donna a non ribellarsi a un abuso – il rischio di perdere un’opportunità; un’insicurezza personale; il famoso, religiosissimo senso di colpa per aver “istigato” il carnefice – c’è un problema di natura culturale. Si tratta di un pensiero malato e millenario, che si instilla subdolamente nelle menti individuali divenendo il paradigma che orienta ogni singolo comportamento. Un pensiero che annulla completamente la donna in quanto essere autonomo e pensante, riducendola a un banale corpo, fatto di bisogni che devono certamente essere soddisfatti, ma completamente privo di quelle esigenze che ci distinguono in quanto esseri umani. Abbiamo combattuto per avere il diritto al voto; ci siamo scontrate per avere una nostra identità sociale, battaglia ancora oggi in vigore per l’attuale disparità di trattamenti. Tuttavia, senza nulla togliere ai sacrosanti movimenti femministi, quello che è mancato in questa feroce dialettica con una società maschilista e patriarcale è stata la rivendicazione della donna in quanto essere completamente diverso dall’uomo, laddove la parola “diverso” non ha niente a che vedere con il concetto di inferiorità. Sensibile, affettiva, completamente irrazionale, pur mantenendo un’uguaglianza sul piano dei bisogni – affermazione sociale, indipendenza economica, diritto a ricoprire un ruolo pubblico – rimane totalmente diversa per ciò che concerne la sfera emotiva. Una lotta che, finché rimarrà priva di questo aspetto, lascerà passare come “normali” i modelli quotidianamente proposti dai mass media: donne attraenti ma completamente stupide anteposte a donne estremamente intelligenti ma prive di qualsiasi connotato femminile, e non è un caso che quando ci si riferisce a modelli di questo tipo, si usi l’epiteto “con le palle”. E finché si proporrà un modello di donna da calendario, a cui accostare il politicamente corretto uomo da calendario, queste molestie verranno percepite come “normali”.
Ed è questa normalità il peggior nemico di ogni forma di ribellione. La battuta, lo sfottò o la pacca sul sedere; l’ammiccamento, la strizzata d’occhio, il sorriso che nasconde il ghigno: dietro un’appagante complimento per il proprio aspetto, si cela la totale negazione di tutto ciò che ne va oltre. E la mancanza di denuncia è spesso accompagnata da una mancata presa di coscienza della violenza nascosta dietro a comportamenti di questo tipo .
Non c’è bisogno di arrivare al femminicidio e nemmeno alla violenza carnale: la vera battaglia contro episodi così estremi comincia dalla capacità di cogliere quella violenza, che carnale non è, che spesso può celarsi dietro atteggiamenti socialmente accettati ma completamente mistificatori che portano le vittime a diventare esse stesse carnefici, portatrici sane di un modello culturale che si protrae da millenni e che andrebbe sradicato alla radice.