OCSE: SCUOLA E UNIVERSITA’ NON BASTANO, ASCENSORE SOCIALE FERMO IN ITALIA

DI CHIARA FARIGU

Un tempo si studiava per migliorare la propria condizione di partenza. Quel famoso “pezzo di carta” era il lasciapassare per essere catapultati nel mondo del lavoro. Per lasciarsi alle spalle la vita di sacrifici dei genitori e dei nonni e guardare al futuro con serenità e ottimismo.
Oggi non è più così.

Il sistema di istruzione italiano sta perdendo sempre più non solo la tradizionale capacità di garantire opportunità occupazionali ma anche di funzionare come strumento di ascensore sociale. A renderlo noto il Rapporto Ocse-Pisa “Resilienza scolastica” che ci colloca impietosamente all’ultimo posto della classifica rispetto agli altri Paesi Europei. Ascensore sociale fermo, dunque, oltre che all’università anche al resto della scuola italiana. Solo il 20,4% degli studenti provenienti da famiglie socialmente svantaggiate riescono ad ottenere risultati soddisfacenti nei test di valutazione delle competenze in lettura, matematica e scienze. Nettamente in calo rispetto agli anni precedenti. Il Rapporto si sofferma su due aspetti che potrebbero invertire o quantomeno diminuire il preoccupante fenomeno: il clima scolastico e le assenze strategiche. Un clima scolastico sereno incentrato sulla condivisione di conoscenze, sull’interazione e la partecipazione costante alle attività didattiche proposte non può che favorire il dialogo ed aumentare, di contro, anche lo svantaggio iniziale degli studenti socialmente meno attrezzati. Allo stesso modo più la frequenza è costante e assidua maggiori sono i vantaggi nel rapporto insegnamento/apprendimento. Contrariamente a quanto si crede, relativamente poco influenti risultano essere invece gli strumenti tecnologici così come tutte le attività parascolastiche svolte durante l’anno sotto forma di progetti e progettini da affiancare alle discipline curriculari sempre più in auge presso tutte le scuole di ordine e grado.

Una triste verità questa che ci conferma l’Ocse nel suo Rapporto.

Ma quando e perché la scuola ha smesso di funzionare come ascensore sociale?

Difficile risalire alle cause che hanno determinato tutto ciò.
“Al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente”, fa sapere il Censis, a conferma che l’inversione di marcia si registra a partire fin dagli anni ’70 per aumentare sempre più nei decenni successivi.
“L’istruzione dava importanza a noi poveri. I ricchi si sarebbero istruiti comunque. La scuola dava peso a chi non ne aveva, faceva uguaglianza. Non aboliva la miseria, però tra le sue mura permetteva il pari. Il dispari cominciava fuori”, scrive magistralmente Erri De Luca ne “Il giorno prima della felicità”.
Un pensiero condiviso dalle generazioni passate quando la scuola aveva ancora il suo peso specifico e gli insegnanti godevano di quel prestigio sociale che oggi è solo un mero ricordo.

L’abbandono scolastico, intendiamoci è sempre stata una delle piaghe che hanno afflitto l’istituzione scolastica: marginale tra i figli dei laureati, leggermente più elevata tra i figli dei diplomati, per arrivare quasi ad uno studente su tre, ben il 27% tra i figli di genitori con la sola licenza della scuola dell’obbligo. L’uscita precoce dai circuiti scolastici, afferma ancora il Censis,  riguarda il 31,2% degli studenti i cui genitori svolgono professioni non qualificate. Il dato più sconcertante elaborato dall’Istituto di Statica riguarda però la domanda che proviene dal mondo del lavoro: tra il 2008 e il 2013 l’offerta ha continuato a concentrarsi soprattutto sui livelli di studio bassi, gli unici a registrare un andamento positivo, a scapito sia dei titoli medi, sia di quelli più elevati.
Un evidente scollamento quindi tra i percorsi di studi portati a compimento e il successivo inserimento nel mondo del lavoro. L’inevitabile clima di sfiducia ha avuto le sue conseguenze immediate: l’Università che perde sempre più iscritti e molti che iniziano il percorso accademico lo abbandonano a metà strada consapevoli che tanto “carmina non dant panem”, quindi molto meglio guadagnare presto e possibilmente bene.

E infatti in Italia la quota di immatricolati che arrivano a conseguire il titolo triennale è ancora molto bassa, intorno al 55%, mentre nei Paesi dell’Ocse si arriva in media al 70%.

Un cane che si morde la coda. Una scuola che in seguito alle politiche degli ultimi decenni ha perso sempre più quell’appeal che la metteva al centro della mobilità sociale e il mondo del lavoro sempre più alla ricerca di tecnici, operai specializzati, addetti agli impianti e ai macchinari, periti, informatici. “Sono queste le persone che troveranno lavoro”, ha avvertito recentemente il presidente di Confindustria, entrando a gamba a tesa nella scelta formativa futura di migliaia di giovani del cuneese, “è questo che offre il territorio”, ha messo in guardia Mauro Gola, sostenendo che era moralmente giusto mostrare la realtà per non alimentare false speranze.

E allora come se ne esce? I dibattiti sul tema si sprecano. La scuola pubblica italiana oggi arranca. Ha preso troppe batoste, sta all’angolo come un pugile suonato. Deve recuperare credibilità e prestigio. Deve ritrovare lo splendore di un tempo per essere in grado di rimescolare questa società immobile. Ma per questo ci vogliono politiche lungimiranti e lo stanziamento di risorse adeguate. E opportunità lavorative pronte a riconoscere meriti e competenze. E a retribuire di conseguenza.

Una cosa è certa: è dalla scuola che ha inizio tutto. Dal sapere, dalle conoscenze, dalle competenze acquisite, qualunque sia la strada che si vuole intraprendere.

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