REDDITO DI CITTADINANZA: PERCHÈ È DIVERSO DALLA PROPOSTA DEL MOVIMENTO 5S

DI FRANCESCA CAPELLI

Il reddito di cittadinanza è il protagonista del discorso politico di questi giorni. Tutti ne parlano, da quando Gigi Di Maio del Movimento Cinque Stelle ne ha fatto il tema cardine della sua campagna elettorale. Già, tutti ne parlano. E questa sarebbe una novità, visto che per anni il tema non è uscito da circoli di nicchia e da pochi convegni quasi carbonari, dove filosofi, economisti, politologi e sociologi si interrogavano sul futuro del welfare nell’epoca post-welfare. Poi sono arrivati i grillini e hanno scombinato le carte in tavola. In un modo curioso, visto che quello proposto in campagna elettorale da Di Maio non è reddito di cittadinanza, ma un intervento a integrazione del reddito, come già ce ne sono tanti in Italia e in Europa. Una proposta più ampia, per qualcuno più raffazzonata, di quello che attualmente viene chiamato “reddito minimo garantito”, ovvero un sussidio per le persone al di sotto della soglia di povertà, agganciato però ad alcuni parametri. Per esempio il perdurare della difficoltà economica, la disponibilità a svolgere lavori socialmente utili, minijob, corsi di formazione (spesso di dubbia utilità, come racconta il film “Io, Daniel Blake” di Ken Loach, nella foto) o ad accettare qualsiasi lavoro nel frattempo venga offerto. Cosa ancora diversa è l’indennità di disoccupazione (tipo la Naspi), che possono percepire solo coloro che hanno lavorato in modo regolare e contrattualizzato per un certo periodo e che quindi taglia fuori tutti gli altri, che si trovano in situazioni di precarietà, lavoro nero e inoccupazione.
Scopriamo le caratteristiche del reddito di cittadinanza propriamente detto, i suoi fondamenti teorici, le conseguenze pratiche immaginate dagli economisti che l’hanno ideato e le basi di finanza pubblica grazie alle quali sarebbe applicabile e sostenibile. E lo facciamo con l’aiuto di Corrado Del Bò, docente di Filosofia del diritto all’università di Milano e autore di vari testi sull’argomento: “Un reddito per tutti” (Ibs, 2004), “Per un reddito di cittadinanza. Perché dare soldi a Homer Simpson e ad altri fannulloni (con Emanuele Murra, edizioni GoWare, 2014) e “Il reddito di cittadinanza, tra mito e realtà”, articolo pubblicato nel 2013 sulla rivista “Il Mulino”).

Professor Del Bò, può aiutarci a chiarire che cos’è e cosa non è il reddito di cittadinanza?

Il reddito di cittadinanza è un trasferimento monetario erogato periodicamente, su base individuale, a tutte le persone, indipendentemente dalla loro capacità contributiva e della loro disponibilità ad accettare un lavoro o un corso di formazione (se offerti). Uso il termine “persone” poiché il termine reddito di cittadinanza può generare un equivoco: sembrerebbe infatti destinato ai soli cittadini, laddove invece i suoi sostenitori pensano che esso debba essere erogato anche ad altre categorie che non ricadono sotto l’ombrello della cittadinanza (per esempio, gli immigrati regolari). Anche per questo ho sempre preferito parlare di “reddito di base”, un calco dell’inglese basic income. Che è anche il termine scelto dalla rete internazionale del Basic Income Earth Network (BIEN, http://basicincome.org/), che raggruppa sociologi ed economisti che studiano questo tema e offrono soluzioni ai governi interessati a implementarlo. Non a caso, la definizione è la stessa che compare nel titolo del recente libro di Philippe Van Parijs e Yannick Vanderborght, “Il reddito di base. Una proposta radicale” (Il Mulino, 2017).

Quindi, quali sono le caratteristiche distintive del reddito di base?

L’individualità (il titolare del diritto è l’individuo e non il nucleo familiare), l’universalità (possono accedervi tutti coloro che risiedono legalmente in un paese) e soprattutto l’essere incondizionato (cioè svincolato da verifiche sulla situazione economica e sulla disponibilità ad accettare un lavoro). Alla luce di questa descrizione, il reddito di base è differente dai sussidi o dalle forme di integrazione classici, come anche dal “reddito di inclusione” (REI), introdotto in Italia nel 2017. Infatti, tutte queste misure sono condizionate, nel senso che sono destinate a persone (o nuclei familiari) che ricadono sotto una certa soglia di reddito e/o nel senso che condizionano la sua erogazione alla disponibilità ad accettare qualsiasi offerta di lavoro o percorsi di riqualificazione.

E la proposta del Movimento 5 Stelle in cosa consiste?

Quando il Movimento 5 Stelle parla di reddito di cittadinanza ha in mente non il reddito di cittadinanza in senso proprio (cioè il reddito di base), ma un’ulteriore forma di trasferimento monetario condizionato, più generosa delle forme di sostegno al reddito in vigore oggi – e al momento non economicamente sostenibile. Tutto questo non vuole essere una lode del reddito di base e una critica di altre forme di sussidio, o viceversa: si tratta semplicemente di fare una distinzione concettuale e di intendersi sull’uso delle parole, in modo da poter dibattere dei pregi e delle virtù di queste misure e di come poter meglio organizzare la protezione sociale.

Chiariamo bene il criterio dell’universalità e del non essere condizionato. Cosa significa esattamente? Non si tratta dell’ennesimo intervento a pioggia? Che differenza c’è con gli 80 euro o i bonus bebè?

Comunque si vogliano giudicare questi interventi, gli 80 euro e il bonus bebè sono vincolati al soddisfacimento di certi requisiti d’accesso, si tratti di una condizione economica disagiata (in un qualche modo misurata) o la nascita di un nuovo cittadino. Il reddito di base non ha invece alcun vincolo: è erogato agli individui per il solo fatto di vivere, da cittadino o da immigrato regolare, all’interno di quello Stato che ha attivato un reddito di base. Per questo qualcuno ha proposto di chiamarlo “reddito di esistenza”.

Perché tutta questa resistenza all’idea del reddito di cittadinanza incondizionato?

Ho iniziato a occuparmi di reddito di cittadinanza tra la fine ‘900 e i primi anni del 2000, quando la filosofia politica contemporanea aveva iniziato a discutere un libro molto importante dell’economista belga Philippe Van Parijs, colui che è ritenuto unanimemente il guru del reddito di cittadinanza. Il libro si intitola “Real Freedom for All” (Oxford University Press, 1995) e argomenta a favore del reddito di cittadinanza anche per i surfisti di Malibù, identificando con questa categoria le persone che fanno una bella vita volontariamente scelta e verrebbero per di più remunerate con un reddito di cittadinanza. Così, per rispondere alla sua domanda, le posso dire che in questi anni in cui ho molto parlato di reddito di cittadinanza, anche al di fuori di contesti accademici, la resistenza sembrava all’inizio dipendere principalmente dalla difficoltà morale di dare denaro pubblico a persone cui non era chiesto nulla in cambio. Poi i tempi sono cambiati e oggi la resistenza sembra più legata alla sua impraticabilità economica, come sostenuto da Stefano Toso in “Reddito di cittadinanza o reddito minimo?” (Il Mulino, 2016). Il dibattito italiano di questi giorni sembra in effetti più concentrato su questo secondo aspetto. Ovviamente sono disponibili degli argomenti che possono spiegare perché la proposta del reddito di cittadinanza non vada liquidata in maniera così spiccia, anche se è ovvio che una misura di questo tipo non può essere introdotta dall’oggi al domani e senza un complessivo ripensamento della spesa pubblica e della spesa sociale in modo particolare.

Da dove nasce l’ossessione per il rischio assistenzialismo? Per la paura che le persone – i poveri soprattutto – poi si impigriscano? Lo dicevano i Chicago Boy, lo ha ripetuto più volte Elsa Fornero.

Non sono in grado di risponderle in un modo davvero soddisfacente, perlomeno per quelle che sono le mie competenze. Dovremmo chiederlo a un sociologo. Osservo però che una delle linee di confine che divide i sostenitori del reddito di cittadinanza dei suoi detrattori è proprio questa. È una scommessa anche relativa alla disponibilità delle persone a fare comunque qualcosa di utile (mi passi questa espressione generica), anziché passare la giornata sul divano a bere birra e guardare televisione. Sinceramente, se dovessi puntare dei soldi su quale sarebbe l’atteggiamento generale una volta che fosse introdotto il reddito di cittadinanza (che, ricordo, sarebbe comunque una base e non uno stipendio vero e proprio), sarei più dell’idea che le persone si daranno da fare in aree che sono diverse da quelle del lavoro salariato o imprenditoriale in senso stretto. Mi viene da pensare al mondo del volontariato, dove attività impegnative e non remunerate (se non in termini simbolici) occupano già oggi il tempo di molte persone e costituiscono una voce importante del Pil.

Le risorse per rendere applicabile il reddito di base, secondo Van Parijs, vanno cercate nella fiscalità generale. Ma proposte di queste genere provocano molta resistenza, se non addirittura reazioni inconsulte. La fiscalità generale è una sorta tabù (o un tasto delicatissimo in campagna elettorale). Ma anche ai tempi della riforma del Servizio sanitario nazionale si diceva che i poveri avrebbero pagato l’ospedale ai ricchi, mentre non è stato così…

È un tema vecchio, questo, ed è riemerso, come forse avrà notato, quando in campagna elettorale alcuni esponenti politici hanno proposto l’università gratuita per tutti. A me sembra che, di fondo, si trascuri un punto: l’idea di far coprire alla fiscalità generale i costi di certe prestazioni dipende anche da quanto si ritenga che queste prestazioni siano parte del patto sociale che lega i cittadini. Se ne sono parte, devono essere a carico di tutti, naturalmente in proporzione alla capacità contributiva di ciascuno. Una capacità contributiva che, è bene ricordarlo, in Italia è subordinata, secondo l’art. 53 della Costituzione, al rispetto di criteri di progressività. Sicché, tornando reddito di base, dobbiamo chiederci prima di tutto se possa essere considerato parte di questo patto sociale e poi, in un secondo momento, chiederci anche se esso non generi effetti distorsivi. Per esempio quelli che alcuni, come lei ha ricordato, paventano. Ma, da quest’ultimo punto di vista, è bene ricordare che il reddito di base fa parte del reddito imponibile e questo, mi pare, rende quelle preoccupazioni meno pressanti di quanto diversamente sarebbero. Quindi ciò che lo Stato dà ai più abbienti rientrerebbe, nel loro caso, attraverso le imposte.

È possibile dare qualche cifra? 

Anche qui, non voglio fare un mestiere che non è il mio. Io mi sono sempre occupato della questione della giustificabilità morale del reddito di base. Ma posso citarle i calcoli di Van Parijs (per approfondimenti: www.bin-italia.org/reddito-incondizionato-tutti-cittadini-…/). Secondo Van Parijs, ogni proposta ragionevole per un reddito di base incondizionato dovrà attestarsi tra il 12 e il 25 per cento del Pil procapite (in Italia si situerebbe tra 270 e 560 euro al mese). Dovranno essere quindi mantenuti alcuni sussidi aggiuntivi di tipo condizionato, per far sì che nessuna famiglia povera ci perda.

Ci sono esempi concreti di applicazione del reddito di base da parte di qualche Stato?

Oggi il reddito di base esiste solamente in Alaska, grazie a un fondo nel quale confluisce il pagamento per i diritti di estrazione del petrolio. Qualche sperimentazione su piccola scala è stata avviata qua e là nel mondo, ma certamente oggi il reddito di base è proposta e non realtà. Vedremo cosa accadrà nei prossimi anni, ma ricordo anche che, quando ho iniziato a studiare l’argomento, sembrava più una sfida intellettuale che una proposta. L’insegnamento che ne traggo è che non bisogna mai pensare che il futuro sia già scritto, nelle sue possibilità e soprattutto nelle sue impossibilità.