PROCESSO D’APPELLO A “MAFIA CAPITALE”. L’AVVOCATO DELLA DIFESA ATTACCA MAGISTRATI E GIORNALISTI

DI MARINA POMANTE

Gli inizi
L’indagine “mafia capitale” inizia nel 2011 e porta alla luce il cosiddetto “Mondo di mezzo”. Il procuratore Giuseppe Pignatone, indaga su presunte attività criminali di diverse persone sul territorio romano. Emergerà una vera associazione mafiosa tesa al controllo di finanziamenti pubblici e appalti del comune di Roma e delle Aziende municipalizzate. Tra gli interessi dei criminali, spiccano la raccolta dei rifiuti e la gestione dei campi di accoglienza.

La prima fase dell’inchiesta scatterà alla fine del 2014, infatti i primi di dicembre 37 persone saranno arrestate e altre 39 risulteranno indagate, verranno anche fatti sequestri a beni per 200 milioni di euro.
Molti i reati contestati, oltre naturalmente all’associazione mafiosa, anche estorsione, usura turbativa d’asta, corruzione, trasferimento fraudolento di valori, false fatturazioni, riciclaggio e altri ancora, Secondo i Pm è Massimo Carminati l’uomo in cima alla piramide, il capo dell’organizzazione. Carminati detto “er cecato”, è un ex esponente del gruppo eversivo neofascista NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e il suo vice risulterebbe, sempre secondo i magistrati, Salvatore Buzzi, ex presidente della Cooperativa 29 giugno.
Tra gli arrestati ci sono anche persone di spicco della vita politica manageriale capitolina. Nome eccellente invece tra gli indagati, quello di Gianni Alemanno, l’ex sindaco della capitale, gli sarà contestato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso, accusa poi tramutata, a fine indagini, in quella di corruzione e finanziamento illecito. Secondo l’accusa, Alemanno avrebbe ricevuto 125 mila euro, da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi. in gran parte attraverso la sua fondazione “Nuova Italia”.

La seconda fase dell’inchiesta arriva a giugno del 2015. Scatteranno le manette per 44 persone e altre 21 persone tra Lazio, Umbria e Sicilia, risulteranno indagate con varie accuse, dall’associazione di tipo mafioso, alle false fatturazioni, turbativa d’asta, corruzione e trasferimento fraudolento di fondi di denaro. Anche in questo caso le persone coinvolte sono personaggi in vista, consiglieri comunali, regionali, dirigenti e manager di cooperative. La particolare evidenza di questa fase dell’indagine, riguarda gli affari illeciti nell’ambito dei centri di accoglienza.
Il 5 Novembre dello stesso anno inizierà il maxi-processo a “mafia capitale” e compariranno davanti al giudice 46 persone, di queste, 19 saranno accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso.
Carminati era in videoconferenza dal carcere dove si trovava, al regime del 41bis. Buzzi chiese il patteggiamento in due momenti diversi, ma la Procura negò questa possibilità con la motivazione che nel corso degli interrogatori, Buzzi non collaborò.
Quattro imputati, alcuni giorni prima, chiesero ed ottennero il giudizio col rito abbreviato e vennero condannati tra i 4 e i 5 anni. Su uno di questi imputati, Emilio Gammuto, ex collaboratore di Salvatore Buzzi, pesò anche l’aggravate del “metodo mafioso”, ma in appello, cadde l’aggravante e le pene furono ridotte.
Bisogna attendere gennaio del 2016, per arrivare alle condanne per i primi politici coinvolti nell’inchiesta, infatti in uno stralcio del processo legato a “Mafia Capitale”, vengono condannati per corruzione, in primo grado, con rito abbreviato, l’ex assessore alle politiche abitative della giunta Marino, in quota al Partito democratico, Daniele Ozzimo a una pena di 2 anni e 2 mesi e Massimo Caprari, ex consigliere comunale di Centro democratico a 2 anni e 4 mesi.

Arriviamo così nel luglio del 2016, alla terza fase dell’inchiesta, sono notificati 28 avvisi di conclusione delle indagini e tra le persone raggiunte dal provvedimento ci sono esponenti della politica, funzionari pubblici, amministratori locali. Rischieranno un rinvio a giudizio e un nuovo processo… Alcuni di questi, già imputati nel maxi-processo.
Figureranno in questa terza fase, alcuni nomi nuovi, l’ex capogruppo del Partito democratico in Consiglio comunale, Francesco D’Ausilio e l’ex capogruppo al consiglio regionale del Lazio, sempre del Pd, Marco Vincenzi.
I reati contestati, risalgono al periodo tra il 2011 e il 2014 e a seconda delle posizioni sono di: corruzione, turbativa d’asta, rivelazione di segreto d’ufficio e finanziamento illecito ai partiti.
Ma non finisce qui, perché a dicembre, i Pm romani chiedono ancora altri 24 rinvii a giudizio per funzionari, carabinieri e politici che, sempre secondo l’accusa, si sarebbero fatti corrompere da Buzzi e Carminati.
La vicenda “Mafia capitale” che ha travolto nelle indagini molte persone, registra una inversione di tendenza nell’ottobre 2016, quando la Procura di Roma chiede l’archiviazione per 116 indagati (tra cui anche il presidente della Regione Lazio, Gianluca Zingaretti), accusate da Salvatore Buzzi durante i suoi interrogatori. “L’ufficio ha effettuato approfondimenti in merito alle dichiarazioni di Buzzi e l’esito è stato negativo”, così scrissero i magistrati romani nelle carte inviate al Gip. La richiesta di archiviazione della Procura di Roma venne accolta dal Gip, per 113 posizioni su 116, quattro mesi dopo, nel febbraio 2017.

La richiesta di condanna della Procura, le risposte delle difese.
Alla fine di aprile, dopo più di 200 udienze, al termine della requisitoria al maxi-processo, i pubblici ministeri romani chiesero una condanna per Massimo Carminati a 28 anni di carcere e per Salvatore Buzzi a 26 anni e tre mesi, poiché ritenuti dagli stessi Pm, gli uomini al vertice della presunta organizzazione mafiosa romana.
In totale per i 46 imputati, furono chiesti dai pm 515 anni di carcere.
Secondo gli avvocati della difesa di Massimo Carminati si è trattato invece di “un processo fatto di mistificazioni e di frasi a effetto”, “l’associazione di stampo mafioso è insussistente”.
Durante l’arringa difensiva invece gli avvocati della difesa di Salvatore Buzzi sostennero, che il loro assistito dovesse essere condannato solo per corruzione e non anche per il reato di associazione di stampo mafioso.

L’Appello
Si apre in questi giorni il processo d’Appello al “mondo di mezzo”, i Pm chiedono “associazione di stampo mafioso”, accusa non riconosciuta nel processo di primo grado.
E si apre con non poche polemiche, il procedimento vede imputati 43 persone e l’accusa per 19 di queste, contesta appunto l’associazione mafiosa.
Il Primo grado vide assolte 5 persone e la condanna a 20 anni di carcere per l’ex nar Carminati e 19anni per Salvatore Buzzi, più una serie di condanne per gli altri 41 imputati.
E’ l’avvocato difensore di Massimo Carminati, Giosuè Bruno Naso, che prende parola ad inizio processo e lo definisce subito “processetto mediaticamente costruito per condizionare i giudici anche con le inchieste del giornalista Lirio Abbate, “che io ho ribattezzato Delirio”. Si processano le persone per quello che fanno e non per quello che si assume abbiano fatto”. Poi Naso, attacca il procuratore generale della Corte d’Appello, Giovani Salvi, perché questi aveva polemizzato sulla sentenza di Primo grado che aveva rigettato l’accusa di associazione mafiosa. Naso commenta che “Non si parla di processi in corso all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Non è un processo speciale. Vogliamo fare presto il processo ma farlo come un normale processo. Se fosse un processo speciale ci vorrebbe un tribunale speciale e di tribunali speciali ne abbiamo piene le tasche”.
L’avvocato di Carminati, non risparmia nemmeno i giornalisti. Ancora una volta in un’aula di giustizia, definisce il giornalista dell’Espresso Lirio Abate “delirio Abbate”. storpiandone il nome come a voler ridicolizzare le sue numerose inchieste in cui il giornalista ha documentato tutte le malefatte dell’ex Nar (gruppo terroristico di estrema destra). Poi ancora, velate minacce e l’indicazione di un “bersaglio” che va zittito, forse colpito! Tutto ciò accade in un’aula di tribunale, alla presenza di giudici, avvocati, giornalisti e pubblico. Tanto perché il messaggio giunga a chi deve intendere… Ma nessuno ferma questo massacro etico, morale, istituzionale. Insomma uno spaccato di espressione mafiosa, si lascia intendere di conoscere i movimenti sia del giornalista che del procuratore, le persone che questi frequentano… Un metodo intimidatorio per ammonire a non insistere…
Il giornalista Lirio Abbate (minacciato dalla mafia), è da tempo sotto scorta a causa delle sue inchieste a Palermo e a Roma. E’ di fatto diventato un simbolo per chi non gira la testa davanti all’illegalità dominante dal Nord al Sud del Paese.
Ma le udienze stanno anche facendo emergere elementi nuovi, un capitano dei Carabinieri, rispondendo all’avvocato di Carminati, ha raccontato dell’esistenza di alcune intercettazioni ambientali che non erano state rese note, il capitano ha ricostruito una conversazione tra un uomo (non identificato) e Carminati e in questa ricostruzione si evidenzia come il capo mafioso volesse “farla pagare” ad Abbate, “Ieri sono andato a casa a cercare questo Abbate… ma dove cazzo sta questo Abbate che mi sta cercando… tutte le mattine vengo qui a cercare Abbate”. Dalle intercettazioni già note, era emerso come Carminati esprimesse la sua rabbia e dicesse di voler “fratturare la faccia ad Abbate” quando lo avrebbe incontrato.
Un intervento ufficiale dell’associazione “Ossigeno per l’informazione”, insieme alla “Federazione della stampa” e all’Ordine dei giornalisti, è stato rivolto al presidente del Tribunale di Roma, al Procuratore della Repubblica e al Presidente dell’Ordine degli avvocati, ai quali si chiede di adoperare “la loro autorevole influenza per impedire che all’interno dei processi si delegittimi il difficile compito di questo valoroso giornalista e degli altri che, come lui, forniscono ai cittadini elementi di conoscenza su fatti di evidente interesse pubblico. Invitiamo le parti processuali a rispettare e tutelare questi giornalisti e tutti coloro che, come loro, cercano la verità e diffondono informazioni nell’interesse dei cittadini”.
Naturalmente anche la redazione dell’Espresso, ha manifestato solidarietà al collega Lirio Abbate e descrive l’attacco dell’avvocato del principale imputato ad un processo di mafia, ancora più grave, poiché sferrato in un’aula di tribunale.

Saranno i giorni che seguiranno che daranno indicazioni più precise sull’esito di questo processo d’Appello, per ora possiamo solo prendere atto di quanto stia avvenendo e seguire gli accadimenti processuali, ma questa ultima vicenda di minacce velate e di superamento perfino delle barriere morali di un tribunale, lasciano intuire la portata delle azioni sotto accusa e la complessità degli interventi di contrasto alla malavita ed ai suoi atti criminosi, anche se si avverte comunque un senso di conforto che deriva dalla consapevolezza che ormai la “lotta” è iniziata e malgrado i tentativi (mafiosi) di reazioni, il “mondo di mezzo” è definitivamente prossimo ad essere spazzato via.