ADDIO AD IVANO BEGGIO, IL GRANDE CAPO DELL’APRILIA

DI- STEFANO ALGERINI

“A sedici anni ho realizzato il mio primo motorino 50. Agli inizi degli anni 60 era una cosa possibile: c’erano artigiani che producevano tutta la componentistica che serviva per crearlo. C’era quello che faceva il motore, l’altro l’acceleratore, un altro ancora che curava i parafanghi e così via. Io non ho fatto altro che mettere insieme i pezzi ed usare l’officina di mio padre, che allora produceva biciclette, per completare l’opera”. Ecco, può cominciare anche così, con pezzi presi qua e là creando una specie di puzzle, una storia che odora di leggenda. La voce narrante era quella di Ivano Beggio, il creatore dell’Aprilia, piccolo guerriero a due ruote che osò sfidare “i mostri” giapponesi, che ci ha lasciati oggi all’età di 74 anni.

Il nome, l’Aprilia, lo aveva ideato Alberto Beggio, il padre di Ivano. Lui come detto produceva biciclette, ma la Lancia Aprilia lo aveva ispirato. Quella, nel 1935, fu la prima automobile su cui si fecero studi aereodinamici, e dunque come si vede niente succede per caso: neanche la scelta di un nome. Ivano si staccò presto dalle biciclette (anche se in realtà fu il primo a portare dalle nostre parti le BMX, le biciclette monomarcia oggi diffusissime ma allora oggetti misteriosi) passando prima al motocross e poi alle moto da strada, ma non toccò mai quel nome facile da ricordare. Scelta esatta, senza dubbio.

Una delle tante di Ivano Beggio, come quella di usare l’esperienza nei Gran Premi per far prosperare i prodotti di serie. Anzi, l’idea di Beggio (geniale bisogna dire) fu quella di trasportare proprio pari pari le moto da corsa in una versione buona per gli appassionati dilettanti, le famose “replica”. E ai suddetti dilettanti non pareva vero poter andare in giro con la stessa moto che la domenica vedevano correre, e spesso trionfare, in televisione su tutti i circuiti mondiali.

Certo poi per le grandi imprese occorre anche un po’ di quella cosa che in Italia chiamiamo con quella parola di quattro lettere che ricorda una parte anatomica… insomma un po’ di fortuna. Come quella capitata a metà degli anni 90: l’euro era ancora di là da venire e l’Aprilia stipulò un accordo con il colosso teutonico Bmw per la produzione della F650. Un “affaruccio” da 50.00 pezzi: un’enormità per la piccola casa di Noale, quindi già così un’occasione niente male. Ma la famosa botta della famosa parte anatomica fu che, proprio mentre la moto andava in produzione, il marco tedesco cominciò a volare sui mercati finanziari, e così l’affare da buono divenne un colpo memorabile. E del resto se uno come Napoleone, non l’ultimo dei fessi passati per strada, preferiva i generali fortunati a quelli bravi vuol dire che certe spinte della sorte sono vitali per fare strada ai massimi livelli.

Peraltro se c’è uno che questa spinta se la meritava era sicuramente Beggio: andare a fare la guerra contro i colossi nipponici nel motomondiale per una realtà piccolissima e totalmente autarchica assomigliava molto ad una pazzia, o ad un tentativo di brevissima durata. E invece da quel primo Gran Premio vinto in 250 in Italia, a San Marino, e con in sella un pilota italiano Loris Reggiani (e come ti sbagli) l’Aprilia non si è più fermata, vincendo una quantità industriale di titoli mondiali in tutte le categorie possibili e, soprattutto, fungendo da chioccia praticamente per tutti i giovani piloti tricolori diventati poi campioni “globali”: Rossi, Capirossi, Biaggi, Melandri. Una “mamma” che non ha sbagliato un colpo l’Aprilia di Beggio, passando dai trenta milioni di lire dei primissimi investimenti dei tempi “eroici”, ai sempre trenta milioni attuali, ma in Euro. E come sanno tutti quelli sopra i trent’anni sono numeri uguali ma parecchio diversi.

Se ne va un Cavaliere del lavoro e Cavaliere dell’ordine al merito della Repubblica Italiana, nonché un bilaureato honoris causa, ma a tutti i maniaci delle moto (e sono tanti) che si ritrovano regolarmente nelle manifestazioni organizzate in ogni parte d’Italia dei titoli importa veramente poco e nulla. Per loro, per la loro “tribù”, Ivano Beggio era un grande capo, che quando parlava, non intorno al fuoco ma in mezzo alle moto d’epoca (conservate come reliquie ed esposte in quelle occasioni particolari), andava ascoltato con tutta l’attenzione e la venerazione dovuta. Quella che può meritare chi ha fatto la storia ed ha indicato la strada a tutti quelli che sono venuti dopo di lui, solo grazie ad un gran coraggio ed una grande passione per quelle due ruote sospinte da un congegno rumoroso come poche cose nel mondo.