ADDIO A LUIGI NECCO. CHE CANTAVA NAPOLI

DI ROBERTO BECCANTINI

Per noi ragazzi del secolo scorso, Luigi Necco era la Napoli di Diego Maradona, che poi era la Napoli di Eduardo De Filippo che poi era la Napoli di Massimo Troisi che poi è la Napoli di Raffaele La Capria. Una città senza se e senza ma, eccessiva, feroce, dolce, e per tutto questo indimenticabile. E una squadra capace di guardare negli occhi il bieco Nord senza abbassarli. Luigi ci ha lasciato a 83 anni. Diventò «uno di noi» attraverso «Novantesimo minuto», la trasmissione che anticipò un mondo, non solo un genere. Ci si incontrava al San Paolo, a microfono e taccuino sguainati. Secondo Julian Barnes, «non c’è peggior bugiardo del testimone oculare». Un paradosso che Necco non ha mai schivato: la «maschera» che inforcava durante i collegamenti non era passamontagna. Era teatro.
Non si interessava solo di sport, Luigi, tanto che venne gambizzato per aver rotto le scatole al clan di Raffaele Cutolo. Erano tempi, tornando al calcio, in cui le immagini pesavano più dell’immagine, e l’apparire più dell’apparenza. A un certo punto, e per un certo periodo, la passione e il mestiere (anche se il giornalismo non è un mestiere: è una passione «fatta» per mestiere) ci avvicinarono. Poi ci siamo persi. Fino a questo flash di agenzia, secco come una pallottola.