MAO RENZI SI TIENE IL PARTITO: NUOVE ELEZIONI SEMPRE PIU’ VICINE

DI LUCIO GIORDANO

Una cosa avrebbe dovuto fare la direzione del Pd di ieri: azzerare tutti i vertici.  Proprio  come chiedeva timidamente  Andrea Orlando, era quella  la via maestra per ripartire davvero.  E invece tutte le correnti dem contrarie a Renzi hanno rinunciato a questo sforzo etico, segno che nel cielo Pd regna ancora  il caos, la confusione e la mortificazione per la catastrofe elettorale del 4 marzo. E come diceva Mao  “se grande è la confusione sotto il cielo,  la situazione è favorevole”. Favorevolissima  di certo per l’ex segretario dem.

L’unica cosa sicura infatti  è che l’ex sindaco di Firenze è riuscito a prendere tempo. Una sua vittoria personale. Va detto: Non era del tutto scontato. Ma poi lo stesso Michele Emiliano non ha avuto il coraggio di rivoltare il tavolo e anche lui si è allineato all’idea del reggente, Maurizio Martina, e cioè i tempi lunghi per la convocazione dell’assemblea del Pd, i tempi biblici del congresso per eleggere, stavolta guarda caso senza primarie, il nuovo segretario dem. Si parla addirittura del 2021, sempre che nel frattempo la barca regga indenne alla tempesta e non coli a picco.

Tempi lunghi. Questo è. Ne ha bisogno Calenda, il nome indicato da molti come il più pronto a scalare il partito, per prendere le misure e posizionare il Pd sempre più a destra, in una visione liberistica indispensabile al mondo della finanza per continuare a fare la spesa in Italia. Ne ha bisogno soprattutto Renzi per rimettere ordine nel suo percorso politico, con o senza i suoi compagni di partito, attendendo le indicazioni delle prossime settimane sull’eventuale formazione di un governo, qualsiasi esso sia. Il fatto di non volersi alleare con i 5 Stelle non ha niente di ideologico, naturalmente. Fosse per lui e per il suo cerchio magico, l’alleato naturale sarebbe Berlusconi. Punto di incontro tra i due uomini politici, un elicottero atterrato anni fa  in un campo sportivo dalle parti di Arezzo. E chi vuol capire, capisca.

Peccato che la legge elettorale voluta da Pd, Forza Italia e Lega Nord non abbia portato ai risultati sperati. Il furbettellum, meglio noto come Rosatellum bis, non aveva previsto il successo clamoroso dei 5 stelle, il crollo di Renzi e Berlusconi e la vittoria di Salvini all’interno di una coalizione, che in nemmeno dieci giorni si è già sfaldata. Nessun governo all’orizzonte. Non tanto per i numeri lontani dalla maggioranza, quanto perchè in questa corsa personalistica alla guida del Paese, Salvini non vuole perdere voti alleandosi con Renzi. Certo, con un esito elettorale diverso, L’ex Cavaliere pensava di accordarsi  con Renzi per  un governo di larghe intese. Ma è andata male.

Peraltro, è andata male a tutti, paradossalmente anche ai 5 stelle, i veri trionfatori del 4 marzo. Se ottieni un risultato da stropicciarsi gli occhi ma non arrivi al 40 per cento per poter governare da solo, c’è poco da fare. La realtà, infatti,  è che le elezioni le ha vinte la coalizione della destra radicale, quell’armata brancaleone che già si odia cordialmente. Anche se democraticamente ingiusto, è così.  E’ ad essa, dunque,  che Mattarella dovrebbe affidare l’incarico. Salvini  dovrebbe perciò assumersi la responsabilità di formare un governo che affronti subito il def e un paio di manovre straordinarie, come ci chiede l’Europa. Dopo aver basato la sua campagna elettorale alimentando l’odio e distanziando  Berlusconi  grazie all’attentato terroristico di Macerata, compiuto da un suo ex candidato, il segretario della Lega Nord ha il pallino in mano. Se è in grado, governi  senza tante storie. Non con i  5 stelle,  però, con i quali  non ha nulla a che spartire, nè ideologicamente, nè politicamente. Tra i due partiti, distanze siderali.  L’ esecutivo lo deve insomma  formare  con la sua gente: è cioè Meloni e Berlusconi. Solo che i numeri non ci sono e riaprire il famoso mercato delle vacche di sette anni fa non è più  possibile. 60 responsabili non si trovano dietro l’angolo. Tutto il Pd dovrebbe  trasferirsi in blocco nella coalizione,  per avere una larga maggioranza. Ma poi vaglielo a spiegare agli elettori dem che governi con Salvini premier.

E’ un rischio di cui tutti, al Nazareno, sono consapevoli: l’irrilevanza futura.  E la direzione di ieri e i tempi lunghi per il congresso stanno lì plasticamente a dimostrarlo.  Ecco perchè Renzi se ne va poi ritorna, si dimette ufficialmente ma non molla e prende tempo per capire gli scenari futuri. E’ chiaro ed evidente a tutti che, come diceva ieri  Orlando il Pd  ” non  si può   permettere che, mentre qualcuno si carica il peso di questa transizione, qualcun altro si defila e spara sul quartiere generale secondo una strategia inaugurata dal presidente Mao Zedong». Ma l’ex premier è proprio quello che sta facendo. Vuole provare a vedere come si muoveranno nelle prossime settimane le pedine istituzionali. Poi, quando capirà che il suo aventino politico porterà all’ingovernabilità, darà finalmente vita al suo En Marche, il suo Avanti, il suo partito personale insomma, alla Macron.

Questo il sogno che, secondo molti, l’ex sindaco di Firenze sta carezzando. I numeri però,  come detto più volte, sono avarissimi. Più che un partito alla Macron , sarebbe un partito Micron. L’unica possibilità è inglobare Forza Italia e garantire a Berlusconi la sopravvivenza delle sue aziende. A questo starebbe lavorando.  E per questo Renzi non vuole allearsi con i 5 stelle, ideologicamente la scelta più logica per gran parte dell’elettorato Pd. Lui in pratica,  il Pd lo ha già buttato a mare, ma ha bisogno di nuove elezioni per realizzare il proprio progetto politico.

Mattarella sarà costretto ad accontentarlo. Non c’è infatti nessuna maggioranza possibile, giusto ripeterlo. Ci sarà  allora un governo di scopo per cancellare brutalmente questa orribile e furba legge elettorale voluta da Forza Italia, Renziani e Lega nord, che hanno pensato a fare le pentole ma non i coperchi. I sei partiti italiani , Fi, Liberi e Uguali, 5 Stelle,  fdi, Lega, Pd  si mettano quindi  d’impegno per trovarne una migliore. Tenendo presente un paio d’indicazioni che gli elettori hanno sottolineato con violenza nel voto del 4 marzo. Mai più listini bloccati ( che si ritorni dunque alle preferenze) e basta, davvero basta alla presa in giro delle coalizioni. Ogni partito torni a fare corsa a se, in maniera leale, senza ricorrere a finte alleanze preelettorali che finiscono per sciogliersi come neve al sole in meno di una settimana.

Si punti  quindi ad una proporzionale puro con le preferenze e lo sbarramento al 3 per cento. Serve governabilità? Consulta permettendo si assegni allora  l’ 80 per cento con il proporzionale per garantire la rappresentatività e poi si vada al ballottaggio tra i due principali partiti per assegnare il restante 20 per cento e dare una sostanziosa maggioranza a chi vince. In fondo, a pensarci bene,  una nuova legge elettorale congegnata in questo modo, per Renzi rappresenta l’unica possibilità di tornare  politicamente in gioco. Sempre che non sia già troppo tardi.