XI JINPING E LA MODERNIZZAZIONE AUTORITARIA DELLA CINA

DI ALBERTO TAROZZI

 

Chissà cosa spinge Richard Mc Gregor, autorevole giornalista del Financial Time, con una prolungata esperienza a Pechino, a dichiarare un certo scetticismo sul presente e sulle sorti future di Xi Jinping, da ieri ufficialmente leader della Cina a tempo indeterminato, secondo alcuni fino a che morte non sopraggiunga.

McGregor, in un’intervista a Repubblica sostiene che non sia possibile modernizzare un paese senza la presenza di un processo di modernizzazione politica. Sul fatto che quanto accaduto negli ultimi mesi sulla scena politica cinese non rientri nei canoni dei sistemi politici moderni, vale a dire quelli occidentali, si può essere d’accordo. Il Presidente ha accumulato cariche e onori che ci fanno risalire ai fasti dei tempi rivoluzionari di Mao Tse Tung.

Il suo nome e le sue teorie sul cosa debba essere il socialismo in Cina oggi, sono entrati fino da ottobre nella Carta fondamentale del Partito Comunista Cinese.
Ma come se non bastasse è di ieri l’altro la votazione unanimistica che sancisce un provvedimento fortemente voluto dal premier: l’abolizione del vincolo costituzionale del doppio mandato.
In parole povere, il Presidente potrebbe essere rieletto non per due soli mandati, come avveniva finora, ma con reiterazioni che potrebbero vederlo in carica per tutta la durata della sua vita. Ovviamente il 99,9% dei votanti all’Assemblea nazionale del popolo del PCC, quando ha espresso voto favorevole, ad altri non pensava se non a Xi medesimo.

Effettivamente se non si è trattato di scrivere materialmente il nome del Presidente in testa alla Costituzione, come avvenne ad esempio nella Jugoslavia di Tito, siamo pur sempre di fronte a un’implicita nomina del premier attuale a tempi i più lunghi possibili, una norma che nelle democrazie moderne non risulta facilmente reperibile.

Fin qui tutto chiaro, ma lascia interdetti la convinzione, diffusa non solo negli Usa, che tale mancata modernizzazione del sistema politico possa impedire altre forme di modernizzazione come quella economica e sociale.
Dagli stili di vita, ai consumi, dall’aumento del Pil procapite a una certa sensibilità per le relazioni tra sviluppo e ambiente, la Cina contemporanea altro non ha fatto, negli ultimi 30 anni, se non modernizzarsi.

Non solo: di questo processo gli ultimi sei anni hanno visto in Xi il protagonista indiscusso, con le propaggini della influenza cinese che spaziavano a livello internazionale, dall’Asia all’Africa fino all’Europa; tanto da prefigurare il ruolo della Cina, nella sfera di cristallo dei futurologi della politica, come quello del candidato più probabile alla leadership planetaria per la prima metà del XXI secolo.

L’irresistibile scalata di Xi ai più alti vertici del potere in Cina può dunque suggerire considerazioni di segno opposto a quelle del politologo del Financial Time. Tra la crescita economica ispirata al mercato e la pratica politica di stati autoritari esisterebbe una correlazione positiva di cui il leader cinese e i suoi sempre più incontrastati successi rappresentano la più perfetta delle incarnazioni.