FACCETTA NERA

DI MARIO RIGLI

Forse anche tu dall’altipiano hai guardato quel mare, molte volte lo hai guardato. Forse faccetta nera hai anche sognato di navigarlo con un gommone. Hai immaginato, Segen, di poterti liberare da quella schiavitù di morsi allo stomaco, quella schiavitù della fame perenne. Si, mentre sognavi di andare di là dal mare ricordavi quello che diceva tuo nonno, ricordavi quando ti raccontava quello che diceva suo babbo. Gli italiani non erano poi quel granché che tutti avevano sperato. L’Eritrea e anche l’Abissinia ne avevano viste di tutti i colori, ma forse tuo nonno esagerava nel raccontare certi fatti.

Ora che ti ha hanno avvistato, sei in salvo. La fame ti sta distruggendo, ma sei arrivato. Il tuo corpo è ridotto a scheletro, ma sei arrivato.
Ti ricordi ora, mentre quelle braccia ti sollevano, che durante la traversata hai canticchiato quella canzone italiana che tuo nonno ti aveva insegnato. L’hai canticchiata dentro, non avevi voce, l’hai canticchiata con le tue parole. “Aspetta e spera che già l’ora si avvicina, quando sarò di là da te, un pezzo di pane ci sarà anche per me.” E finalmente sei arrivato.
….
La giovane “faccetta nera” non ce l’ha fatta. Quel piccolo scheletro di 22 anni è morto di fame. Forse non sapeva che lui era un “migrante economico” anche se scaramucce esistono fra Eritrea e Abissinia, forse non sapeva che non avrebbe avuto diritto di asilo, come se morire di fame fosse più dolce di morire con un colpo di machete alla gola.

L'immagine può contenere: una o più persone