L’OMICIDIO MORO E IL PALCOSCENICO DEGLI ASSASSINI

DI CARLA VISTARINI

Sere fa in tv degli assassini a sangue freddo disquisivano tranquillamente, in pratica senza contraddittorio, come dei divi di non si sa cosa, del perché e del percome dei loro assassinii. Quarant’anni dopo l’omicidio di Moro, un canale tv è stato il palcoscenico su cui degli individui, di cui fare il nome sarebbe dar loro connotazione umana, hanno straparlato, con boria inconcepibile, accusando gli altri della colpa delle loro azioni omicide.
Ripresi in piano americano, la faccia impassibile e sfrontata davanti alla telecamera, non una parola di ripensamento, ma solo spiegazioni insulse trasudanti codardia nell’addossare ad “altro” e ad “altri” la responsabilità della morte inflitta a un “prigioniero politico” inerme. La vittima considerata poco più di un oggetto. Fotografati come star, trattati in guanti bianchi, ci mancava poco che passassero per eroi.
L’analisi storica di ogni istante del nostro presente e del nostro passato è indispensabile, e lo scavo delle ragioni e dei misteri dovrebbe essere quotidiano e soprattutto tempestivo. Renderlo occasionale ed episodico legato a un anniversario doloroso, spettacolarizzando chi c’è ancora, vivo e vegeto, nel silenzio di chi non c’è più e non può parlare, è seppellire un’altra volta i morti e consegnare la storia nelle mani sbagliate rischiando che gli orrori si ripetano. Ieri, in quel piccolo teleschermo, Moro e tutti gli altri morti, insieme a un’intera generazione sconvolta, hanno perso. E i brigatisti sono i divi della porta accanto.