ECCO COME STANNO UCCIDENDO LA SANITA’ PUBBLICA

DI ANNA LISA MINUTILLO

Annosa e gravosa faccenda quella che riguarda la sanità del nostro paese, fortunati ad avere un sistema che seppur arrancando a causa dei tagli: meno 70 mila posti letto, meno diecimila professionisti, meno 175 ospedali, cerca di proseguire e di svolgere al meglio il suo compito. Si trovano nelle strutture ospedaliere e non solo, medici giovani ma precari, vecchi primari, infatti il 52% di questi ha più di 55 anni di età, un record europeo negativo, senza dimenticare inoltre i macchinari impiegati, spesso obsoleti. E’ proprio in questo anno che il Servizio sanitario nazionale compie quarant’anni. Istituito nel ‘78 da Tina Anselmi, che allora ricopriva il ruolo di ministro della Sanità, con il compito non solo di curare la malattia, ma anche di prevenirla e di educare i cittadini alla salute.

Questa ricorrenza però cade, per la prima volta in assoluto, proprio quando l’Organizzazione mondiale della sanità ha lanciato l’allarme sulla sostenibilità del modello italiano. Il rapporto tra la spesa sanitaria e la ricchezza prodotta nel Paese, cioè il Pil, scenderà a quota 6,5 per cento, soglia limite indicata dall’Oms. Infatti se si scende sotto questa soglia non diventa più possibile poter garantire un’assistenza di qualità così come sarebbe negato anche l’accesso alle cure. Due aspetti da non sottovalutare affatto in quanto di rilevante importanza per l’aspettativa di vita che verrebbe ridotta.

Questa situazione di emergenza proseguirà anche nel 2019, quando si scenderà al 6,4 per cento, per poi sprofondare al 6,3 nel 2020. Secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, dove da molti anni viene studiata attraverso analisi e report la sanità italiana, «Fino al 2015 i tagli sembravano giustificati dalla crisi economica, ma anche adesso che abbiamo imboccato la ripresa il definanziamento è inarrestabile». Anche il ritratto fornito dal Cergas, il centro studi dell’Università Bocconi di Milano non è affatto consolatorio. Ogni anno infatti il Cergas effettua verifiche per ciò che concerne il discorso salute nel nostro paese queste le conclusioni : ” quello italiano è il sistema che costa meno in assoluto: con pochi soldi riusciamo ad avere livelli qualitativi di cure intensive simili a Francia e Germania. Ma stiamo ponendo una pesante ipoteca sul futuro, perché manca tutto il resto” .

Nel nostro paese attualmente ci sono 2,8 milioni di anziani non autosufficienti e si stima che tra 10 anni diventeranno 3 milioni e mezzo. Anziani spesso dimenticati, che non scelgono di ritrovarsi in queste condizioni, e che dopo le dimissioni rilasciate dagli ospedali, non hanno un posto dove recarsi. Circa il 60% di questi si vede costretto ad entrare ed uscire dagli ospedali frequentemente proprio per questa motivazione. Persone che comunque esistono e che a causa della mancanza di assistenza che dovrebbe essere a loro riservata, si ritrovano ad ingolfare gli ospedali. Per quelli più “fortunati”, che hanno ancora una famiglia il carico dell’invecchiamento viene a ricadere proprio sulle famiglie, che non possono reggere a lungo, se non supportate, queste situazioni. Problemi che diventano situazioni di affanno li ritroviamo anche nelle liste d’attesa che sono fuori controllo.

Prendiamo un esempio a caso: occorrono tre mesi e mezzo per ottenere una visita oculistica a Milano, mentre sono 4 i mesi di attesa per una mammografia al sud. Un’Italia che procede a due velocità anche nell’ambito della sanità. Questo crea la conseguenza che molti italiani si ritrovano a “consumare meno sanità”, rinunciando spesso alle terapie, alle analisi, ed alla prevenzione. I dati forniti dall’Istat riferiscono che il 6,5 per cento della popolazione ritarda le cure oppure non si cura più.

In questa giostra di dati che destano preoccupazione esistono però e fortunatamente (a questo punto) anche realtà come quella dell’ ’Emilia Romagna, che qualcosa è riuscita a fare per dare una soluzione a questo problema. I 15 milioni l’anno di incentivi erogati alle aziende sanitarie virtuose devono però scontrarsi contro la minaccia di un eventuale licenziamento prospettato ai dirigenti che si riveleranno incapaci di risolvere l’emergenza entro 18 mesi. La regione si è anche dotata di un software che ogni settimana monitora il servizio in ogni struttura.

Per garantire una buona efficienza l’Emilia minaccia la sospensione della libera professione sui reparti dove le cose funzionano peggio da far durare fino a che le liste d’attesa non saranno ridotte. Il responsabile Servizio Assistenza distrettuale, dell’Emilia si è detto disposto a donare il sistema adottato da loro ad altre regioni e ad ora questa sfida è stata raccolta solo dalla regione Lazio. Non bisogna infatti dimenticare l’usanza adottata da chi è solito tenere i piedi in due staffe svolgendo la professione per metà della giornata nel settore pubblico e per la seconda parte del giorno dedicandosi al privato. Questo modo di agire, anche se legale, diventa però una discriminante sociale verso cittadini che non essendo benestanti si vedono quindi costretti ad attendere molto prima di poter ricevere le prescrizioni a loro richieste.

La salute quindi diventa qualcosa di ben lontana dalla portata delle tasche meno abbienti, facendo dimenticare che il diritto alla salute ed alla cura spetta ad ogni cittadino che fra le altre cose paga le tasse per questo. Un altro modo per far crescere il divario, per creare distanze, per far sentire gli ultimi sempre più ultimi, qualcosa che si dovrebbe e si potrebbe evitare se tutti facessero la loro parte, nella sanità, così come in tutti gli altri settori. La sanità per via delle liste d’attesa e la corruzione si ritrova ad essere tra i primi posti della classifica negativa,  per il rischio verso quest’ultima a cui è esposta. I cittadini non devono vedersi costretti a scegliere di rivolgersi al sistema privato per ricevere le cure, questo diventerebbe un obbligo e non una scelta libera, fino a renderlo un fatto illecito. Da qui anche il bisogno di avere delle regole più chiare attraverso cui potersi muovere in modo adeguato.

Anche in questo caso basta rivolgersi alle cifre per ricevere le adeguate risposte. Sarebbero infatti oltre 35 i miliardi che le famiglie hanno sborsato di tasca propria o tramite una mutua privata, per la loro salute. Qualcosa di positivo c’è, secondo quanto emerso dall’ ultima classifica Bloomberg che colloca la sanità italiana al terzo posto al mondo per efficacia. Accade perché l’ente americano mette in relazione l’aspettativa di vita con i soldi spesi per la salute. Euro Index Consumer Health invece mostra il dato più puntuale (e drammatico) : l’Italia è al ventiduesimo posto su 35 paesi, ma soprattutto è crollata di 11 posizioni in dieci anni. In sintesi è vero che viviamo più a lungo di quanto avviene in altre nazioni ma viviamo però peggio.

Indubbiamente tutto questo cattivo funzionamento porta anche il personale medico e infermieristico a vivere momenti di agitazione in quanto spesso si vede costretto a ricoprire doppie turnazioni lavorative . Momenti questi che dovrebbero servire per attirare l’attenzione del mondo politico che distratto dalla recente campagna elettorale tende a dimenticare che molti cittadini si vedono il diritto alla salute tolto senza possibilità di replica. Dovrebbe infatti essere un dovere da parte dei politici comunicare le loro intenzioni circa il modello di sanità che sono intenzionati a dare ai cittadini italiani. I dottori fanno anche richiesta di maggiore retribuzione dal momento che i loro salari sono ormai fermi da ben dieci anni. Sbloccando il turnover ad esempio si potrebbe favorire l’ingresso di nuovo personale negli ospedali, ed in tempi di forte crisi lavorativa questa soluzione darebbe l’opportunità a chi ha trascorso una vita sui libri di potersi prendere cura del prossimo e di vedere realizzato questo progetto di vita.

Sul fronte del personale infermieristico siamo posizionati malissimo sono presenti 5,4 unità ogni mille abitanti contro i 9 della media Ocse, i 10,2 della Germania, i 18 della Svizzera. In Italia quelli in servizio, guadagnano 1.200 euro al mese o anche meno, spesso costretti a doppi turni, si vedono costretti a lavorare fino a 16 ore consecutive. Questo diventa un problema non indifferente poiché è da mettere in conto l’inevitabile crollo dell’ attenzione e della cura i cura per i pazienti, trasformandosi per loro in una vera e propria corsa al massacro. Compiti delicati per chi svolge un lavoro come questo, un compito a cui si pensa poco e male, poiché spesso ci si dimentica che si mette la vita di chi non sta bene tra le mani di altri esseri umani che ne diventano responsabili.

Un’altra nota negativa arriva dalla disponibilità dei posti letto per i quali in Italia siamo molto indietro: 3 ogni mille abitanti contro i 4 della media Ocse e gli 8,1 della Germania. Accennavamo prima anche alla” velocità doppia” che si vive nell’Italia del nord rispetto a quella del sud. Di tutto questo fa parte anche l’ emergenza giovani. Sono infatti oggi 12 mila gli specialisti con rinnovo annuale e una paga base di circa 80 euro al giorno. Gli anni di attesa per una stabilizzazione sono 15. Dalle regioni che vivono delle realtà di collasso come la Campania e la Calabria, i giovani fuggono cercando lavoro al nord ed indebolendo maggiormente un tessuto già di per se precario che non offre loro la possibilità di lavorare.

Si diventa anelli di questa catena che avrebbe il diritto di diventare solida e resistente ma che non apre nessuna possibilità a loro. Menti brillanti che tanto bene farebbero alle loro regioni che diventano invece patrimonio per altre, una spirale di impoverimento e di privazioni che se tutto funzionasse come dovrebbe si potrebbe tranquillamente evitare. Anche per i medici neolaureati la situazione non è molto differente. Il sistema formativo permette ad un solo medico laureato su due di accedere al percorso di specializzazione.

Quest’anno per 6.676 contratti di specialistica, si sono presentati in 15 mila. Sono rimasti appiedati ottomila neolaureati, costati allo Stato 24 mila euro ciascuno per la formazione. Probabilmente molti si recheranno all’estero e saranno ben accolti da Inghilterra, Germania e Francia. Per chi deciderà di restare in Italia per la specializzazione ci saranno carichi di grande responsabilità. Nelle sale operatorie spesso si ritrovano da soli anestesisti giovani e specializzandi che in linea teorica dovrebbero essere affiancati da un anestesista vero.

La stessa realtà la vivono anche nelle sale di rianimazione post operatorie, soluzioni usate per fronteggiare l’assenza di anestesisti. Questa pratica “funziona” fino a quando non subentrano intoppi o complicanze ma accade anche che giovani anestesisti, lasciati da soli, possano sbagliare qualche manovra e portare con un errore alla morte i pazienti. Accade raramente, ma può accadere ed è un attimo ritrovarsi da essere anestesisti specializzandi ad accusati di omicidio colposo, non il modo corretto per fare carriera o di specializzarsi questo.

Il sistema sanitario scopre tutte le sue contraddizioni. Se da un lato ospedali e medici di famiglia rappresentano un patrimonio per il nostro paese, restano però molti punti oscuri in questo sistema sanitario nazionale che appare come un malato grave, ma non per questo senza speranze.

In tutta questa carrellata di situazioni negative o che almeno non funzionano come dovrebbero, non dobbiamo però dimenticare la professionalità, la disponibilità e la solerzia nell’agire del personale medico che si è mobilitato con successo quando si sono verificate nel nostro paese situazioni di grave emergenza come quella del terremoto che si è verificato nel 2016 e che ha inflitto una grave ferita, ancora da risolvere non solo a livello di ricostruzione ma anche e soprattutto per aver compromesso la salute di molti cittadini. E’ in occasioni come questa che emerge infatti la mobilitazione di molti medici e assistenti che devono prendersi cura di chi non solo ha perso tutto ma ha rischiato e fortemente di perdere anche la stessa vita.

Non si possono infatti dimenticare le 240 barelle allineate all’ospedale San Camillo de Lellis di Rieti. Tra volti scioccati, e corpi che presentavano fratture da schiacciamento e ferite di ogni tipo, i 400 medici che sono accorsi da tutte le province del Lazio, con grande impegno si sono prodigati per salvare vite . Tra questi molti i medici giovani, molti che vanno avanti a svolgere la loro professione districandosi tra contratti a termine e l’eterna sensazione della precarietà che li accompagna.

Medici prima di tutto ma anche persone che devono sopravvivere e magari si accontentano di essere retribuiti con 20 euro per fare il medico quando si disputano partite di pallone. Una situazione quella verificatasi nell’estate del 2016 che ha lasciato il segno, accadimento straordinario si, oltre che per l’evento sismico in se proprio per aver dato dimostrazione nonostante tutto che il sistema sanitario è anche in grado di far fronte ad una catastrofe. La macchina che si è messa in moto ha funzionato, così come hanno funzionato le apparecchiature che non si sono inceppate nonostante i rattoppi a cui spesso sono sottoposte.

Ci dimentichiamo troppo spesso forse di quante volte sia per incidenti sulle strade che per incidenti domestici, sia per frane e allagamenti, sia per valanghe e incendi, abbiamo la fortuna di trovare chi si prende cura di noi e della nostra salute, bene prezioso a cui non dobbiamo rinunciare.

Cosa si dovrebbe fare per far proseguire tutto questo facendolo essere sempre efficiente?

Si dovrebbe aumentare l’organico ed il personale , OSS, possibilmente senza l’utilizzo delle agenzie di lavoro interinale o cooperative che non sempre garantiscono un adeguato controllo sulla regolarità dei professionisti. Si dovrebbe potenziare l’assistenza sul territorio dando vita alla nascita di ambulatori infermieristici . Si dovrebbero aprire ospedali di comunità a cui i cittadini potrebbero rivolgersi evitando di prendere d’assalto il pronto soccorso. Si dovrebbero fare sulla popolazione controlli preventivi ed accompagnare quando necessario il cittadino a casa sua durante il percorso di cura, riducendo in questo modo il numero dei ricoveri.

Tutto questo eviterebbe le turnazioni pesanti a cui medici e personale infermieristico sono sottoposti ma garantirebbe anche ai cittadini maggiore assistenza e serenità. La salute è un bene prezioso con cui non si deve scherzare e tutti noi possiamo incappare in qualche “incidente di percorso” che può e deve essere risolto nelle modalità corrette.
Meno parole e più fatti concreti sono alla base della “cura” consigliata, dato che appunto di sanità si tratta.