PASOLINI E GLI EQUIVOCI SUL 68. UNA DOMANDA E TANTI INTERROGATIVI

DI ALBERTO TAROZZI

2018, maledizione cinquantenaria. Che sia passato un mezzo secolo tondo dal 1968 costringe tutti, ma proprio tutti, a sentirsi in dovere di esternare, nel nome dell’attualità, giudizi sul 68.

Tra le top ten delle citazioni da cui prendono spunto le esternazioni che avrebbero potuto rimanere dentro al vuoto cerebrale di chi le manifesta, spicca la poesia di Pasolini “Il Pci ai giovani” di cui talora, per ignoranza o dolo, si rimuove il titolo, ribattezzandola  come quella cosa sul 68 o sugli scontri di Valle Giulia, tra il movimento degli studenti e la polizia. A dimostrare che Pasolini era contro gli studenti  figli di papà, contro il 68 e tutto ciò che di allora viene ritenuto opportuno  esecrare oggi.  Magari nel nome di quei diritti individuali, patrimonio di una borghesia illuminata, cui Pasolini riservò accuse che nessuno conosce o ricorda.

In quel pezzo c’è di tutto. Per chi, come chi scrive, ebbe la possibilità di chiederne un minimo di interpretazione fedele a Pasolini medesimo, appare ovvio che lo si possa rivoltare come meglio si crede. Un cenno, non certo benevolo, contro la Magistratura: ricordiamo che Pasolini fu direttore responsabile di Lotta continua a scudo delle querele che quel giornale subiva continuamente. Oppure gli strali contro una dirigenza Pci in doppio petto, costituita da figli della borghesia: un bersaglio entro il quale i malevoli avrebbero potuto anche individuare astri nascenti di allora, come il giovane Enrico Berlinguer. Sì perché Pasolini suggeriva al movimento  di occupare, anziché le Università, le Federazioni del Pci. Per cambiarne la linea.

Ma fin da subito le righe di quella lunga e ”scandalosa” filippica contro tutti, poliziotti esclusi, volutamente provocatoria, che vennero mandate a memoria futura per le celebrazioni di 50 anni più tardi, furono quelle in cui l’autore dichiarava il suo odio di classe contro gli studenti,  figli di papà. Un ritornello vomitato fin da allora contro il movimento da quegli stessi fascisti che un giorno prima irridevano l’omosessualità di Pasolini mostrando i denti del loro sarcasmo da pescecane.

Quando, nella primavera del 1975, Pasolini venne a tenere una conferenza nel mio luogo di lavoro e arrivò il momento di far domande, mi rivolsi a lui tenendomi lontano da polemiche politiche fuori luogo, ma intenzionato a chiedergli spiegazione di una sua lettura, a mio avviso erronea,  della composizione di classe italiana di quegli anni. Chi avesse conosciuto dall’interno quel movimento non avrebbe infatti commesso l’errore di ridurre la contestazione alle manifestazioni di “figli della borghesia”.  Al contrario, il 68 e dintorni, segnano la sconfitta e la scomparsa della goliardia come manifestazione dell’egemonia culturale borghese nel mondo studentesco.  Il movimento vede invece in prima linea come protagonisti, anche se non ne costituiscono la maggioranza, proprio i figli di una classe operaia, magari della sua componente “aristocratica”, ma anche i più intelligenti, per i quali i genitori, con grandi sacrifici, decidevano la prosecuzione degli studi.  Quelli che ironicamente, rivolgendosi ai militanti come me, figli della borghesia, dicevano che avremmo fatto il salto di qualità nel momento in cui la polizia avrebbe manganellato pure noi, come aveva fatto e faceva coi loro padri. Molto il movimento di quegli anni deve al loro contributo, nello scoprire che l’accesso all’Università, una volta che fosse consentito ad una minoranza di figli di operai, permetteva però solamente in piccola parte quella mobilità sociale verso l’alto di cui il titolo di studio non forniva garanzie per gli ultimi arrivati. La società divisa in classi tale rimaneva e il 68 fu anche questo: la constatazione di un’aspettativa delusa e la rabbia nel vedere che le gerarchie sociali parevano immutabili a dispetto delle promesse del boom economico degli anni precedenti.

Su questo gli posi una domanda cui, se bene ricordo, non corrispose una risposta in senso stretto, ma piuttosto la proposizione di nuovi interrogativi, che erano la vera forza di Pasolini come intellettuale corsaro. Una lettura del problema che accettava la sfida della complessità, senza volerla ricondurre riduttivamente a risposte di comodo. Perché era nella formulazione continua e cocciuta di domande e ulteriori quesiti di ardua  soluzione che Pasolini era veramente grande. A  dispetto di chi, ancora oggi, cerca nei suoi scritti la soluzione precotta di quesiti irrisolti. Proprio lui, che a chi gli imputava di usare nei suoi film linguaggi troppo impegnativi, rispondeva che pretendeva dallo spettatore lo stesso impegno che lui impiegava nella costruzione della sua opera.

E di questo tono fu la sua risposta. Che la sua provocazione, contro gli studenti  ma non solo, era in realtà fondata sulla sua scoperta di avere trovato nei poliziotti “figli dei poveri”, quei lineamenti, quegli sguardi e quegli odori che lo riconducevano a un popolo non omologato dal consumismo. Per questo lo stare dalla loro parte, nel nome di una identità popolare e proletaria, contro tutto quello che rappresentava  un mondo dimentico della propria storia, senza la quale non si costruisce futuro, gli era sembrato doveroso, a prescindere da altri ordini di considerazioni.

Aggiunse anche, cito a memoria, forte di altre sue affermazioni, che una parte relativamente circoscritta delle sue accuse aveva preso il sopravvento sul resto, nelle parole di chi lo esaltava come di chi lo criticava (non a caso in altra occasione ebbe a definire “brutto” quel suo pezzo). Quello che ricordo bene è che uscii dall’aula con la speranza che Pasolini, in seguito, avrebbe contribuito a definire il suo punto di vista in maniera tale da cancellare qualsiasi genere di equivoco, soprattutto quelli di ordine strumentale. Una priorità che prescindeva da quanto io fossi più o meno pienamente d’accordo con lui. In effetti in quei mesi Pasolini non tacque, come già non aveva mai taciuto nei mesi precedenti. Ma di quelle sue ulteriori domande, di quel suo chiedere a se stesso come agli altri, di confrontarsi con gli enigmi della società italiana, rimangono tracce molto meno marcate. Restano i commenti in pillole, sui figli di papà e i figli dei poveri, nei tentativi di basso profilo di impadronirsi del suo ricordo, strattonandolo indecentemente da tutte le parti.

Quello che è certo è che, pochi mesi dopo,  nel novembre 1975, Pier Paolo Pasolini moriva assassinato, nel contesto di una Roma delle borgate, dove gli era parso di vedere le tracce di una povertà non omologata dal consumismo.