DAI SORRISI DI SARKOZY AI CONFINI MARITTIMI: SETTE ANNI DI CRISI ITALOFRANCESI 

DI ALBERTO TAROZZI

Sarkozy sotto il torchio della giustizia francese. Sui tavoli dei politici italiani si brinda a prosecco (tassativamente vietato lo champagne). Avviene tutto alla luce del sole in casa berlusconiana, memori del sorrisetto strafottente di complicità rivolto da Nicholas alla Merkel ai tempi della nostra crisi più nera. C’è chi, come il neo deputato Andrea Cangini, ha abbinato ieri, la ricorrenza della giornata mondiale della felicità alle sventure giudiziarie del già Presidente francese. Però, a dire il vero, non è che nella sinistra italiana si denotino segni di sofferenza.

Parenti serpenti, cugini d’oltralpe.

A suo tempo solo alcuni improvvidi antiberlusconiani ad oltranza, avevano gioito della guerra in Libia intrapresa dai francesi contro il Gheddafi “amico di Berlusconi”. Alla morte di Gheddafi con tanto di  strazio in videoregistrazione del suo corpo, anche nella mente degli irriducibili era probabilmente insorto il sospetto che il sorrisetto sfottente di Sarkozy e quello smaccato e gongolante di Hillary Clinton non meritassero imitatori italioti.

Molti interrogativi insorsero: che dentro al testone di Sarkò ci fossero stati da sempre cattivi pensieri contro di noi e che il suo odio contro Gheddafi, dopo una stagione fin troppo amorosa, avesse di mira la distruzione delle nostre postazioni Eni in Libia, da sostituire con quelle della transalpina Total. Lo percepì senza possibilità di equivoci il nostro allora ministro degli esteri Frattini, quando segnalò a Napolitano che, se non entravamo anche noi in guerra col fronte antilibico, bombe transalpine avrebbero distrutto i nostri stabilimenti. E quanto all’accoppiata di Sarkò con la Merkel, presto si capì che era l’impavido Nicholas a farlo apparire in tutte le sedi possibili, a testimonianza di una sua subordinazione totale a Berlino, che riservasse qualche privilegio a Parigi, tipo lo sforamento del tetto del 3%, e qualche fregatura aggiuntiva a Roma, nei giorni in cui, ad essere onesti, la predisposizione di Angela nei nostri confronti era negativamente condizionata dagli apprezzamenti triviali sul suo lato B da parte del nostro premier.

Peraltro, chiamato a dichiarare i suoi sentimenti nei confronti dell’Italia il leader francese si limitava a citare il suo coniugio con Carla Bruni e la sua ammirazione per lei. Non sappiamo se tale ammirazione esista ancora né soprattutto se sia ricambiata, ma poco importa: è dai tempi di Giulietta e Romeo che ai grandi amori per il partner non corrispondono sensi similari per i di lui congiunti, tanto meno per i connazionali

Sicuramente gli anni della presidenza Sarkozy furono quelli in cui maggiormente si affermò l’immagine di un’Italia nel mirino della Europa che conta. Francia ma non solo, la causa delle nostre sventure. Basti pensare alla trappola del bail in che mise a repentaglio i risparmi italiani molto mal conservati in casseforti di banche fallimentari; dopo che le più in crisi tra quelle tedesche si erano date una copertura di cui i nostri rappresentanti a Bruxelles manco si erano accorti. Ma, almeno lì, la Francia non c’entrava.

Con l’arrivo di Hollande non molte cose cambiarono, né peraltro il buon François si distinse in alcunché per il suo spirito innovativo. Diciamo piuttosto che le relazioni continuarono a non andare bene, ma ce ne accorgemmo in misura minore grazie a un certo raffreddamento delle scalmane Ue nei nostri confronti, tenute a freno dal pompiere Draghi e magari non esacerbate da un commissario francese come Moscovici che se ci danneggiava lo faceva sulla scia di considerazioni che ti facevano perdere il filo del discorso. In fondo le origini di Moscovici risalgono alla Romania, con la quale non abbiamo mai avuto cattivi rapporti, mentre, anche per quanto riguarda gli antenati, con gli ungarici progenitori di Sarkozy abbiamo avuto parecchio da ridire fin dai tempi risorgimentali.

Nel frattempo, principalmente dopo che la Germania aveva provveduto a chiudere il flusso dei profughi via Balcani, grazie ad un accordo con forti contropartite economiche con un campione dei diritti umani come Erdogan, scoppiò da noi la bomba-profughi. Tale bomba non è certo stata delle proporzioni di quella sopportata da turchi, libanesi e giordani, ma fu  pur sempre sufficiente a destabilizzare il quadro politico sociale di quel tanto da modificare gli orientamenti del nostro elettorato. A qualcuno venne allora in mente che, senza la guerra in Libia contro il nostro “amico” dittatore Gheddafi, certe ricadute ce le saremmo risparmiate, come se le stava risparmiando la Merkel grazie ai buoni rapporti con un tizio che pare avere la vocazione del sultano. Ma non tutti hanno buona memoria e per questo sperammo di scaricare equamente i nostri oneri su altri paesi tra cui la Francia. Lo sperarono anche parecchi profughi, che si trovano bloccati da anni dalla Police ai confini italo-francesi di Ventimiglia.

E fu così che arrivò l’ora di Macron. Prima di lui una coda con Hollande, dovuta a un tentativo solo parzialmente riuscito dei francesi di rimangiarsi la parola nel merito degli investimenti cantieristici della Finmeccanica in Francia: nel nome di un sovranismo a senso unico, viste le continue ingerenze dei capitali francesi nella nostra economia.

Oggi, mentre noi ci troviamo a sfogliare la margherita per indovinare se, alla fine del mandato alla Bce, il sostituto di Draghi sarà un tipo che non ci ama come Dombrovskis oppure un tipo che proprio ci odia come Weidmann, la storia continua.

Macron sicuramente non ha la perfidia di Sarkozy, né l’inconsistenza di Hollande (non è però da escludere che abbia un po’ dell’una e un po’ dell’altra). Certo è che, fintanto che la situazione tedesca rimase fluida, fu possibile intravvedere qualche sorriso nei nostri confronti; ma da quando a Berlino si è insediata la Grossekoalition, il nostro Emmanuel non manca di far coincidere la Ue con l’asse a due franco-tedesco. Il che, visto che dal lato economico, nella Ue, siamo il numero tre, ci fa sentire pesare di più l’esclusione. Tipico l’affaire Niger: fino a pochi mesi fa pareva che fossero gli stessi francesi a chiederci una presenza delle nostre truppe, certo sotto comando francese, ma quanto meno in grado di monitorare la situazione sul campo. Oggi invece il governo nigerino fa melina a centrocampo e sembra non gradirci più e non ci vuole molto a ipotizzare che sia in realtà la Francia a volerci drasticamente fuori dai piedi.

Altro esempio il giudizio che viene dato sulle nostre elezioni: Merkel e Macron attribuiscono entrambi l’avanzata dei “populisti” all’ondata migratoria che stiamo sopportando. Ma la Merkel fa anche cenno a nuovi accordi che redistribuiscano altrove il flusso che, di primo sbarco, approda da noi. Macron, invece, pare dedurne la necessità di rafforzare misure militari anti-profughi pro domo sua, senza preoccuparsi del fatto che, in questi casi, chi non riesce a entrare dalla porta, ci prova dalla finestra. E in questo caso la finestra saremmo noi.

Per finire, un’occhiata al Tirreno dove pare si sia combattuta una guerra del pesce. Una trattativa tra Italia e Francia sulla gestione temporanea della pesca in acque tirreniche internazionali dove, dal 2022, varrebbero le regole del libero mercato. Quando fosse iniziata la trattativa non è chiaro: se con Prodi, Berlusconi o Tarquinio Prisco. Quello che è certo è che nel 2015 l’allora Ministro Gentiloni firmò qualcosa e che, dopo quella firma, le autorità militari marittime militari francesi fermarono nostri pescherecci in luoghi in cui erano prima soliti pescare costringendoli a pagare sonore multe. Che ne fossero effettivamente autorizzati dagli accordi in corso non è certo. L’arroganza della Police francese è di prim’ordine e si sa che quando non si è in grado di esibire un cervello all’altezza si fa sfoggio della muscolatura. Dal centro destra la Meloni parla di una maxifregatura con cessioni di fette di mare ai transalpini a seguito di codardia e lasciando intendere la possibilità di oscure contropartite su spread e migranti. Mentana parla di fakenews in base a dichiarazioni ufficiali che smentiscono cartine geografiche che erano però da tempo in circolazione. Interviene il leghista Borghi che, in termini meno rozzi della collega, dice che le cose sono rientrate, che quel primo accordo non verrà ratificato dal Parlamento, ma che il merito è tutto loro. Pare confermato che non ci si trovi di fronte a una “cessione” da parte nostra ma di un accordo temporaneo italofrancese sulla gestione di acque internazionali. Probabile, ma perché non dirlo prima? Forse perché l’obiettivo latente non sarebbe stato la spartizione dei pesci, ma quello del petrolio sottostante, mediante trivellazioni che avrebbero suscitato un putiferio in ambienti ecosensibili?

Probabile che la guerra del pesce puzzasse sì, ma di petrolio e che forse, in questo caso, non si trattasse di una guerra, ma di un accordo che nessuna delle due parti aveva interesse a diffondere più di quel tanto. Ma quando si sente odore di douce France ci stiamo abituando ad alzare le antenne e a sentire puzza, quanto meno, di bruciato