LE MOLTE RETICENZE E MENZOGNE DEI BRIGATISTI SUL CASO MORO

DI PAOLO BROGI

Chi ha visto SERE FA su Raitre il filmato di Ezio Mauro su Moro avrà notato durante l’intervista ad Adriana Faranda gli occhi sfuggenti e come un tic in alcuni momenti delle risposte dell’ex brigatista. Come sulla questione della sabbia fatta ritrovare sul cadavere di Moro, un depistaggio che lei dice di aver compiuto. I suoi occhi hanno mostrato parecchia incertezza. Semplice imbarazzo?
C’è un memoriale all’origine del tutto, quello redatto da Valerio Morucci e condiviso dalla Faranda. Secondo Sergio Flamigni, che ha operato a lungo nelle commissioni d’inchiesta sul sequestro Moro, quel memoriale è “una sequenza di menzogne”. Sergio Flamigni, classe 1925 (iscritto al Pci clandestino nel 1941 e capo di stato maggiore della 29esima brigata Gap “Gastone Sozzi”) parlamentare comunista dal 1968 al 1987, e componente delle commissioni parlamentari d’inchiesta sul Moro, Antimafia e sulla loggia P2, è autore di numerosi e approfonditi saggi sul caso Moro e sull’eversione. In una recente intervista Flamigni torna su alcuni punti oscuri del sequestro. Il primo, per lui, è quello del memoriale Morucci.
“Quel memoriale – spiega Flamigni -, sollecitato dal capo del Sisde, il servizio segreto del ministero dell’interno, redatto dal giornalista Cavedon, consegnato da suor Tersilla Barillà al presidente della Repubblica Cossiga il 13 marzo del 1990, venne da lui trasmesso al ministro dell’Interno Gava tramite il prefetto Mosino solo il 26 aprile dello stesso anno. Che a sua volta lo fece pervenire finalmente alla Procura della Repubblica. Fu il capo della polizia, il prefetto Parisi, a consegnarlo ai magistrati, il 9 maggio 1990. Da allora quella è stata considerata la verità”.
Invece, aggiunge l’ex parlamentare comunista, si tratta “di una sequenza di menzogne, sulle quali si sono attestati brigatisti e una parte di alti funzionari dello Stato in una sorta di accordo del silenzio, per nascondere complicità interne e internazionali. Ma la Commissione parlamentare sulla morte di Moro che ha lavorato nell’ultima legislatura, ha accertato l’origine deviante e il contenuto menzognero del memoriale Morucci, secondo il quale l’operazione Moro sarebbe stata compiuta dalle sole Brigate Rosse. La verità è che la strage di via Fani, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro costituiscono un’operazione internazionale su cui continua a vigere il segreto di Stato in vari paesi. Viene cioè tenuta ancora nascosta la partecipazione di potenze alleate alla vicenda. Non si tratta infatti di un delitto casalingo, ma tutto il caso Moro è un intrigo internazionale. Non è mai stato individuato il tiratore che in via Fani ha sparato 49 dei 90 colpi sparati dai terroristi”.
Un punto nodale è quello costituito dalle prigioni di Aldo Moro, ufficialmente solo dalla prigione di Via Montalcini, secondo Flamigni Motro dsarebbe stato invece portato in un “covo” sul litorale a Palo laziale.
“La prigione di via Montalcini descritta dai Br – spiega Flamigni – era un angusto vano di tre metri di lunghezza e 90 centrimetri di larghezza, dotato di un WC chimico e una bandiera delle Br. Secondo la verità ufficiale in quella prigione Moro, immobilizzato in una brandina, avrebbe scritto le lettere e il memoriale per rispondere all’interrogatorio dei brigatisti. In quel pertugio Moro sarebbe stato costretto per tutti i giorni della prigionia. Dopo l’assassinio, i medici legali e i periti nel procedere alla svestizione, prima dell’autopsia, rinvennero della sabbia nel risvolto dei pantaloni, nei calzini e sotto le scarpe dove vi erano anche residui di bitume, vegetali e filamenti di tessuti, materiali dello stesso tipo erano anche nei pneumatici e nei pianali della Renault. Durante l’ispezione del cadavere il professore Maraccino, coordinatore dei periti, constatò il colore abbronzato delle parti del corpo solitamente esposte alla luce e ciò, aggiunto alla sabbia, gli fece pensare che fosse stato al mare; la muscolatura non era per nulla atrofizzata ma solida. Non erano le condizioni di un corpo che avesse sofferto una restrizione in quel bugigattolo di prigione che la televisione ci ha trasmesso anche in questi giorni, Lo dicevano i tessuti e la muscolatura. Già da allora sarebbe stato utile prendere atto della bugia brigatista sull’unica prigione”.
Ma nella vicenda si puntano ora gli occhi anche su un altro covo, quelli di via Massimi 91, all’attenzione anche dell’attuale commissione. “La commissione – spiega Flamigni – ha scoperto via Massimi 91 come prima prigione, dopo via Fani. Solo questo dovrebbe far saltare il memoriale Morucci con il fiorilegio di falsità, sul trasporto di Moro in Piazza Madonna del Cenacolo fino al nuovo trasbordo nel magazzino della Standa con destinazione via Montalcini. La Commissione ha invece individuato con certezza l’arrivo di Moro dopo l’agguato nel compiacente garage della palazzina di via Massimi, a otto minuti di macchina da via Fani. Dal garage si può accedere con l’ascensore direttamente nel piano più alto del palazzo come aveva precisato un confidente della Guardia di Finanza. La palazzina era di proprietà vaticana”. E poi? Poi Moro sarebbe stato portato sul litorale. Dove? Dice Flamigni: “In una zona del litorale laziale, probabilmente a Palo Laziale, dove oggi vi è un lussuoso albergo “La Vecchia posta”ma all’epoca lo stabile con il parco-oasi, munito di un eliporto, già di proprietà del petroliere americano Paul Getty, era in una fase di stallo e stava per passare di proprietà ad una società svizzera. Il 21 marzo venne segnalata al Sismi la presenza di Moro in quella zona dell’Aurelia. Cossiga allertò i Comsubin, gli incursori della marina militare, ma alle 13 li smobilitò e di questo non fornì spiegazioni plausibili. Quella zona è adiacente al lido di Palidoro, proprio quel tratto di spiaggia e arenile che il professore Lombardi, nelle conclusioni della sua perizia geologica e botanica, da per certo essere il luogo di provenienza della sabbia e altri materiali rinvenuti su alcuni indumenti e sotto le scarpe di Moro e nella Renault che ha trasportato il corpo di Moro in via Caetani. Preciso: Lido di Palidoro e non lido di Ostia dove la Faranda e la Balzarani dicono di essere andate a prendere la sabbia e l’acqua di mare per inscenare un’azione di depistaggio. Indizi seri portano a ritenere che una prigione di Moro possa essere stata allestita nello stabilimento balneare della Guardia di finanza a Fregene”.
Fin qui Sergio Flamigni. Forse non è tutto così chiaro e definito nella vicenda che quarant’anni fa ha colpito il nostro paese.

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