I MUSCOLI DEL SUD E IL VENTRE MOLLE DELLA POLITICA: DI MAIO, SALVINI E GLI ALTRI

DI RAFFAELE VESCERA

Non era Lilliput questo Sud, trattato da sempre come un nano impotente. Non più disposto a subirne ancora, a prendere altre sberle da uno Stato nordcentrico, il Mezzogiorno ha scoperto d’essere un gigante e, scrollatosi di dosso i mille parassiti accumulati da un secolo e mezzo di forzata inattività, si è alzato in piedi come un gorilla al risveglio, mostrando i muscoli e urlando furioso: “Sono ancora vivo, figli di puttana”, per dirla con il mitico Papillon di un indimenticabile Steve Mac Queen, evaso dopo decenni di prigioni coloniali.

S’è scetato nella sua aria doce, ascoltando la voce di chi gli ricorda le ingiustizie subite da un’unità malfatta che lo condanna ad essere la regione più povera d’Europa. Cinque milioni e mezzo di cittadini del Sud hanno visto e rivisto il video di Pino Aprile sul palco di Nemo a Rai 2, indignato nel ricordare le vessazioni subite dalla loro terra, e in tre milioni sono stati raggiunti dalla pagina Facebook Terroni, che tali ingiustizie le riporta ogni giorno insieme ad altre belle pagine meridionaliste, quali Briganti e altre ancora.

E il Sud ha dato, su poco più di dieci milioni di votanti, quasi cinque milioni di voti al M5s, il solo partito che gli proponeva giustizia e parità di trattamento con i fratellastri del Nord “produttivo”, serviti d’ogni punto nei loro bisogni quotidiani, investimenti pubblici a gogò, treni saetta, autostrade, aeroporti, ospedali, università, asili e lavoro sotto casa, laddove loro, poveri “terroni”, il lavoro se lo devono pregare a mille chilometri da casa, con l’aeroporto più vicino a duecento km, un treno che impiega 15 ore o un autobus che ne impiega 20, sognando il sole perduto.

E mo’ che si fa? Il mondo politico è ancora stordito, quel voto ha segnato i confini delle passate Due Sicilie, la ragione fingono di non capirla, il sazio non crede al digiuno, si dice dalle parti del Sud. Il Pd ancora stordito dalla mazzata elettorale brancola nel buio, rimuovendo quanto male ha fatto al Sud, al ceto operaio e agli insegnanti, e dando spazio a un anonimo Calenda, concorrente con Renzi in antipatia e arroganza, appena tesserato e già promesso segretario (è venuto o ce l’hanno mandato?) Mentre partiti smaccatamente nordisti come la lega, cresciuta nel voto, non sono disposti a rinunciare ai privilegi del Nord. Bersani di Leu, ha parlato chiaro: “Conosco la storia, il Nord ha dominato e dominerà ancora”, ha detto. Ed è stato chiaro anche Enrico Mentana: “Nessuno può pensare di escludere dal comando del paese il ricco Nord, il suo voto pesa in ogni caso di più”. Insomma due pesi e due misure, anzi due “paesi” e due misure, siamo tornati all’Ottocento, quando contava solo il voto dei signori, il Nord cafone arricchito si ricompatta, al di là delle differenti ideologie, contro il Sud, nobile impoverito. E ora Di Maio, investito da cotanta responsabilità dal Sud che farà, terrà dritto il timone della promessa equità territoriale o si lascerà incantare dalle sirene del compromesso politico? Lui non conferma e non smentisce, dice che si confronterà con tutti i partiti, cosa che sta facendo per stabilire la presidenza delle Camere, senza che ciò influisca su eventuali accordi di governo, lasciando pensare ogni sorta di scenario. Vediamo quali.

1  Trovare un accordo con la lega del Prima il Nord, con Salvini che rivendica la presidenza del Senato, seconda carica dello Stato, cui spetterebbe il mandato di formare un governo istituzionale in caso di mancata formazione di uno politico. Un accordo magari pilotato dall’ex leghista Paragone, che continua a dirsi amico di Salvini e non rinnega il suo passato al quotidiano la Padania, un leghista è per sempre. Avremmo preferito un M5s pulito “senza paragoni” e ne vediamo uno con un inaccettabile Paragone. Scenario terrificante per il Sud, che vedrebbe un governo diretto da chi lo ha insultato e depredato per decenni a tutto vantaggio del Nord, come ha fatto la lega. In questo caso, il Sud punirebbe il M5s al prossimo voto, insieme a quel 70% di elettorato pentastellato originario della sinistra.

2  Trovare un accordo con il Pd, cui lasciare la presidenza della Camera, tenendosi quella del Senato. I voti per farlo ci sarebbero, la volontà politica non si sa. Anche perché questa dipende molto dai successivi possibili accordi per la formazione del governo. In questo caso, si opporrebbe la componente nordica e destrorsa del M5s, la stessa che ha condiviso i vergognosi referendum regionali leghisti di Lombardia e Veneto, miranti a togliere altri fondi al Sud. Referendum in verità condivisi anche dal Pd. Ma i duri del Pd, vieppiù renziani, nell’impossibilità di formare un governo centrista con Fi, come sperato prima del voto, dicono no a ogni sostegno a un governo Di Maio, spingendolo anzi verso un’alleanza con la lega, ben sapendo che ciò spaccherebbe il M5s, la cui forte rappresentanza meridionale e meridionalista giustamente non tollererebbe tale insulto, e spaccherebbe il centrodestra, con Berlusconi contrario che minaccia la rottura delle alleanze regionali in Liguria, e Lombardo-veneto, alla pari della componente bossiana-maronita, che non vuole cedere di un millimetro sui privilegi acquisiti dal Nord. D’altro canto, l’ala non renziana del Pd si dice più possibilista su un appoggio esterno al M5s, e forte dei sondaggi tra gli iscritti, che si dicono concordi al 59%, chiede un referendum interno.

3  Di Maio, pur di capitalizzare il risultato del voto e governare ad ogni costo, anche perché tornare al voto per lui al secondo mandato come per tanti altri eletti 5s, significherebbe non potersi ripresentare, in mancanza di un sostegno Pd, mette a rischio la tenuta del M5s e decide di allearsi con la lega, ovvero con un partito che conserva uno statuto indegno di un paese civile e un presidente condannato per una truffa da 52 milioni di euro, un partito razzista appoggiato dai movimenti neonazisti, che al Sud ha preso i voti di una limitata ma insistente estrema destra di fascistiche nostalgie, oltre che di equivoci clan elettorali in cerca di poltrone. Di Maio sbaglia di molto a non dire una parola chiara sull’impresentabilità della lega nord: andare oltre le ideologie del Novecento è un conto, allearsi con chi ancora le pratica è un altro. Oltretutto il M5s dovrebbe rinunciare al declamato reddito di cittadinanza, cui Salvini si oppone “perché più utile al Sud”, alla promessa di dare al Sud il giusto dei fondi pubblici, quel 34% corrispondente alla popolazione meridionale cui lo Stato dà solo il 25%, e al taglio dei vitalizi, cui Salvini ugualmente si oppone. Abolire la Fornero come chiede la lega? Magro risultato per il Sud, vista la dilagante disoccupazione di cui è vittima. L’impressione è che anche Di Maio voglia seguire l’utilità della “Real Politik” già praticata da Berlusconi e dalla stessa sinistra che non hanno mai condannato il trentennale antimeridionalismo della lega, forse per condivisione culturale oltre che per economici interessi rapportabili ai gruppi finanziari del Nord da loro rappresentati, lasciando crescere la malapianta del razzismo, di cui ora lamentano i frutti avvelenati. Non è forse con l’appoggio e l’ignavia dei “liberali” che il fascismo un secolo fa ha vinto in Italia? Come può il M5s, che propone una civile qualità della vita e l’equità per tutti i cittadini, accettare tale scempio di civiltà? Noi meridionalisti non gli perdoneremmo tale tradimento.

4  Non si fa nulla di tutto questo e si torna al voto al più presto, anche con questa legge elettorale. Il M5s, ormai sdoganato dal suo essere minoritario, potrebbe puntare al 40% mentre il Pd, cacciato il destrorso Renzi, potrebbe puntare a una politica di recupero del suo elettorato tradizionale, rinnegando il Jobs act, la Buona scuola, l’abbandono e la devastazione del Sud, insieme alle “fritture di pesce” che lo hanno contraddistinto negli ultimi anni. I liberali potrebbero mandare in pensione Berlusconi, smarcandosi da razzisti e neofascisti, così isolando la lega Nord. E questa sarebbe la soluzione migliore per tutti, non solo per il Sud.