SCUOLA: CHIAMATA DIRETTA, BYE BYE

DI CHIARA FARIGU

Doveva essere la ciliegina sulla L.107 imposta dal governo Renzi. Ebbene la tanto odiata “chiamata diretta”, che dava ai presidi la prerogativa di scegliersi i docenti più in linea con l’offerta formativa dei loro istituti scolastici, si avvia ad essere sempre più un mero ricordo. Accolta favorevolmente dai capi d’istituto come una grande conquista che li avrebbe liberati dai lacci e lacciuoli delle graduatorie che assumono per punteggio, fissato dai titoli e dal servizio prestato, finalmente, si erano detti, sarà il merito a prevalere.
Competenze e merito, oltre ai titoli da appuntare scrupolosamente nei CV fatti recapitare presso i loro uffici. Sarebbero stati loro a valutare, premiare e scegliere chi rispondeva ai requisiti prestabiliti e in linea col POF (Piano Offerta Formativa).

Ma dopo la prima fiammata di soddisfazione per la sospirata vittoria, attesa da anni anche se manifestata mai del tutto apertamente, che li metteva al pari degli altri dirigenti della P.A., i “presidi-sceriffo”, come vennero chiamati all’epoca cominciarono a valutare i pro e i contro. E questi ultimi erano e rimangono decisamente in maggioranza. Non si hanno notizie certe di quanti capi d’istituto vi abbiano fatto finora ricorso. Pochissimi o forse nessuno. Perché da subito sono cominciati i mal di pancia e le rivendicazioni della categoria per un ulteriore carico di lavoro a costo zero.

Boicottata da subito dalle OO.SS. e dai docenti di ogni ordine e grado per via di quell’alone di clientelismo che l’innovazione si portava appresso, ha subito negli anni un costante affossamento, tanto che sta per essere messa in cantina definitivamente.

A decretarne la morte, per cause naturali, un mix esplosivo fatto di burocrazia lenta e pasticciata, polemiche e rivendicazioni da più fronti e la mobilità straordinaria dei docenti. Altri 50mila attesi per l’estate, forse anche di più.
Caduto il tabù, in fase contrattuale tra governo e sindacati, dell’obbligo per i docenti di rimanere tre anni nella propria sede di lavoro, salta uno dei capisaldi della riforma del duo Renzi-Giannini, forse il più importante, di certo il più contestato. Di deroga in deroga, chiamata diretta, pertanto, bye bye.

Nei prossimi mesi è prevista una girandola di docenti, che sperano di avvicinarsi alle loro famiglie dopo essere stati catapultati in altre regioni dall’algoritmo del Miur. Si prospettano grandi opportunità per la mobilità all’interno della propria provincia, rimane confermata la possibilità di chiedere una singola scuola come avveniva nel passato. Il numero esatto sarà reso noto appena ultimata la procedura trasferimenti le cui domande dovranno essere presentate tra il 3 e il 26 aprile. Grande soddisfazione dei sindacati che si definiscono gli artefici della prematura morte della “chiamata diretta”, restituita al mittente con tanto di saluti.

L’innovazione introdotta dalla #buonascuola, tuttavia non sarebbe smontata del tutto: resterebbe valida solo per i neoassunti. Con la possibilità, anche per loro, superato l’anno di prova, di chiedere il trasferimento. Rimettendo in moto la giostra.

E così, una volta andata a regime, la #buonascuola renziana ha mostrato tutte le sue criticità: arruffona, piena di sé, scarsamente proponibile. Non stupisce che tassello dopo tassello stia cadendo a pezzi. Come pure il “potenziamento”, altro punto di forza imposto a suon di fiducia. Trasformatosi nel tempo più come supplentificio non abolendo, al contempo, neppure il male incurabile della supplentite che i legislatori volevano eliminare.

Un flop annunciato. L’ultima spallata, forse, dal prossimo governo. Ammesso che si faccia, naturalmente.

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