SE IL NOI SI RIDUCE A TANTI IO

DI SANDRO MEDICI

 
 Tra le varie (e tante) ragioni del cospicuo consenso al movimento cinquestelle, quella che più mi allarma (e disarma) è la passivizzazione della politica. Non tanto quella dichiarata, propagandata: se ne dicono tante, una più o una meno cosa volete che siano. Sto parlando della pratica politica, dell’agire politico: del modo con cui l’intenzionalità interagisce con il comportamento, il pensare con il fare.

Per essere o sentirsi cinquestelle basta un cuoricino, un sorrisino, un occhiolino, un pollicino. Non c’è bisogno di mobilitarsi, attivarsi, organizzarsi: come succedeva nel secolo scorso, quando erano i sommovimenti delle grandi masse (nel bene e nel male) a determinare i processi politici. Non sono più i corpi, le voci, gli sguardi a innescare quella vibrazione intellettuale che fa scegliere da quale parte stare e per quella parte spendersi. Troppo dispendioso e forse anche inutile. Meglio delegare, affidarsi, consegnarsi, meglio ancora se direttamente dal soggiorno di casa, senza neanche doversi alzare dalla poltrona. E soprattutto senza sentirsi costretti ad aderire a idealità, progetti, strategie.
L’hanno capito in anticipo, i cinquestelle, che sarebbe andata così. Che la soggettività sociale si sarebbe indebolita fin quasi a esaurirsi, e che quindi il noi si sarebbe ridotto a tanti io, e che questi io avrebbero cercato un malinteso e ingannevole rifugio. Esattamente com’è riuscito a fare il capitale, frantumando la trincea del suo antagonista politico e a trasformarlo in un platea di consumatori. Un’inquietante sinergia tra una lungimirante analisi di mercato e una raffinata analisi storica.

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