IRLANDA CON UN PIEDE DENTRO E UNO FUORI DALLA UE. PUZZLE POLITICO DA BRIVIDI

DI ALBERTO TAROZZI

Preaccordo sulla Brexit o quasi accordo che dir si voglia, dopo gli incontri tra Londra e Bruxelles.
Titolo: “quasi tutto è stato deciso”; sottotitolo, stando al testo del preaccordo medesimo: “nulla è deciso finché tutto non è stato deciso”.

Come conciliare il titolo col sottotitolo? Semplicemente, la sola questione rimasta sul tappeto, la questione irlandese. Semplice da risolvere soltanto a parole. In realtà se è stata lasciata in sospeso è proprio perché si sono manifestati pesanti difficoltà per la sua soluzione.

Il nodo: dove c’è Brexit ha da esservi confine, altrimenti cosa esci a fare, se da qualche parte non si distingue il dentro dal fuori.
La domanda: dove lo piazzi il confine tra la Gran Bretagna e l’Irlanda, quella che comunemente viene definita Eire? Gli ottimisti, in quel di Londra, sostengono che la soluzione migliore sarebbe quella di stabilire futuri accordi commerciali tra la Gran Bretagna e la Ue così dettagliati e omnicomprensivi da rendere inutili i controlli alla frontiera. Insomma un’uscita a geometria così variabile da dare ai britannici tutti i vantaggi e nessun danno. Certo l’ottimismo aiuta lo spirito ma non sempre si coniuga col principio di realtà.

La domanda resta quindi inevasa, o meglio, le soluzioni più facile da buttare sulla carta hanno il potere di mandare su tutte le furie una parte oppure l’altra.

Soluzione A. I confini della Ue coincidono con quelli attuali tra Eire e Regno Unito, che però al momento sono transitabili come quelli tra Belgio e Olanda. Cosicché, tra un anno, se non risultasse vincente l’ottimismo profuso da chi, a Londra, vorrebbe azzerare i controlli alla frontiera, l’isola irlandese risulterebbe improvvisamente spaccata in due, vanificando decenni di un processo di riavvicinamento che aveva ridimensionato conflitti politico-religiosi epocali. La Ue non ne vuol sentir parlare, Dublino neppure e Bruxelles sta con Dublino anima e cuore, a dispetto di Londra.

Soluzione B. Nessuna spaccatura nel cuore dei territori irlandesi e, di conseguenza e di fatto,  confini piazzati proprio là dove Londra non li può accettare, nel mare che separa le due isole. Con una Irlanda del Nord che mantiene rapporti ravvicinati con l’Eire, ma prende le distanze dal Regno Unito. A quel punto non solo salterebbe qualsiasi mediazione con Londra, ma se appena se ne parlasse salterebbe pure il governo britannico, tenuto in piedi da quei nazionalisti nordirlandesi (il Dup) che vedrebbero la proposta come un’offesa personale.

Problema aggiuntivo, come se ce ne fossero pochi. L’ipotesi B non starebbe del tutto male a quella maggioranza di nordirlandesi che non si riconoscono nel Dup e che hanno votato contro la Brexit. In una fase di stallo potrebbe quindi farsi strada l’idea di una contro-Brexit dei nordirlandesi che, pur di restare nella Ue, darebbero inizio a una marcia di avvicinamento con Dublino che a Londra chiamerebbero più o meno secessione.

Con qualche brivido.

A dispetto di chi sottolinea l’esistenza di un bicchiere quasi pieno, all’alba di una trattativa che ha da riprendere la settimana prossima, c’è chi sottolinea invece come una parte del bicchiere rimanga desolatamente vuota. E, soprattutto, non ha tutti i torti nel ritenere che la miscela che ne verrebbe fuori, per cercare di riempirlo, potrebbe risultare esplosiva.

L’isola irlandese, questo curioso bipede con un piede dentro e un piede fuori dalla Ue rischierebbe di essere squartata in due. Ma non sarebbero solo gli irlandesi a soffrirne.