BOMBE SU BELGRADO, DECOLLATE DALL’ITALIA. ERA IL 24 MARZO 1999

DI ALBERTO TAROZZI

Un altro anno è passato, ma il tempo non ci allontana da quel 24 marzo 1999. Qualcuno domanda: “Lontano da cosa?”.
Quei 78 giorni di bombe su Belgrado, 19 anni fa, subito vennero giustificati e quasi subito vennero dimenticati. Ma le tracce di quel passato ad ogni anno mostrano segni più profondi.

E’ dell’altro giorno la tragedia che diventa farsa. Il parlamento del Kosovo, lo stato partorito da una guerra e da anni di terrore, è stato luogo di scontri a base di lagrimogeni, che l’hanno trasformato nel palcoscenico di una sceneggiata fuori dell’ordinario. I kosovari albanesi in lite fra loro per un pugno di metri quadri. Gruppi denominati “guerrieri”, ma fino al 1998 nel libro nero del terrorismo, secondo la stessa Nato, poi assunti dall’occidente al rango di padri della patria di uno Stato che anche noi abbiamo riconosciuto. Uno stato che una accreditata rivista di studi geopolitici come Limes ha definito, tempo fa, “Stato delle mafie”, tanto per rendere l’idea. Un giudizio super partes, avallato dalla testimonianza di un generale Fabio Mini, che quella guerra combatté, con un ruolo autorevole, dalla parte della Nato e corredato dalla documentazione sui crimini contro i serbi, raccolta da una giudice svizzera, Carla Del Ponte, incaricata di far luce sui crimini di Milosevic.

All’origine del contenzioso odierno tra kosovari albanesi, al gusto di lacrimogeni, 80 km di metri quadri che una parte di quei guerrieri riconosce al Montenegro e che un’altra parte di loro ritiene intoccabili territori kosovari. Poveri loro, nessuno li ha avvertiti che il Montenegro adesso fa parte della Nato e che su quel fronte la festa è finita.

Tra Pristina e Belgrado, faticose ricuciture a corrente alternata paiono di quando in quando raffreddare le tensioni nei giorni pari, nel nome di un’entrata nella Ue. Poi la fiamma si riaccende, nei giorni dispari, perché mano misteriose assassinano un leader serbo kosovaro disposto al dialogo oppure perché quel buco balcanico che si chiama Serbia può fare gola alle superpotenze e la speranza del non allineamento ha i colori sfumati di un miraggio. Una tregua da qualcuno chiamata pace.

Il Kosovo oggetto di contesa di quella guerra, sopravvive nel segno della miseria e dell’abbandono, avendo come simbolo i pullman carichi di gente che se ne va da Pristina e dintorni, col biglietto di sola andata, Non sanno che festeggiare al ripetersi delle ricorrenze e giunti in terra Ue si sentono dire che se ne devono andare. Trattati come clandestini perché provenienti da un paese che ufficialmente non presenta elementi sufficienti di criticità.
La Serbia ha incassato qualche benemerenza a Bruxelles e a Berlino, quando ha soccorso i profughi lungo la rotta dei Balcani, ma le ombre della sera calano in fretta sulle genti di una Belgrado che taglia le pensioni per compiacere i guru dell’austerity che predicano a Francoforte. E cala in fretta sui malati di cancro che continuano a riproporsi, nel silenzio tipico di una autocensura delle vittime, conseguenze di bombe all’uranio impoverito o di quelle che hanno colpito i petrolchimici di Pancevo e le raffinerie di Novi Sad.

Ovunque, nella ex-Jugoslavia, fuoco sotto la cenere: Croazia, Bosnia, Macedonia ancora tregue col nome di pace.
Noi, Italia, quelli cha allora combatterono in prima linea e qualcuno di noi più in prima linea che mai, sul fronte della retorica.

Di quella scelta paga ancora oggi il prezzo Massimo D’Alema che, confermando la disponibilità delle basi italiane come rampe di lancio per i bombardieri Nato, di quei giorni fu protagonista. Ma oggi lui ha altre scelte da pagare: quelle di essere sceso in campo, alle recenti elezioni, convinto di avere dietro di sé masse a due decimali, dovendo poi constatare che poteva contare solo su di un gruppo di reduci da sconfitte a catena. Un destino amaro, senza neppure la consolazione di costituire un punto di riferimento italiano per i suoi amici americani della Fondazione Clinton, oggi declinante, a dispetto delle donazioni saudite.

Minore il prezzo pagato da Emma Bonino, che anticipava ogni bombardamento della Nato con suppliche di intervento bellico-umanitario. Memorabili solo per chi non dimentica, sue frasi come “Usa, aiutaci a punire i colpevoli” cui seguivano le bombe su civili innocenti.

Ma, sia pure con un grosso sforzo, proviamo a ricordarci anche di chi non aveva in ballo coinvolgimenti di parte. Come poteva essere la Presidenza Clinton per D’Alema oppure Georg Soros, teorico della dissoluzione dei Paesi a socialismo reale, presente a Belgrado con una sede della sua Open society e di cui la nostra Emma si dichiara ancora apertamente amica.

Se propaganda di guerra, in termini mediatici, significa soprattutto sottolineare i crimini di guerra di una parte in causa, quella da colpire, e farla breve sui crimini della parte che va sostenuta, come altrimenti definire le esternazioni di chi in quei tempi (1998)/99) dichiarava, ad esempio sulla rivista “Vita” che “i cecchini serbi hanno ucciso un vecchio albanese, con i suoi due muli. Gli hanno sparato in pieno territorio albanese, poi i soldati di Milosevic ne hanno trascinato il cadavere in Jugoslavia” e poi via via tutto un “ci hanno detto”, “c’è il timore che”, costantemente abbinato a crimini dei serbi e soltanto dei serbi. A chi domanda se le guerre siano sempre le stesse, nel 99, sempre su “Vita” si risponde “Nei Balcani forse, perché la matrice è sempre quella, le pretese egemoniche serbe”. Con riferimento a crimini reali, purtroppo, e comunque credibili, anche quando non documentati da altre fonti. Impresa titanica, però, trovare nelle parole di quella persona riferimenti ad altri crimini dimostrabili, come le teste di serbi mozzate ed esibite in rete da terroristi musulmani, probabilmente di importazione, in terra bosniaca, ad anticipare la fioritura del terrorismo islamico da quelle parti, come testimoniato dalla costruzione di una moschea a Zenica, opera dei talebani.
E neppure troviamo l’episodio di una deportazione di oltre 100mila serbi espulsi dalle truppe croate dalle terre di Krajna, usati in parte da Milosevic per “ripopolare” il Kosovo e trovatisi due volte profughi nel giro di pochi anni. Cacciati prima dai croati e poi dai kosovari albanesi. La cosa avrebbe dovuto essere già da allora di dominio pubblico, se negli stessi articoli di “Vita” un cooperante italiano in Kosovo, Alessandro Pieroni, che pure non risparmia critiche pesanti alla Jugoslavia di Milosevic, ne riferisce ampiamente. Invece il riferimento ai crimini di guerra riconduce esclusivamente alla matrice serba; se qualcuno trovasse traccia di questa storia di perseguitati serbi nelle parole della persona di cui stiamo parlando lo preghiamo di segnalarcelo. Oltre tutto quella persona non era sulla linea del fronte come D’Alema a guerreggiare per una parte contro l’altra, ma doveva rappresentare una istituzione al di sopra delle parti. Ci riferiamo a Laura Boldrini allora rappresentante delle Nazioni Unite in terre balcaniche (Unhcr) e alle sue interviste, dove era facile trovare tracce delle colpe degli uni, mentre costituiva impresa ai limiti dell’impossibile trovare un riscontro delle colpe altrui.

Pure di quanto commesso dalla Nato e sulle sue conseguenze o comunque su colpe non solamente serbe, esistevano ed esistono testimonianze in base alla quali rivedere eventualmente le posizioni di un tempo. Pensiamo ai reportage di Ennio Remondino, Massimo Nava, Sigfrido Ranucci, Elena Ragusin, Aldo Provvisionato, Tommaso Di Francesco, Michele Santoro, Massimo Serafini, Giuseppe Zaccaria, Angelo Mastrandrea, Lorenzo Sani, Fulvio Grimaldi e anche alle testimonianze di chi pure riteneva che quella guerra avesse un senso, come Alberto Negri o Tony Capuozzo.

La stessa Amnesty, che non crediamo possa essere ritenuta colpevole di pregiudiziale antiamericanismo stese un dossier critico e molto dettagliato e ancora in questi giorni dichiara che sussistono ostacoli alla consegna degli autori di crimini di guerra alla giustizia per “una costante mancanza di volontà politica in tutti e sei i paesi” (Croazia, Serbia, Kosovo, Macedonia, Bosnia, Montenegro).

Peraltro la memoria fa brutti scherzi anche dove non te lo aspetteresti. E così sul fronte pacifista, dove pure si rifiutano il concetto-ossimoro di guerra umanitaria e i contatti con D’Alema, proprio per quegli eventi, si sente parlare di “guerra IN Kosovo”. In realtà quella guerra venne fatta a proposito del Kosovo e anche nel Kosovo si sviluppò, ma gran parte dei raid aerei ebbero come obiettivo Belgrado e altre città della Jugoslavia di allora, perché lì era prioritario colpire, distruggere l’economia per le generazioni presenti e l’ambiente a riguardo delle generazioni future.

24 marzo, l’anno prossimo saranno vent’anni. C’è chi preferisce dimenticare. Fatti suoi. Noi ricordiamo e speriamo solo che il ventennale non sia costituito da giorni in cui si abbia a rompere una delle tanti fragili tregue che vedono la sopravvivenza di quei luoghi e di chi li abita.