BUENOS AIRES, GIORNO DELLA MEMORIA: IL RICORDO DEL GOLPE E LA LOTTA DEL PRESENTE

DI FRANCESCA CAPELLI

DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE A BUENOS AIRES

Non è una festa e nemmeno un rituale vuoto quello che si celebra in Argentina il 24 marzo. È la Giornata della Memoria, l’anniversario del golpe che portò al potere la più feroce tra le varie dittature che hanno governato il paese nel XX secolo. “Figlia” di quel Plan Condor (militare, politico e – oggi sappiamo – economico) voluto dagli Stati Uniti (sotto la presidenza Nixon) e che negli anni ’70 instaurò praticamente in tutta l’America del Sud regimi militari.
Il Plan Condor aveva l’obiettivo di intervenire in quei paesi dove l’influenza socialista era considerata troppo forte (famosa la frase attribuita all’allora segretario di Stato Henry Kissinger secondo cui “se i cileni sbagliano a votare”, gli Stati Uniti non potevano certo stare a guardare impotenti), o dove comunque esistevano movimenti di opposizione contro i governi considerati “amici” dalla Cia.
Il golpe del 1976 diede il via al cosiddetto Processo di reorganización nacional, che dietro di sé ha lasciato 30mila desaparecidos, più di 500 neonati apropiados (figli di prigionieri sequestrati e venduti a famiglie di militari), alcune migliaia di prigionieri politici “ufficiali”, ossia detenuti in carceri comuni e non nei centri clandestini.
Ancora più pesante l’eredità economica della dittatura. I militari seguivano le indicazioni di Milton Friedman e dei suoi Chicago Boys (già, proprio quel Milton Friedman che piace tanto all’attuale sinistra moderna e ragionevole, quella che sta al passo coi tempi). Il debito estero aumentò a dismisura, l’industrializzazione del paese fu interrotta, addirittura si smantellarono le ferrovie, considerate un covo di sindacalisti troppo agguerriti.
Con il ritorno della democrazia, nel 1983, l’Argentina ha processato i suoi dittatori, unico paese al mondo a farlo internamente e non in corti internazionali di giustizia. È avvenuto sotto il mandato del presidente Raúl Alfonsín, con condanne che vennero però amnistiate o indultate da leggi successive. Lo ha rifatto a partire dal 2003, durante la presidenza di Néstor Kirchner, grazie a una sentenza della Corte Costituzionale che ha ritenuto illegittime quelle leggi. I processi sono ripresi, coinvolgendo non solo i vertici della giunta, ma anche militari di rango inferiore e addirittura civili.
E oggi? Nessuna conquista, si sa, è definitiva. Dalle elezioni dell’attuale presidente Mauricio Macri, alla fine del 2015, si sono moltiplicati i tentativi del governo di arrivare a una sorta di indulto: il decreto “2 per 1” deL 2016, poi ritirato per le proteste di massa, era un tentativo di scarcerare chi avesse già scontato il 50 per cento della condanna. Altri tentativi, ad personam, riguardano la concessione di arresti domiciliari per ragioni di età o salute. È il caso di Miguel Etchecolatz (vedi www.alganews.it/…/argentina-etchecolatz-boia-della-dittatu…/) al quale tuttavia i domiciliari sono stati di nuovo revocati e l’uomo è attualmente rientrato in carcere. Ma altri nomi sono attualmente al vaglio.
Nel frattempo, si assiste a una grave compressione dei diritti. Una prigioniera politica, Milagros Sala, detenuta illegalmente da due anni e mezzo; repressione di massa durante le manifestazioni (vedi anche www.alganews.it/…/buenos-aires-agenti-impediscono-deputati…/ e www.alganews.it/…/argentina-la-riforma-previdenziale-legge…/); violenze contro le popolazioni mapuche nel Sud del paese. In generale, il senso di impunità della polizia nei confronti di trans, prostitute e poveri. Colpevoli di “porto di faccia”, anziché di armi. Lo stesso Macri lo aveva promesso in campagna elettorale: “Finirà l’imbroglio dei diritti umani”
Contemporaneamente, in economia, il neoliberismo si è rivelato con il suo volto più feroce. Il paese, che Macri ha ricevuto nel 2015 libero da debiti esteri, è di nuovo indebitato ai livelli del 2001 (quelli che portarono al default, per capirci). Per finanziare gli sgravi ai grandi possidenti agricoli, raggruppati nella potentissima Rural, è aumentata la pressione fiscale sulla classe media, mentre i settori marginali hanno visto una riduzione drastica degli interventi di welfare. È dei mesi scorsi una riforma previdenziale che ha decurtato le pensioni di anziani e disabili.
Per questo, essere in piazza ieri aveva un senso non solo per la memoria del passato, ma anche per la critica al presente e la costruzione del futuro, in un continente dove ancora, malgrado tutto, sentiamo che c’è un’alternativa, che un altro mondo è possibile. Parenti di desaparecidos, politici, sindacalisti, persone comuni. Studenti delle superiori, famiglie con bambini, anziani con lo sguardo di chi ha visto troppo e teme di rivederlo. A contarsi, a salutarsi, ad accompagnare le Madres e le Abuelas de Plaza de Mayo nella piazza simbolo di Buenos Aires, davanti alla Casa Rosada, il palazzo del governo.
A cercare con lo sguardo amici e conoscenti tra la folla, come a dirsi “Sì, siamo qui, siamo insieme e siamo centinaia di migliaia”, mentre il saluto a chi non c’è più risuona in Plaza de Mayo: “Treinta mil compañeros desaparecidos! Presente! Ahora… Y siempre!”